Conservo il materiale per questo articolo da mesi, ma fino ad ora non ero riuscito a buttare giù due righe. Non che adesso mi senta pronto, ma non potevo nemmeno aspettare che questo post diventasse un elegia.
Non fraintendetemi, Davide De Cubellis è ancora giovane e bello, forse il più bello degli illustratori italiani, ma i miei sono tempi biblici e l’accidia mi coccola e mi allatta come la Lupa al piccolo Romolo. E l’ansia da prestazione poi. Me eccomi qui.
Ho rischiato più volte di conoscere personalmente il DeCu, incontri incidentali sempre sfumati per pochi secondi. Seguo però il suo blog e il suo lavoro da qualche anno, sempre incredulo di fronte al suo talento e alla sua versatilità. E tonnellate di invidia, per la facilità sfacciata con cui passa da illustrazioni fresche a storyboard per cinema e pubblicità, dalle copertine per la serie John Doe a scarabocchi notturni.
Davide De Cubellis, il DeCu, nasce a Roma nel 1977. Durante gli studi di Architettura, si diploma alla Scuola Romana dei Fumetti dove in seguito e ad oggi insegna. Esordisce nel 1998 come illustratore editoriale. Col trascorrere degli anni passa dall’editoria alla pubblicità e il cinema, lavora per grandi marchi come Toyota, CocaCola, Mc Donald’s, Champion, Whirlpool, L’Oreal, Volkswagen, e registi come Wes Anderson, Guy Ritchie, Paolo Virzì, Sergio Rubini, Ferzan Ozpetek, Ricky Tognazzi, Bill Fertik.
Una biografia ufficiale sul sito dell’editore Nicola Pesce racconta: “Davide De Cubellis, detto il DeCu: allevato fra i coyotes del basso Lazio, ha sviluppato un pessimo carattere. Egli disegna da sempre e per vizio, ma in tarda adolescenza ha scoperto che proprio il disegno poteva diventare una fonte di reddito [...] Oggi il DeCu, come un fantasma, viene sporadicamente avvistato nella campagna basso laziale, dove è tornato a correre insieme ai suoi coyotes.“
Ci piace immaginarlo così, mezzo nudo e ricoperto di pelo a scorrazzare per le lande laziali come in un film di John Landis.
Oppure, seduto in salotti di velluto a disquisire di linguaggio sequenziale e differenze cromatiche tra inchiostro ferrogallico e inchiostro indiano assieme al gota del fumetto italiano, pasteggiando con della porchetta di Ariccia.



























































Trackbacks