Kumi Yamashita è un’artista coreana che realizza installazioni con lettere, numeri e solidi geometrici che colpiti dalla luce danno vita a ombre umane.

L’ombra diventa il soggetto dell’opera, la materia da modellare, gli oggetti utilizzati sono invece gli antagonisti che servono a innescare l’ambiguità di ciò che si osserva. “I numeri e l’uomo coesistono in un’unica entità”.

Come se volesse rivelare l’identità segreta o parallela degli oggetti, Kumi sembra suggerirci che “non sempre ciò che guardiamo è quello che sembra, occorre far luce”.




Se Kumi Yamashita indaga le figure scaturibili da eleganti e minimali composizioni, Tim Noble e Sue Webster danno all’ombra proiezioni di corpi umani utilizzando rifiuti e oggetti abbandonati.

Cumuli di oggetti usurati celebrano l’autoritratto degli artisti stessi. Avanzi residui e scarti della società hanno avuto un utilizzo e una vita tramite l’uomo e ne trattengono sia impronta che immagine.




L’utilizzo di rifiuti riconduce al tema del consumismo e all’inevitabile connessione con l’essere umano. Sembrerebbe che Tim e Sue, oltre a sorprendere l’osservatore attraverso l’ambiguità e la provocazione, vogliano bisbigliare alle nostre orecchie: “cosa siamo se non la proiezione di ciò che consumiamo?”







































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