Art Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks
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Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks

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Giorgia Massari

Il Texas, anche soprannominato The Giant in quanto Stato più grande degli USA, arriva a Milano per una mostra collettiva da Antonio Colombo Gallery. A rappresentarlo, cinque artisti – Adrian Landon BrooksSophie RoachEsther Pearl WatsonBruce Lee WebbAdam Young con un ospite d’eccezione, il musicista Tom Russell – che per nascita, formazione o per un periodo di vita hanno assorbito l’anima e la cultura texana. Negli ultimi anni il Texas è considerato come nuova frontiera dell’arte negli States. Sono sorte varie istituzioni private, rinomati architetti hanno completato diversi progetti, il collezionismo è cresciuto e la scena artistica è diventata estremamente attiva. Osservando le opere della mostra Texas Tornados – aperta dal 30 novembre al 3 febbraio – siamo rimasti particolarmente colpiti dal lavoro del muralista Adrian Landon Brooks, affine alla nostra ricerca street. Gli abbiamo fatto qualche domanda, per scoprire di più sul suo percorso.

Le tue opere murarie e le tue illustrazioni seguono una precisa cifra stilistica. Le campiture sono piatte e il simbolismo è evidente. In particolare ci sono riferimenti alla cultura egizia e, più in generale, l’estetica è esoterica. Da dove nasce la fascinazione per questo mondo?

Ricordo di essere andato in una vecchia chiesa cattolica da bambino e di aver fissato tutti i simboli che riempivano l’interno. Non ho mai avuto molto interesse nello studiare cosa significassero quei simboli per le persone che avevano fede nella religione, ma li trovavo visivamente affascinanti anche da bambino. Quell’interesse iniziale è continuato nei miei primi lavori. Mi sono trovato ad integrare aure, mani di lode e simbologie simili senza intenzioni particolari. Ora, dopo che sono trascorsi anni, quell’interesse iniziale si è ampliato fino a diventare quasi un’ossessione per i simboli di diverse culture. Sento di aver creato un po’ della mia mitologia lungo il cammino, ma continuo a godermi l’indagine che la storia offre. Di recente mi sono immerse nei temi egiziani e sto cercando di capire come questi possano collegarsi alla mia visione creativa. Questa serie di lavori mi ha insegnato parecchio sulla narrativa pittorica e sull’eleganza nella semplicità.

L’illustrazione è una conseguenza della tua pratica muraria o sono due pratiche che nascono in parallelo?

Inizialmente, le due pratiche sembravano molto contrastanti l’una con l’altra, soprattutto per i processi creativi completamente diversi. Mi sono avvicinato ai miei primi murales in modo piuttosto meccanico e non ero pronto a considerarli parte del mio corpo di lavoro più ampio. È stato solo col tempo che quei due mondi hanno iniziato a fondersi. Ora i miei murales e il lavoro in studio li percepisco molto come estensioni l’uno dell’altro. Entrambe le pratiche si influenzano costantemente e reciprocamente, aiutando la mia opera a evolversi.

Nei tuoi scenari, astrattismo e narrativa si intrecciano. Il decorativismo delle tue texture incontra gli elementi figurativi che invece raccontano storie. In ogni tua illustrazione c’è la volontà di raccontare una vicenda o l’estetica prevale sul significato?

Direi che a volte ho un’idea vaga di una narrazione all’interno dei miei dipinti, ma di solito si tratta più di un’emozione generale piuttosto che di una storia completa. Mi piacerebbe essere presente nel mio lavoro ma anche lasciare spazio sufficiente per un’interpretazione unica da parte dello spettatore. Detto questo, creo molti lavori che sono completamente guidati dalla composizione, dal colore e dall’estetica. Mi piace il processo di giustapporre diverse immagini, come pattern dai bordi netti con una figura o una pianta morbida.

I due approcci diversi dipendono più da dove sono emotivamente in quel giorno piuttosto che da un obiettivo specifico. Cerco di lasciare la direzione creativa all’universo e seguire un percorso dettato dal subconscio. Mi sono accorto che il processo creativo diventa più difficile quando cerco di controllarne il risultato.

Nella mostra da Antonio Colombo a Milano che mette al centro la scena artistica texana, la curatela mette a contatto il tuo lavoro con altri artisti con le tue stesse origini. Cosa pensi di questo dialogo che si è creato e cosa pensi della scena texana? Le tue origini hanno influenzato il tuo lavoro? Pensi che parte del tuo immaginario provenga dal luogo in cui sei nato e cresciuto?

La mia esperienza crescendo in Texas è probabilmente molto diversa dalla visione generale texana. Ho avuto la fortuna di crescere in una delle città più internazionali dello Stato e per questo sono entrato in contatto molto presto con una comunità creativa. Sono nato ad Houston e ho trascorso i miei anni formativi circondato da musei e gallerie, oltre ad avere un’artista tessile come madre. Alla fine, sono arrivato ad Austin, che ha una lunga storia nella musica ma meno nel campo delle arti visive. Lì ho trovato una comunità che mi ha accolto a braccia aperte, così come molte gallerie gestite da artisti. Quel panorama era guidato dalla comunità artistica stessa e autosufficiente sotto molti aspetti. Negli ultimi dieci anni, questo aspetto è cambiato un po’ soprattutto a causa della crescita della città, ma il nucleo della comunità ha lo stesso spirito che ha sempre avuto.

Per quanto riguarda gli altri artisti in mostra, Sophie Roach e Adam Young li ho conosciuti durante i miei primi giorni a Austin e sono per me persone molto speciali. Fanno entrambi parte della storia che ho appena descritto e continuano a ispirarmi sempre di più ogni anno che passa. Sono anche un fan del lavoro di Bruce Lee Webb ed Esther Pearl Watson, ma più da lontano. Per me è molto stimolante mettere insieme tutti noi e condividere spazi ed esperienze. Credo che il lavoro creerà un vero e proprio dialogo visivo e sarà davvero interessante osservarlo.

Il contesto texano mi ha indubbiamente influenzato, ma specialmente negli ultimi anni. Ho l’abitudine di raccogliere tronchi di legno e oggetti strani, disponibili in natura nel luogo in cui vivo. Le fette di alberi nativi del Texas fungono da tele per molti dei miei dipinti. Immagino di essere attratto da quell’estetica proprio perché sono cresciuto nel Sud e inoltre anche perché, per un periodo, ho vissuto in una zona boschiva con la mia famiglia. Viviamo fuori città, circondati dagli alberi. Per me quella dimensione significa tranquillità, un piccolo angolo di paradiso che mi ha influenzato sicuramente in molti modi.

Dove hai realizzato le tue prime opere murarie? Si nota un enorme cura e attenzione verso gli edifici, così come per le superfici pubbliche sulle quali operi. Quasi le tue illustrazioni si mimetizzano, si adattano al luogo circostante diventando parte integrante del paesaggio senza snaturarlo e senza creare uno shock visivo. Cosa ne pensi a riguardo? Il progetto lo concepisci partendo dall’osservazione del luogo?

Il mio primo murale professionale è stato per la sede di Meta ad Austin, Texas. L’azienda aveva un programma straordinario gestito all’epoca da curatori con una vera passione nel supportare gli artisti locali. Questa opportunità ha veramente influito sulla mia carriera e mi ha mostrato le possibilità che esistevano su larga scala. Indubbiamente il mio obiettivo è che il mio lavoro diventi parte integrante dello spazio che occupa, quindi è molto bello sapere che l’hai percepito così. Quando opero su larga scala, attingo al mio lavoro in studio e lo espando su una superficie più grande. Credo sia possibile catturare lo stesso significato e lo stesso spirito indipendentemente dalle dimensioni. Prima di iniziare il lavoro, dedico parecchio tempo a visitare il luogo su cui devo operare, faccio diversi bozzetti digitali per farmi un’idea precisa. Questo processo mi aiuta a considerare tutti gli elementi esistenti nello spazio e come la mia opera interagirà con l’ambiente circostante.

Courtesy Adrian Landon Brooks & Antonio Colombo Gallery

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Scritto da Giorgia Massari
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