Il terribile fascino del Lago Volta negli scatti di Jeremy Snell

Il terribile fascino del Lago Volta negli scatti di Jeremy Snell

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ci sono luoghi affascinanti che anche sforzandoci non riusciremmo a immaginare. A volte, quegli stessi posti, dietro la loro bellezza, nascondono aspetti terrificanti, storie di cui non vorremmo mai sapere, ma che dobbiamo conoscere. 

“What you see is snapshots

of what might be paradise: 

silhouettes of earth, flesh and wood 

framed eternally in the psyche.”

Nii Ayikwei Parkes

Uno di questi luoghi è senza ombra di dubbio il Lago Volta, in Ghana. Si tratta del più grande lago artificiale al mondo, che ha preso forma negli anni ’60 in seguito alla costruzione della diga di Akosombo, a circa due ore di macchina a nord di Accra. Dalla diga, risalendo verso l’interno del Paese, il Lago Volta si è sviluppato su una lunghezza di 550 chilometri – circa la distanza tra Milano e Roma, per intenderci -, attingendo acqua da diversi affluenti dai nomi meravigliosi come Tɔkɔ, Fra e Amutosisi e travolgendo ciò che si trovava sulla sua strada. 

«Ma il lago Volta è nuovo e la sua nascita è stata – e lo è ancora – un grande cambiamento. Ci sono persone che ricordano di aver camminato fino alle fattorie che ora si trovano sul fondo del lago. È come se avessimo la mitica Atlantide proprio qui, all’interno dei nostri confini, e tutte le sue ricchezze sotto la superficie…» – Nii Ayikwei Parkes 

Oggi per il Ghana, il Lago Volta rappresenta per molti aspetti il principale mezzo di sostentamento del Paese: è la principale fonte di irrigazione per le risaie che si sviluppano attorno ad esso; la sua acqua, che alimenta le turbine della diga, produce la maggior parte dell’energia necessaria a sostenere l’industria locale di alluminio; svolge un ruolo fondamentale per l’allevamento e, soprattutto, per la pesca. 

Qui, sulle rive silenziose di questo lago dalla superficie immobile, Jeremy Snell ha realizzato il suo ultimo progetto fotografico dal titolo “Boys of Volta”. Da sempre, il fotografo americano utilizza la sua macchina fotografica per analizzare ed esplorare l’ambiente che lo circonda. Da piccolo, durante la sua infanzia, al centro dell’obiettivo c’erano i luoghi in cui viveva, col tempo poi la sua attenzione si è focalizzata su storie di popolazioni lontane, legate a culture diverse e poco conosciute

Proprio questa voglia di scoprire, di raccontare attraverso le immagini, lo ha portato in Ghana, sulle sponde del Lago Volta dove ogni giorno i colori di cui si dipinge il cielo e la superficie dell’acqua nascondono una terribile realtà.

Gli scatti di “Boys of Volta” mostrano giovani bambini e ragazzi che all’apparenza sembrano tranquillamente trascorrere le loro giornate, ma che in realtà da anni vengono venduti e sfruttati per la pesca

«Sono completamente inconsapevoli, mentre il sole illumina i loro volti, facendo loro riflettere le sfumature della terra, della carne e del legno, con scintille di luce accecante.» – Nii Ayikwei Parkes

I bambini, soprattutto i più piccoli, agili e veloci nei movimenti, vengono scelti dai pescatori perché gli unici in grado di muoversi tra i tronchi e i rami degli alberi che popolano il fondale del lago e tra cui si incastrano le reti per la pesca. Ogni giorno, dall’alba al tramonto, migliaia di bambini si immergono senza sosta cercando di salvare le reti e a volte, più di quante vorremmo ammettere, il lago se li prende per sempre.  

Gli scatti cinematografici di Jeremy Snell riescono a raccontare la crudezza di questo luogo, in cui i ragazzini sembrano un tutt’uno con l’acqua scura, dove le loro sagome esili affrontano la forza del Lago di Volta, una cicatrice di 550 chilometri. 

Boys of Volta” è anche un libro, preordinabile qui, e il 10% del ricavato sarà devoluto all’ONG International Justice Mission. 

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Le fotografie magnetiche di Henri Prestes

Le fotografie magnetiche di Henri Prestes

Collater.al Contributors · 1 giorno fa · Photography

Di notte capita che la testa si appesantisca, ricolma di idee e pensieri in disordine; che il sonno tardi ad arrivare o che non arrivi mai. Quando questo succede, si prova a uscire nonostante il buio, il freddo o il maltempo. La necessità d’aria fresca aumenta e il silenzio notturno attrae, perciò ci addentriamo nell’ombra di luoghi che sembrano essere mutati al variare della luce. Appaiono diversi, non più familiari o immuni al cambiamento come credevamo che fossero. Questo tipo di suggestione è il fil rouge che lega le immagini di Henri Prestes, portoghese e artista della fotografia cinematografica: uno storytelling immersivo, emotivo e a tratti surreale

Quando si riesce a creare qualcosa capace di toccare i nervi scoperti dell’osservatore, è possibile suscitare emozioni turbolente: davanti a questi lavori, c’è chi si sente scosso, disturbato e chi ammaliato o finalmente compreso. Non sono le fotografie a essere aggressive o affascinanti: siamo noi, sono le sensazioni con cui decidiamo di riempire le atmosfere evocate da Henri Prestes.

Spontaneamente, empatizziamo.

Prendiamo parte alla scena rappresentata, degna di un film, e, osservandola attentamente, possiamo estrarne anche la colonna sonora. 

– Leggi anche: Andreas Levers e la città vista di notte

Sospesi nel mistero dei paesaggi rappresentati, vaghiamo, così come fanno i personaggi che abitano queste fotografie. Nella collezione Perfect Darkness, in particolare, il senso di sospensione viene accentuato dalla palette acquamarina, lasciando che l’introspezione prenda il sopravvento. 

Raramente, però, il nostro sguardo viene abbandonato a se stesso. Spesso, siamo accompagnati da una presenza umana – anche se a tratti appare aliena -, o da una luce, magari flebile, magari lontana, ma esistente. Questa compagnia può essere un ulteriore elemento ansiogeno così come rincuorante e, ancora una volta, dipende da noi e dal nostro inconscio. 

Si parla quindi d’arte, tanto che si fatica a distinguere queste immagini da fotografie a dipinti. Siamo chiamati a un’intimità emotiva a cui non siamo abituati, ma che possiamo allenare e ricercare nel feed Instagram di Henri Prestes o sul suo sito web

Articolo di Cobie

Le fotografie magnetiche di Henri Prestes
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La fotografia analogica di Aurelie Lagoutte

La fotografia analogica di Aurelie Lagoutte

Giulia Guido · 1 giorno fa · Photography

Sensuali e intimi, sono gli scatti di Aurelie Lagoutte, fotografa francese con base a Londra. 
Aurelie è nata in Francia, è cresciuta in una città vicino a Lione per poi, trasferirsi a Parigi dove ha scoperto quasi per caso la passione per la fotografia. È successo durante un servizio fotografico con Sebran d’Argent, per il quale lei faceva la make-up artist. Come per magia è rimasta affascinata dalla fotografia analogica, dal suo processo lento. 

È stato allora, circa dieci anni fa, che Aurelie Lagoutte ha comprato la sua prima macchina fotografica analogica, una Rollei 35, e da autodidatta ha cominciato a scattare e a sperimentare, volgendo immediatamente il suo obiettivo verso il corpo femminile

I suoi ritratti e i suoi nudi sono omaggio e scoperta del corpo che, finalmente libero dai vestiti, si può mostrare per come è realmente. L’attenzione della fotografa si posa su tutto ciò che rende un corpo unico, le forme, le curve, le cicatrici e i piccoli difetti. 

– Leggi anche: I ritratti fotografici di Ryan Muirhead

La stessa Aurelie non si sottrae all’obiettivo e, oltre a scattare gli altri, spesso – come è successo l’anno scorso durante il lockdown – si mette lei davanti alla macchina fotografica, creando stupendi autoritratti

Oggi Aurelie Lagoutte vive e lavora a Londra, a Shoreditch, e i suoi scatti continuano ad avere quel je ne sais quoi che ci fa sognare di essere i protagonisti del suo prossimo scatto.

Qui sotto trovate una selezione dei suoi lavori, ma per scoprirne di più seguitela su Instagram e visitate il suo sito

La fotografia analogica di Aurelie Lagoutte
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Souvenir d’un Futur, il progetto fotografico di Laurent Kronental

Souvenir d’un Futur, il progetto fotografico di Laurent Kronental

Giulia Guido · 11 ore fa · Photography

Erano gli anni ’50, quando per affrontare la crisi degli alloggi, l’arrivo nei grandi centri urbani di immigrati stranieri e non solo e soddisfare le nuove esigenze di comfort, nacquero intorno a Parigi i cosiddetti “Grands Ensembles”. Si tratta di enormi centri abitativi caratterizzati da un design modernista che dalla loro costruzione ad oggi hanno attraversato diverse fasi. 

All’inizio, la loro monumentalità portava con sé un sogno, simbolo della ripresa dalla guerra e di un’inarrestabile modernizzazione. Col tempo però, tutti i difetti di questi luoghi si sono evidenziati – la lontananza dai centri delle città, i pochi collegamenti, la mancanza di luoghi di ritrovo e dedicati alla vita pubblica – e pian piano sono diventati dei posti semi-fatiscenti, testimonianza di un futuro che non si è mai verificato. 

Laurent Kronental
Lucien, 84, Les Espaces d’Abraxas, Noisy-le-Grand, 2014

Qualche anno fa, il fotografo francese Laurent Kronental è rimasto a dir poco affascinato dai “Grands Ensembles” presenti intorno a Parigi, tanto da dedicargli un intero progetto. “Souvenir d’un Futur” è il risultato di 4 anni di esplorazioni tra questi centri abitativi, da “Les Damiers” a Courbevoie a “Les Tours Aillaud” a Nanterre, dal PavéNeuf e l’Espaced’Abraxas a Noisy-le-Grand alla Cité Curial-Cambrai nel XIX arrondissement. 

Ma il titolo malinconico ci svela qualcos’altro.

Laurent Kronental
Le Pavé Neuf, Noisy-le-Grand, 2015

Infatti l’obiettivo della sua camera 4×5, oltre a catturare le forme delle architetture, si posa anche sui volti di coloro che le abitano e che come esse sono stati in un certo senso abbandonati: gli anziani

Il legame tra ambiente e uomo non potrebbe essere più forte e netto: gli edifici che una volta rappresentavano il futuro ora vivono un periodo di degrado, dimenticati dalla società e, a volte, in attesa di essere abbattuti per fare spazio a qualcosa di nuovo. Con l’amaro in bocca, non possiamo che ammettere che è esattamente ciò che succede alla maggior parte degli anziani, costretti a vivere in una società focalizzata sempre di più sui giovani e che spesso e volentieri lascia indietro, dimentica i suoi rappresentati più vecchi.  

In “Souvenir d’un Futur” questa sensazione di abbandono e oblio è sottolineata da diverse scelte tecniche e di stile: Laurent Kronental ha deciso di scattare al mattino presto, con le strade vuote e senza persone in giro per dare una maggiore sensazione di desolazione; ha utilizzato una camera 4×5 che gli ha dato la possibilità di usare la tecnica tilt-shift, perfetta per fotografare edifici e catturare tutta la monumentalità dell’architettura; ha volutamente escluso i giovani – sebbene anch’essi vivano nei “Grands Ensembles” – per lasciare spazio ai veri protagonisti di questi luoghi. 

Laurent Kronental
Joseph, 88, Les Espaces d’Abraxas, Noisy-le-Grand, 2014

E così, attraverso gli scatti di Laurent Kronental seguiamo i segni del tempo sulle facciate di questi edifici evanescenti, ma anche sui volti delle persone, nei loro sguardi, tristi e fieri allo stesso tempo, anch’essi simboli di una generazione che fu giovane e forse continua ad esserlo. 

Seguite Laurent Kronental su Instagram e visitate il suo sito.

Laurent Kronental
Les Tours Aillaud, Cité Pablo Picasso, Nanterre, 2014
Laurent Kronental
Les Orgues de Flandre, 19e arrondissement Paris, 2014
Laurent Kronental
José, 89, Les Damiers, Courbevoie, 2012
Laurent Kronental
Alain, 80, Les Damiers, Courbevoie, 2013
Laurent Kronental
Denise, 81, Cité du Parc et cité Maurice-Thorez, Ivry-sur-Seine, 2015
Laurent Kronental
Jacques, 82, Le Viaduc et les Arcades du Lac, Montigny-le-Bretonneux, 2015
Souvenir d’un Futur, il progetto fotografico di Laurent Kronental
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Gli autoritratti concettuali di Nassia Stouraiti

Gli autoritratti concettuali di Nassia Stouraiti

Collater.al Contributors · 6 ore fa · Photography

Trucco, creatività, una visione concettuale delle cose e uno stile personale unico, sono questi i quattro ingredienti chiave degli autoritratti di Nassia Stouraiti, giovane fotografa autodidatta greca.

Nassia ha 22 anni, ha studiato legge e comunicazione all’Università Nazionale Kapodistriana di Atene e da sempre la sua passione è la fotografia. Nei suoi scatti è la protagonista della scena, usa se stessa come una tela bianca, immortala il suo volto come un quadro e lo arricchisce con trucchi e colori diversi.

La sua visione estetica del mondo prende ispirazione dal cinema e da grandi registi europei come Federico Fellini, Ingmar Bergman, Pedro Almodóvar e Paolo Sorrentino.
Nonostante lavori e sperimenti a fondo con la macchina fotografica, il sogno di Nassia Stouraiti è lavorare con la settima arte. Così, esattamente come questi grandi registi, anche lei, a suo modo, sembra voler scavare a fondo nella sua interiorità e analizzare concetti esistenziali con la fotografia. I suoi scatti portano con sé un messaggio profondo sull’identificazione, l’immagine della donna, il rapporto con l’altro, il sogno e la realtà.

Dopotutto però la sua arte è concettuale, quindi va guardata, apprezzata e interpretata personalmente.

– Leggi anche: Gli autoritratti vittoriani di Iness Rychlik

Guarda qui una selezione dei suoi scatti, seguila su Instagram e visita il suo sito personale.

Articolo di Federica Cimorelli

Gli autoritratti concettuali di Nassia Stouraiti
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