Sugar, il video surreale dei Brockhampton

Sugar, il video surreale dei Brockhampton

Anna Cardaci · 6 mesi fa · Music

Il gruppo musicale hit hop texano Brockhampton, dopo Saturation e Iridescence, ha pubblicato il 23 agosto 2019 Ginger. Quest’ultimo è composto da 12 tracce tra cui hanno estratto il primo singolo, Sugar, e ieri, 10 dicembre 2019, è uscito il video ufficiale.

Molti dei video della band sono a dire il vero un po’ strani, ma questo forse li batte tutti. Il corto, diretto da Kevin Abstract – voce, produttore e direttore creativo del gruppo – inizia con una scena in cui un ragazzo e una ragazza fanno sesso e vengono interrotti da un alieno. Sì, avete letto bene. Ma non è questa la stranezza del video. Dopo pochi secondi l’alieno spara in testa al ragazzo facendogli esplodere il cervello e le urla della ragazza spaventata si sentono in tutto il mondo.
Questa prima scena surreale dà un tono a tutto il resto del corto dove all’interno possiamo vedere invasioni aliene, il cantante Matt Champion che canta in uno scenario infernale per poi passare a Kevin Abstract il quale è appeso al soffitto con una massa di “liquido alieno” verde.

In una serie di Tweet, il vocalist si è sentito un po’ in dovere di dare una spiegazione al loro lavoro. Infatti Kevin racconta come è nato il concept alquanto bizzarro sostenendo che gli è venuto in mente in seguito a un sogno che ha fatto.

Sugar è un video di cui sicuramente ce ne ricorderemo, non tanto per la stranezza ma quanto per l’inizio un po’ splatter, alla Tarantino.

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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

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Giulia Guido · 3 giorni fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle. 
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @davidecannavo, @carla_sutera_sardo, @eyepyre, @m_streetphoto, @kei_scampa, @_hartemis, @matteotriola, @userid019, @wonmin.9, @erikaconlaci.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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Broken nature Model: @mai_stanca

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The Guestbook – Valeria Dellisanti

The Guestbook – Valeria Dellisanti

Giulia Guido · 5 ore fa · Photography

Protagonista di questo The Guestbook è Valeria Dellisanti, giovane fotografa che con delicatezza e maestria riesce a catturare piccoli momenti di intimità. Tra i suoi progetti spicca sicuramente “In The Rooms”, una serie di scatti che immortalano giovani ragazze all’interno delle loro camere da letto, luogo sicuro dove si cresce e ci si mette in discussione, ma a catturare la nostra attenzione è il suo progetto “Distancing Diary” nato durante la quarantena, una sorta di diario personale formato da piccoli pensieri e stupende fotografie.

Incuriositi dal suo stile e dai suoi lavori, abbiamo fatto qualche domanda a Valeria che ci ha raccontato come è nata la sua passione, i suoi progetti e molto altro. 

Raccontaci come ti sei avvicinata alla fotografia. C’è un momento in particolare che ti ricordi?

Vorrei approfittare di questa domanda che trovo spesso nelle interviste e che spesso viene fatta a me, per fare una riflessione. Dunque rigiro e riformulo la domanda a te e ai lettori di Collater.al: Chi non si è avvicinato alla fotografia nel contesto sociale e culturale in cui viviamo?
È quasi impossibile a mio parere non confrontarsi con questo medium nel 2020. Quando la fotografia è entrata nelle abitudini della gente, l’idea di poter prelevare pezzi di realtà e di mondo per poterli custodire, archiviare e rivedere ogni volta che si vuole ha dato il via ad un nuovo fenomeno di massa che è stato accentuato dalle nuove tecnologie e dai social media. 
Oggi tutti produciamo immagini spontaneamente, come una forma naturale di relazione con gli altri e con il mondo.  A tal proposito, mi piace ricordare le parole di Susan Sontag la quale scrisse: “collezionare fotografie è collezionare il mondo”.

Per quel che riguarda la mia esperienza personale, da quando ho avuto in mano il primo cellulare ho iniziato a fotografare, come penso un po’ tutti. Piano piano grazie ai miei studi, agli stimoli delle persone nella mia vita, quindi alle influenze esterne e interne, ho iniziato a farlo sempre in modo più consapevole.  
Non ricordo un momento particolare, è stato più un percorso. 
La fotografia mi aiuta a pormi domande, a capire meglio chi sono e chi voglio essere. Mi aiuta a riflettere e a concentrare il mio sguardo su quello che accade e mi circonda, dunque per me è uno strumento di analisi del se.

Uno dei tuoi ultimi lavori è “In The Rooms”, una serie di scatti che ritraggono delle ragazze nelle proprie camere da letto. Raccontaci com’è nata questa idea e quali aspetti hai voluto far risaltare negli scatti. 

Sono molto legata a questa serie fotografica e mi fa un po’ tenerezza riguardarla oggi. 
In realtà è una sensazione che provo un po’ per tutti i miei lavori passati.
Ho iniziato questo progetto spontaneamente, quasi inconsapevolmente. 
Dopo la maturità al liceo artistico, nel 2015 mi sono trasferita a Bologna per continuare i miei studi. Questo cambiamento mi ha portata a relazionarmi non solo con una nuova città ma anche con uno stile di vita totalmente differente e autonomo. Appena si cambia città, il primo passo è trovare un appartamento o una stanza in cui vivere. Dunque in questo contesto la propria camera, sopratutto se abiti in una casa condivisa, diventa uno spazio intimo “una campana di vetro”. Attenzione, campana di vetro non intesa nell’accezione di Sylvia Plath “non riuscivo a sentire niente-seduta sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o Bangkok- sarei sotto la stessa campana di vetro, a soffocare nella mia stessa aria acida”. Ma come uno spazio in cui sentirsi al sicuro e a proprio agio, in cui scoprire e costruire la propria identità.

Mi affascinava molto il processo di personalizzazione delle stanze, e sopratutto scattare e rapportarmi con un soggetto in un ambiente così intimo dentro al quale ogni giorno si rielabora la propria identità. Grazie a questo progetto mi sono ritrovata a fotografare amiche, ma anche ragazze che non conoscevo affatto. 
La serie “In the Rooms” è stata importante per me perché mi ha aiutata a sviluppare un linguaggio e una personalità fotografica, inoltre mi ha permesso di mettermi in gioco, ed affrontare le mie paure, la mia timidezze e a confrontarmi con la vita di altre mie coetanee. 

Il tuo ultimo progetto, invece, si chiama “Distancing Diary” ed è nato durante e a causa della quarantena. Com’è stato raccontarsi in prima persona

Non è stato facile farlo, sopratutto in questo contesto. 
La fotografia, o il creare in generale, è terapeutico: l’are è uno strumento di analisi del sé.
In questa situazione, il creare mi ha aiutata a confrontarmi con me stessa, mi ha tenuta impegnata e produttiva mi ha aiutata a confrontarmi con gli altri. La realizzazione del diario mi ha fatto acquistare consapevolezza su come i cambiamenti provenienti dall’esterno si riversino al nostro interno. Dopo la pubblicazione del progetto alcune persone mi hanno contattata dicendomi che si sono riviste nelle pagine del mio diario e che in un certo senso si sentivano meno sole. Penso che condividere questo periodo della mia vita ha aiutato me e gli altri ad esorcizzare i sentimenti negativi.
A livello strutturale, per la prima volta ho affiancato alle immagini un percorso narrativo di tipo testuale e figurativo, mi è piaciuto molto sperimentare in questo senso.

Da un punto di vista creativo e lavorativo, come hai vissuto questo periodo di lockdown? 

Ho vissuto questo periodo a fasi alterne. Settimane in cui ero ansiosa e confusa, altre in cui mi sentivo produttiva e positiva. È stato, ed è tutt’ora, un periodo strano. Come mi ha detto una mia amica fotografa quando ci siamo incontrate dopo il lockdown “è sembrato un brutto sogno”. La cosa preoccupante è che, metaforicamente, non ne siamo ancora usciti e non ci siamo ripresi da questo incubo. 
Spero di tornare presto a scattare e recuperare gli shooting che sono stati annullati.

Quali consigli, sia tecnici che pratici, daresti a un giovane che vuole approcciarsi per la prima volta alla fotografia?

Non sono brava a dare consigli hahaha.
Però direi.. leggere, studiare e capire il lavoro degli altri fotografi e mettersi sempre in discussione.

The Guestbook – Valeria Dellisanti
Photography
The Guestbook – Valeria Dellisanti
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Cinematography – Grand Budapest Hotel

Cinematography – Grand Budapest Hotel

Giordana Bonanno · 3 giorni fa · Photography

Venerdì è arrivato, di nuovo, e anche questo fine settimana avremo del tempo da dedicare al nostro hobby preferito: guardare un film. Se siete a corto di idee non preoccupatevi, non perderete tempo neanche questa volta perché abbiamo già scelto Grand Budapest Hotel, film che più o meno tutti abbiamo visto una volta nella vita, ma riguardarlo una seconda è sempre meglio.

È sicuramente il film più intricato e interessante di Wes Anderson e molto probabilmente anche il capolavoro estetico e narrativo del regista. Ha ottenuto ben nove nomination agli Oscar del 2015, trionfando nelle categorie “Miglior costumi”, “Migliore scenografia”, “Miglior trucco” e “Migliore colonna sonora”; ai Globe, invece, il film si aggiudicò la vittoria come “Miglior film commedia o musicale”.

(Ancora indecisi se guardarlo o meno?)

La storia è sicuramente bizzarra come i personaggi che ne fanno parte, talvolta anche così intricata che sembra impossibile uscirne, eppure niente è impossibile dentro quel misterioso Hotel in cui tutto è sospeso in un mondo surreale.

Wes, insieme al direttore della fotografia Robert Yeoman, costruisce ogni singola scena tenendo conto dei dettagli più impercettibili al fine di produrre immagini perfette anche in pausa e qui le scelte cromatiche sono il suo forte, tutti i film hanno infatti una palette di riferimento così da conquistare memorabilità tra i ricordi di chiunque li abbia già visti.

I colori giocano un ruolo importante dal momento che determinano due tipologie di scene: per quelle armoniche e tranquille prevale la selezione di colori tenui e pastello, mentre quelle incalzanti e stranianti appaiono sotto forti accostamenti cromatici. Inutile dire che la fotografia rappresenta l’elemento chiave nella realizzazione cinematografica e inutile anche dire che in questo Wes è il maestro.

Non c’è dubbio: il suo immaginario estetico ed artistico è unico, ma c’è chi, lasciandosi ispirare, ha costruito il proprio lavoro fotografico su una scelta cromatica e un’inquadratura ai limiti della precisione. È il caso di Teresa Freitas, giovane fotografa portoghese che attraverso i suoi scatti ci mostra scene comuni con un’attenzione meticolosa per gli elementi che le costruiscono, proponendo qualcosa che forse abbiamo già visto ma mai attraverso questa prospettiva.

Lo sapevi che: per le riprese esterne dell’hotel Wes utilizzò un modello in scala di 3 metri d’altezza, fatto interamente a mano, perché se questo fosse stato realizzato al computer, nell’idea del regista, sarebbe apparso al pubblico troppo sfalsato rispetto alla realtà.

Film: Comedy
Director: Wes Anderson
Writers: Stefan Zweig (inspired by the writings of), Wes Anderson (screenplay)
Stars: Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric

Cinematography – Grand Budapest Hotel
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Andreas Levers e la città vista di notte

Andreas Levers e la città vista di notte

Giulia Guido · 4 giorni fa · Photography

Mentre tutti fotografano lui lavora, mentre tutti dormono lui fotografa. Sto parlando di Andreas Levers, fotografo con sede a Potsdam che trascorre le notti tra le strade della città cercando di immortalare il loro lato più misterioso e cupo. Non è la prima volta che parliamo della sua serie At Night, ma dopo tre anni siamo stati molto contenti di scoprire che Andreas non si sia stancato di questo magico soggetto e che abbia continuato a scattare. 

Le notti che più attirano il fotografo sono quelle buie, fredde, in cui la nebbia si abbassa e copre gli ultimi piani dei grattacieli e permette di vedere solo ciò che ci sta veramente vicino. Il resto rimane un mistero, amplificato dalle luci bianche dei lampioni e dei neon, incapaci di trapassare la foschia. 

Ma mentre la luce, per forza di cose, non riesce a svelarci cosa c’è oltre il visibile, la nostra mente ha già intrapreso un viaggio fantastico: anche noi come Andreas Levers camminiamo nell’oscurità, cercando di non farci vedere, come se stessimo seguendo qualcuno, o come se qualcuno ci stesse seguendo. 

La calma, la consapevolezza di essere soli, gli unici svegli ci avvolge e ci accompagna ancora una volta in scenari che non perdono mai il loro fascino. 

Noi speriamo che At Night non finisca mai, che come noi non vediamo l’ora di vedere la prossima foto, Andreas Levers non veda l’ora di scendere per strada, quando la città si addormenta e la magia diventa realtà. 

Scopri i nuovi scatti della serie fotografica At Night qui sotto e per rimanere sempre aggiornato sui lavori di Andreas Levers vai sul suo sito e seguilo su Instagram

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