Collyrium – Un approfondimento sul nuovo cinema americano di Denis Villeneuve

Denis Villeneuve è sicuramente uno dei registi più interessanti del panorama mainstream contemporaneo. È uno che i film li sa fare e li sa far vendere in modo eccezionale. La sua filmografia si può dividere in due parti.

La prima, quella appartenente al suo periodo canadese, vede una regia sicuramente più acerba ma proprio per questo in grado di osare di più. I film sono fortemente caratterizzati e il regista non rinuncia a qualche guizzo più sperimentale.

La seconda parte è invece quella Hollywoodiana, dove Villeneuve inizia a lavorare su film con budget decisamente più consistenti e cast più rinomati. Nonostante questo drastico cambiamento le sue nuove opere tutte americane sono comunque degne di nota e la prova schiacciante é proprio il suo ultimo lavoro Blade Runner 2049.

Ma andiamo con ordine, i primi film del regista non sono molti conosciuti e partiremo proprio parlando di quelli.

August 32 on earth (1998): Il primo lungometraggio del regista (presentato a Cannes) vede come protagonista Simone, una giovane donna che in seguito ad un violento incidente stradale decide di volere un bambino. Una volta presa questa decisione cerca di convincere il suo migliore amico ad essere il padre, lui accetta ad una sola condizione: il bambino deve essere concepito a Salt Lake City. Così i due partono per un avventura che insegnerà loro molto sulla solitudine, l’amicizia e la scoperta di sé. In questa pellicola, il regista ci introduce al genere drammatico, che si porterà appresso lungo tutto il suo percorso professionale anche se declinandolo in maniere differenti.

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Maelstrom (2000):  la storia parla di una ragazza di successo che, inaspettatamente, si trova invischiata in un incidente stradale che le cambia la vita per sempre. Nonostante da un lato la ragazza cerchi in tutti i modi di cancellare quel terribile incidente dalla sua memoria, dall’altro proverà in tutti i modi a conoscere di più sulla vita della vittima. Un secondo lungometraggio forte e crudo che analizza il tema della ricerca di sé, della voglia di riscoprirsi. In un mondo dove tutti siamo talmente presi dagli affanni quotidiani, Maelstrom fornisce gli spunti per riflettere sulla propria vita.

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Polytechnique (2009): La strage avvenuta al politecnico di Montreal il dicembre del 1989 viene raccontata da Villeneuve con uno splendido ed altrettanto potente bianco e nero. Il film può essere facilmente accomunato ad Elephant (del re del cinema indipendente americano Gus Van Sant), ma, a differenza di quest’ultimo, Polytechnique non si limita a raccontare i fatti avvenuti, scorgiamo infatti un insegnamento abbastanza esplicito. Il truculento film è un’accurata analisi della condizione femminile alla fine del XX° secolo nonostante i fatti siano narrati con meticoloso impegno tanto da porre l’attenzione dello spettatore sulla bestialità dell’accaduto.

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La donna che canta (2010): film chiave all’internato della cinematografia di Villeneuve. Infatti, è proprio questo il lavoro che lo pone sotto gli occhi della critica internazionale tanto da guadagnarsi una nomination all’Oscar come miglior film straniero. In questo film drammatico denso di mistero il regista vuole mostrarci una storia sconvolgente, piena di colpi di scena, che tiene lo spettatore incollato allo schermo per due ore. Tutto questo si concretizza in una pellicola che strizza l’occhio al mirabolante mondo dell’intrattenimento americano, ma nonostante questo l’opera risulta tutto sommato solida e originale. La storia parla di due gemelli che in seguito alla morte della madre e alla lettura del suo testamento decidono di tornare nella casa materna per indagare sul suo ignoto passato.

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Enemy (2013): film tratto dal libro di Saramago segna il vero e proprio termine dell’esperienza canadese. Con un bravissimo Jake Gillenal, ed incentrato interamente sul tema del doppio e delle sue interpretazioni sociologiche contemporanee. È infatti questo il pretesto che il regista usa per analizzare il caotico conflitto interiore che spesso viviamo e la costrizione alle convenzioni sociali. L’analisi di Saramago e di Villeneuve non si ferma qui. Un film ermetico che vi costringerà ad un confronto con voi stessi.

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Prisoners (2013): prima produzione americana del regista, un lavoro da 45 milioni di dollari dove vediamo un cast formato da Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal e Paul Dano. Qui stiamo parlando di un thriller, un thriller si molto catchy ma anche fatto egregiamente. Non è un film sperimentale come potevano essere i suoi primi lavori permeati di animo più coraggioso. Prisoners è un thriller americano, un film di maniera, robusto, che talvolta fa l’occhiolino al cinema coreano e della stessa famiglia di Mystic River, Gone Girl, di Zodiac o di Old Boy dove la professionalità registica incontra una storia intricata, ma perfettamente sviluppata. Il film racconta la vendetta personale di un uomo dopo la scomparsa della figlia, esplorando le atmosfere torbide della provincia americana, lo smarrimento e le derive psicologiche.

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Sicario (2015): il regista passa dal thriller all’azione. Sicario parla della lotta ai cartelli messicani da parte del governo americano, il tutto filtrato attraverso gli occhi inesperti di una giovane agente della FBI che si ritrova immischiata in un sistema di ambivalenze e compromessi morali, in cui la distinzione fra buoni e i cattivi diventa sempre più inconsistente, una giungla urbana in cui le leggi americane non valgono più per nessuno. Il risultato è un film crudo, violento ed adrenalinico che si è guadagnato un ottimo riscontro di critica presenziando anche al festival di Cannes. Un esercizio che dimostra quanto anche i film d’azione possono veicolare riflessioni mature, mescolando intrattenimento e autorialità.

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Arrival (2016): primo film di fantascienza affidato al regista canadese. La pellicola è un adattamento di un racconto di Ted Chiang che vede al centro della vicenda una prestigiosa insegnante di linguistica (interpretata da una meravigliosa Amy Adams) che a seguito di una misteriosa “invasione” aliena viene contattata dal governo per cercare di trovare una via di comunicazione. Il film esce dalla canonica fantascienza, inserendosi nel filone di un cinema di genere maturo e rigoroso che eredita la lezione di Kubrick, Tarkovskij e Scott. Gli alieni non si vedono quasi mai, le astronavi sembrano monolitiche installazioni architettoniche e la vicenda non è incentrata sulla sopravvivenza ma sulla pura e semplice linguistica. Una riflessione sulla necessarietà del linguaggio, sul potere rivelatore della parola, sulla concezione di tempo, sull’accettazione e comprensione della vita.

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Blade runner 2049 (2017): ok questa credo sia la prova finale per ogni regista. Mettere mani sul sequel di un film così sacro è una responsabilità incredibile, sopratutto dopo aver visto negli anni centinaia di film rovinati dai sequel contemporanei (Star Wars, Trainspotting e si potrebbe continuare per ore). Ma Villeneuve ci riesce. Il regista canadese non solo offre un degno sequel alla visionaria opera di Ridley Scott ma ne approfondisce anche l’universo, in maniera delicata, ponderata e mai eccessiva anche se a tratti irrisolta. Un film che unisce potenza visiva, onirica, magnifica e una sceneggiatura che scava nella filosofia dell’universo creato da Scott e dallo sceneggiatore Hampton Fancher. Il film è un successo, sia di incassi che di critica. La storia o l’universo cyberpunk di Blade Runner non dovrebbe avere bisogno di spiegazioni, ma in caso non sapeste di cosa si stia parlando, correte immediatamente a vedere il primo (sia nella versione originale che Director’s Cut) e il suo degnissimo sequel. Non ve ne pentirete.

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Dopo le ultime fatiche intrise di fantascienza, Villeneuve decide di dedicarsi nuovamente ad un remake interspaziale: Dune. Film poco noto, nonostante la prima versione sia stata girata dal leggendario David Lynch nel 1984. Il regista ha già annunciato che i film saranno due o più. Direi che l’attesa è piuttosto alta.

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