Collyrium – Il cinema di Xavier Dolan, l’enfant prodige

È giunto il momento di parlare di Xavier Dolan, giovanissimo regista canadese che in pochi anni è riuscito a cambiare il cinema.

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18 Febbraio 2019

È giunto il momento di spendere qualche riga parlando dell’enfant prodige del cinema contemporaneo: Xavier Dolan. Questo soprannome (enfant prodige) che può sembrare nient’altro che un nomignolo mediatico, in realtà nasconde dietro non poca verità. La sua carriera registica infatti, inizia in maniera molto precoce a diciannove anni, preceduta da una florida esperienza attoriale. Già nel ’94, a soli cinque anni, partecipa a una serie televisiva che gli consentirà poi, negli anni, di crescere tanto come attore quando come artista a tutto tondo.


Xavier Dolan nasce a Montreal nel 1989 da padre attore e madre insegnate. La sua formazione cinematografica inizia però molto presto, infatti nei primi anni della sua vita compare in numerosi spot pubblicitari ed in qualche piccola produzione televisiva. Il primo vero momento di gloria avviene però nel 2008, quando recita in Martyrs, horror canadese diventato immediatamente di culto per gli amanti del genere. Questa grossa esperienza da interprete gli permette di iniziare a lavorare al suo primo film, ma questa volta dietro alla macchina da presa.

Così, l’anno successivo arriva nelle sale J’ai tué ma mère (ho ucciso mia madre), film scritto, diretto e anche interpretato dall’enfant prodige che riesce subito a gareggiare a numerosi festival ottenendo quasi una trentina di nomination e ben 13 vittorie (di cui svariate a Cannes). Quest’opera d’esordio si può quasi definire autobiografica, ma, nonostante questo, presenta già svariati elementi che caratterizzano il suo cinema futuro.

xavier dolan collyrium | Collater.al

J’ai tué ma mère è infatti la storia di un ragazzo omosessuale che vive in un rapporto conflittuale con la madre. Al centro infatti della sua indagine troviamo il rapporto genitori e figli che permea quasi tutta la sua produzione successiva. Per il cineasta di Montreal infatti la madre, intesa come genitrice, ma anche in senso più lato come famiglia, è il punto di partenza di ogni conflitto che spesso si manifesta come un’incomunicabilità esistenziale.

Questa lettura, profondamente intimista e profondamente drammatica, trova una nuova forma in Laurence anyways e il desiderio di una donna, questa volta però raccontando dieci anni di un amore tra una transessuale M to F e la sua compagna. Laurence anyways è un tripudio di gioia, accettazione, amore e forza che si mischia in più occasioni con sentimenti contrastanti di incomprensione, violenza e disperazione.

Questa seconda opera del regista è un film fortissimo, sicuramente uno dei più carichi e sconvolgenti della sua filmografia che introduce un nuovo elemento, appena accennato nella sua prima opera: il racconto dell’outsider. Dolan dà voce alle persone ai margini delle società, i bullizzati, gli omosessuali ed i transessuali che nella sua visione estremamente poetica ed estetica esprimono un sentimento di libertà e vitalità. È dalla diversità che si crea l’identità, anche attraverso un’esistenza dolorosa.

Questa prima fase artistica, ampiamente riconosciuta dalla critica e dal pubblico, trova il suo picco massimo nel 2014, anno in cui arriva nelle sale Mommy

La storia raccontata è molto semplice e scarna. Ancora una volta si parla di un rapporto difficile tra madre e figlio, al quale si aggiunge un terzo personaggio, una vicina di casa, che creerà un nuovo equilibrio nella coppia. Il film, fortemente estetico, è raccontato quasi nella sua interezza utilizzando un formato anticonvenzionale per il cinema (1:1)

Questa pellicola, non è solo rappresentativa in quanto manifesto del suo cinema, ma riesce anche ad entrare nella storia della settima arte grazie ad alcune accuratezze registiche. In particolare nella scena finale, dove il protagonista con un movimento delle braccia riesce a cambiare il formato stesso del film (infatti dal 1:1 si passa al 16:9).

In un attimo il regista è riuscito a rompere la barriera del meta cinema creando una vera e propria narrazione dietro alla narrazione, dove il formato stesso rappresenta le ristrette sovrastrutture imposte dalla crudele società contemporanea. Dietro all’approccio fortemente estetizzante e alla colonna sonora che spazia dalla musica classica a quella pop, intravediamo le tematiche tanto care al regista canadese portate all’esagerazione. Quello di cui stiamo parlando è infatti un film che, nonostante la trama essenziale, riesce ad affrontare temi molto forti, ma in maniera velata, delicata e soprattutto semplice. 

Ma la ricerca formale e sostanziale di Dolan non si ferma di certo con Mommy, negli anni successivi infatti il regista si cimenta, tra le altre cose, nel mondo dei video musicali, nei quali riesce a trasparire senza alcuna difficoltà il suo marchio di fabbrica. Sto parlando di College Boy degli Indochine e Hello di Adele.

I sui lavori successivi, nonostante lo straordinario successo ottenuto con quest’ultima pellicola (tra cui il Gran Prix della Giuria a Cannes), non saranno da meno. Arriva infatti nel 2016 Juste la fin du monde ( È solo la fine del mondo), film che parla di un regista teatrale omosessuale che torna nella sua casa d’origine per comunicare il suo cagionevole stato di salute e la sua morte prossima. Ancora una volta vediamo la famiglia, con le sue premure ma anche le sue violenze che diventano causa di una forte incomunicabilità

È giusto, concludendo, analizzare brevemente il gusto visivo che ha sempre caratterizzato fortemente ogni suo lavoro, dal cinema fino ai videoclip. La visione del mondo Dolaniana è fatta di eccessi e contrasti (la vita e la morte, la libertà e le costrizioni sociali) che vengono assecondati anche a livello fotografico, alternando campi lunghi e dispersivi a campi strettissimi quasi volti a riprendere l’anima dei personaggi. Ma non solo.

L’uso del colore e della musica sono altri elementi imprescindibili del suo cinema, che anche in questo caso vivono di contrasti ed eccessi. Dalla musica più sperimentale si passa a quella mainstream, allo stesso modo in cui ogni suo lavoro è permeato da una forte e preponderante carica cromatica che vira dai freddi colori della morte fino ad una più calda ed energica palette.

Il cinema di Dolan è un vortice di emozioni che si distacca drasticamente dal cinema di intrattenimento per metterci a stretto contatto con i nostri sentimenti più profondi.

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