Lo scorso weekend, da CAN Art, a Ibiza, c’erano anche le opere di Daniel Fleur – un artista che riesce in un’impresa non da tutti: farci soffermare sulle sue opere.
Nel pieno di un’epoca iperveloce, fatta di scroll compulsivi e immagini che durano meno di un secondo, Daniel Fleur sceglie di dipingere lentamente. I suoi quadri hanno un peso specifico insolito: sono costruiti strato dopo strato, con una cura e una precisione che derivano da un background tecnico solidissimo. Eppure, non c’è nulla di rigido nella sua pittura. Al contrario, quello che colpisce è la leggerezza con cui Fleur riesce a parlare di temi profondi come il materialismo, l’identità sociale e la pressione del vivere contemporaneo, infilandoci dentro un’ironia che sorprende e disarma.
«Cerco di creare lavori che funzionino su più livelli», ci ha raccontato. «Mentre dedico molta attenzione agli aspetti tecnici – dalla stratificazione alla materia – voglio anche introdurre una tensione, una contraddizione. I titoli in questo sono fondamentali: spesso cambiano il tono o invitano a una seconda lettura, facendo sì che lo spettatore si chieda cosa stia realmente guardando. È proprio quella frizione tra serietà e gioco che mi interessa».
Guardando i suoi dipinti, è facile pensare all’iperrealismo. Ma Fleur prende le distanze da questa etichetta: «Penso al realismo più come a uno strumento che a un obiettivo. Voglio che i miei quadri siano credibili, e a volte questo significa scendere nei dettagli per catturare una superficie o una texture. Ma non punto all’iperrealismo. Dal vivo, i dipinti sono spesso più liberi di quanto non sembrino in foto: si vedono le pennellate, le stratificazioni, persino gli schizzi di colore lungo i bordi. La macchina fotografica appiattisce queste qualità fisiche, spingendo il lavoro verso una sensazione iperreale che non è del tutto accurata».
È interessante anche il modo in cui nascono le sue immagini: spesso tutto parte da un’osservazione quotidiana, da un dettaglio apparentemente banale. «Molte volte inizia con qualcosa di piccolo e un po’ ridicolo — un meme, una foto da un post vacanziero “good vibes only”. Mi interessa il modo in cui le persone curano la propria vita per mostrarla in pubblico, soprattutto sui social, e come questa performance influenzi l’identità e il desiderio. Ci sono momenti dell’anno, come l’estate, che sono pieni di questo tipo di contenuti. Scorro spesso feed di influencer o blog di lifestyle. Non sempre con intento critico: a volte trovo semplicemente bellezza o stranezza in come certe cose vengono messe in scena».
Fleur non si nasconde dietro mode o provocazioni. Lavora con la pittura come si faceva una volta, con pazienza e rispetto per il mezzo, ma con uno sguardo lucido sul presente. «Credo che ci sia qualcosa di potente nel rallentare e dedicarsi a un processo che richiede tempo. La pittura è un mezzo antico, ma ha ancora la capacità di parlare al presente in modi inaspettati. La mia ambizione è diventare il miglior artigiano possibile — non per nostalgia, ma perché penso che la fisicità della pittura offra qualcosa di diverso, qualcosa di corporeo. In un mondo che si aggiorna continuamente, voglio creare immagini che riescano a trattenere lo sguardo un po’ più a lungo».
