Il rap risuona nelle fotografie di Enrico Rassu

Classe 1996, Enrico Rassu è uno dei fotografi più conosciuti e rinomati nell’ambiente musicale italiano. Noi gli abbiamo fatto qualche domanda per spiegarci il suo lavoro e i suoi scatti.

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30 Ottobre 2019

La storia di Enrico Rassu comincia non molto tempo fa. Classe 1996, fin dagli anni dell’adolescenza coltiva due grandi interessi, quello per la musica e quello per la fotografia. Ma se nel primo campo non è mai riuscito a distinguersi per bravura, nel secondo brilla fin da subito.

Così, con la valigia in una mano e la macchina fotografica nell’altra parte da Sassari per approdare a Milano, città che gli permette di studiare Moda, Pubblicità e Comunicazione, ma che soprattutto rappresenta un trampolino per la sua carriera, perché dall’ambiente meneghino, che rimane il suo quartier generale, arriva a Londra, ma anche a Parigi, New York.

Oggi, dopo molteplici viaggi ed esperienze, il fotografo si distingue dai suoi colleghi grazie al talento e alla capacità di catturare i volti e gli ambienti legati alla scena musicale rap. Dal risultato si percepisce sia la bravura di Enrico Rassu, che da autodidatta è riuscito a crearsi uno stile unico e riconoscibile, sia la passione per ciò che fotografa e che passa davanti al suo obiettivo.

A caratterizzare i suoi scatti è la scelta del bianco e nero che riesce a dare un’aria immortale ai suoi soggetti. Gli attimi prima di salire sul palco, le prove, gli sguardi nei dietro le quinte vengono congelati dalla macchina, rimanendo sospesi nel tempo.

Noi, affascianti dal suo lavoro, gli abbiamo fatto qualche domanda per farci raccontare un po’ di più su di sé e sui suoi scatti.

Enrico Rassu | Collater.alEnrico Rassu | Collater.al

Scatti quasi sempre in pellicola, cosa pensi, invece, della fotografia digitale?

Sí, quasi tutte le fotografie all’interno del mio portfolio sono in pellicola. Ritengo che il digitale sia un grande vantaggio e una semplificazione per il lavoro del fotografo. La possibilità di poter controllare decine di comandi, non dover scegliere una pellicola in colore o b/w, fare centinaia di foto e vedere istantaneamente su uno schermo il risultato rende la fotografia controllabile. In generale diminuiscono i rischi. 
Nella fotografia di concerti penso che il digitale possa dare una resa migliore nella gestione delle luci e dei colori. Ma in realtà la macchina fotografica è solo il mezzo, siamo noi la fotografia. Uno scatto interessante può essere realizzato con qualsiasi apparecchio, l’importante è l’idea che c’è dietro. 
Ciò che mi ha davvero spinto verso la fotografia analogica è l’incontrollabile e l’inaspettato. Non poter sapere fino a giorni dopo il risultato, lo scattare di meno e pensare di più; la reazione dei chimici che cambia da pellicola a pellicola ha reso ogni mia fotografia unica. 

Com’è nata la tua passione? Ci sono fotografi che hanno influenzato il tuo modo di concepire un’immagine? 

È stato un processo naturale. 

Ho passato una buona parte della mia adolescenza all’interno di garage diroccati, spesso sottoterra, che chiamavamo “salette”. I miei amici del tempo stavano ore e ore a fare musica, mi son subito reso conto di non esser bravo con uno strumento quindi ho trovato qualcosa che mi permettesse di far parte di quel viaggio. Col passare degli anni, dopo essermi trasferito a Milano per l’università (ho studiato Media e Pubblicità), ho capito, progetto dopo progetto, che poteva essere veramente un lavoro. 
Sono cresciuto in un periodo storico dove siamo bombardati ed educati alla visione di immagini di ogni tipo. Ho capito di non voler solo essere un fruitore ma di voler creare a mia volta e raccontare delle storie. La fotografia è stata per me il mezzo più diretto. Annie Leibovitz, Anton Corbijn, Ferdinando Scianna e Guido Harari son stati per me grandi maestri. 

Cosa vuoi comunicare di questa scena musicale? Hai un brano preferito o un artista al quale sei particolarmente legato? 

Il dietro le luci e gli aspetti della vita di un artista che il pubblico non vede. La mia fotografia ha infatti un’anima fortemente documentaristica: non si focalizza sul set in studio e sulle immagini in posa, ma va a favore di una narrazione più intima, impossibile da creare senza un forte legame con l’artista e lo studio del contesto dentro il quale è immerso. In questo momento in Italia ho creato un forte legame con il cantante Tredici Pietro. Ci siamo incontrati agli inizi del suo percorso e ora lo sto seguendo per tutto il suo tour. Stiamo lavorando a qualcosa di importante assieme, che durerà nel tempo e non svanisce con un click. 

Il mondo trap/rap è noto anche per i suoi colori e la sua eccentricità, come mai tu scegli quasi sempre il bianco e nero per rappresentarlo? 

Enrico Rassu | Collater.al

Quando ho iniziato ad approcciarmi alla fotografia passavo ore ed ore a guardare i libri fotografici del jazz e del rock’n’ roll. La maggior parte degli scatti di quel tempo erano in bianco e nero. Iniziando a seguire i primi artisti volevo dare loro la stessa immagine, potente e senza tempo, che le scale di grigi e il contrasto tra bianco e nero riescono ad evocare. Penso che per la mia ricerca possa essere più efficace, il colore distrae sempre chi guarda una foto, ci si concentra di più sul colore che sul contenuto e sui momenti che vengono colti. 
In questo momento se apriamo il profilo di qualsiasi rapper tutte le fotografie sono perfettamente bilanciate, in posa, colorate, tutte uguali. Il digitale e i filtri i hanno completamente appiattito la fotografia. Io invece preferisco la grana, l’errore, tutti gli elementi che rendono una fotografia viva. 

Sei riuscito a collaborare con molti artisti sia italiani, sia stranieri; come riesci a stabilire il tuo legame personale col soggetto nella fase di scatto? Hai un aneddoto legato ad uno di questi momenti? 

Un’esperienza che porto sempre con me è sicuramente quella di Copenaghen nel 2017. Vengo scelto dalla rivista Milk assieme ad Ovo Sound per fotografare il concerto dei Majid Jordan. Alla fine della performance avevo dieci minuti a disposizione per incontrare gli artisti e scattare dei ritratti più intimi per poi tornare in Italia il giorno dopo. Aspetto i cantanti in una sala, arrivano, e iniziamo a parlare, della Sardegna che loro conoscono bene, e di tante altre cose che abbiamo scoperto avere in comune. La sessione di scatti dura più di 30 minuti e decidono di invitarmi all’after party con loro per continuare i tanti discorsi. 

Lì, alle 3 di notte durante il dj set, prendono il microfono e mi chiedono di seguirli fino alla fine del loro tour europeo. Mi dicono che son rimasti colpiti dalla mia energia e dalle vibes che aleggiavano in quell’incontro. Salgo sul loro tour bus, qualche grado sotto zero senza nemmeno una giacca che nella fretta dimentico lì e iniziano giorni incredibili. 
Grazie alla fotografia si stabiliscono dei misteriosi intrecci con gli artisti che ho davanti, che molte volte non ho mai incontrato prima di quello scatto e con cui poi ho creato delle bellissime storie.

“Grazie alla fotografia si stabiliscono dei misteriosi intrecci con gli artisti che ho davanti”

Dove vuole arrivare Enrico Rassu, qual è il suo più grande sogno? 

Dove non sono stato. 
L’obiettivo è portare la mia visione e il mio racconto non solo nella musica, ma documentare la moda, il cinema e la cultura popolare. 

C’è un artista in particolare che vorresti scattare in futuro? 

Ce ne sono tanti, Drake è uno di questi. Ho avuto la fortuna di seguire alcune date del suo Assasination Vacation Tour in Europa e di ritrovarmelo a fianco. Vorrei scattarlo nella casa dove è cresciuto a Toronto, con suo padre. 

Enrico Rassu | Collater.al
Enrico Rassu | Collater.al
Enrico Rassu | Collater.al
Enrico Rassu | Collater.al
Enrico Rassu | Collater.al
Enrico Rassu | Collater.al
Enrico Rassu | Collater.al
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