Nelle fotografie di Ricky Barel (@rickybarel) il mondo viene ridotto a un rapporto elementare: un soggetto e uno sfondo. Non c’è disordine visivo, non ci sono elementi di troppo a distrarre l’occhio, solo una figura, umana o architettonica, isolata su una superficie piatta e omogenea che funziona quasi come un fondale teatrale. È una fotografia che nasce da un gesto di sottrazione continua, dove ogni scatto sembra il risultato di un lavoro di pulizia visiva più che di aggiunta.
Un uomo che legge il giornale disteso a mollo, con solo la testa e i piedi che affiorano da un’acqua color latte, perfettamente immobile. Una figura in kimono davanti a due bancomat identici, ritagliata contro un muro rosso acceso che occupa la quasi totalità dell’inquadratura. Un balcone siciliano sospeso su un intonaco color crema, la cui ombra proiettata ha la stessa precisione grafica dell’oggetto reale. In ognuna di queste immagini il soggetto sembra quasi applicato sopra lo sfondo, con un effetto straniante che è insieme fotografico e illustrativo, merito anche della scelta di superfici uniformi che azzerano ogni riferimento di profondità.


Ricky Barel lavora spesso anche da prospettive elevate, dove le figure umane, viste da terra protagoniste indiscusse dell’inquadratura, si riducono a piccoli elementi che entrano a far parte di pattern più ampi. Non sono più individui isolati nel senso frontale del termine, ma diventano tasselli di una composizione più grande, punti di colore o di contrasto disposti e osservati con la stessa attenzione con cui si guarderebbe un disegno astratto. Predilige inoltre il negative space, lasciando che il vuoto abbia lo stesso peso compositivo del pieno, e usa colori naturali senza forzature o saturazioni eccessive.


L’obiettivo dichiarato di Barel è creare immagini che invitino l’osservatore a fermarsi, a rallentare lo sguardo per scoprire la bellezza nella semplicità. In un panorama fotografico spesso dominato dalla ricerca dello scatto d’impatto immediato, il suo lavoro propone invece una fruizione più lenta, quasi contemplativa, dove il piacere visivo nasce proprio dall’essenzialità della composizione più che dalla spettacolarità del soggetto.





