“GAN Art” e le opere d’arte che non esistono

“GAN Art” e le opere d’arte che non esistono

Tommaso Berra · 1 anno fa · Art

Descrivere le opere parlando della tecnica con le quali sono realizzate coincide con un approccio accademico in molti casi necessario. Aiuta la catalogazione e l’inserimento in serbatoi tematici con il quale siamo abituati a raccontare la storia dell’arte. In un discorso di definizioni, la tecnica nel tempo ha lasciato spazio al concetto e all’astrazione: l’astrazione dell’arte prima della manifestazione dell’arte.
Oggi uno dei campi di maggior sperimentazione è quello digitale. Il metaverso inseguito da Mark Zuckerberg e Meta non è solo una possibilità commerciale, ma uno spazio di creazione. Gli NFT vengono battuti all’asta come olii su tela fiamminghi e il linguaggio non è più quello della grande tecnica pittorica né dell’arte concettuale, ma un linguaggio di codici informatici, come nel caso della GAN Art.
Il GAN (generative adversarial network) consiste in un insieme di reti neutrali che vengono addestrate attraverso un algoritmo per generare nuovi dati. Da questo set di dati l’algoritmo ricava informazioni e crea nuove immagini o video, creando forme ma anche oggetti iper definiti, che hanno una importante caratteristica: non esistono realmente

Le possibilità di creare opere aumentano e cambiano in relazione alle informazioni immagazzinate dalla rete, e a cambiare è di conseguenza anche il ruolo dell’artista. I GAN artist si posizionano più vicini al concetto che i rinascimentali avevano della professione, sono artigiani informatici, in quasi tutti i casi privi di una formazione accademica a favore di una numerica. La GAN Art si apre all’improvvisazione, intesa come risultato creativo, come spontaneità, ma non nel momento della creazione. Maneggiare codici e algoritmi richiede necessariamente un knowhow informatico.
Le immagini di soggetti che non esistono stanno aprendo numerose possibilità ai galleristi e alle case d’asta, con deviazioni e punti di contatto con espressioni più contemporanee come i meme. Per la prima volta si sta creando un momento in cui l’arte è prodotta e non più riprodotta

Che cos’è?

Qualche anno fa aveva fatto rumore la pagina “This Person Does Not Exist” (ideata dall’ingegnere informatico Uber Phillip Wang), che attraverso il GAN generava volti di persone inesistenti. La pagina aveva l’obiettivo di “sensibilizzare l’opinione pubblica” come dichiarato da Wang, e aprire le porte alle infinite possibilità del GAN e non banalizzare il discorso agli esempi di deepfake.
Lo stesso Ian Goodfellow, il primo ad introdurre questa tecnologia dopo gli studi informatici a Stanford in Deep Learning e Machine Learning, ha pensato al GAN per “migliorare lo stato dell’arte in termini di qualità e distribuzione”.

Basta cliccare sul sito thisxdoesnotexist.com per capire quanto possa essere, anche, angosciante guardare le immagini iperrealistiche di GAN Art. Suscitano un diverso effetto quelle astratte, in cui a mischiarsi sono i colori, senza definire forme precise. In queste ultime c’è uno degli aspetti più interessanti della forma d’arte, ovvero l’impressione di incompiutezza. Ci sono vuoti di definizione dell’immagine e la curiosità nasce da quella sensazione di cogliere forme vagamente famigliari o già viste, semplicemente perché è così. È possibile unire in un’unica immagine o video tutte le opere di una stessa corrente artistica, oppure con uno stesso tema, come fatto da Anna Riedler insieme al programmatore David Pfau in Bloemenveiling (2019), una serie di tulipani ricavati da quadri del XVII secolo.
Come detto la GAN Art non apre molte strade all’improvvisazione, gli esempi citati fino ad ora e quelli che seguiranno sono accumunati da un approccio necessariamente informatico prima che artistico. Anche la potenziale continua rielaborazione delle opere, una delle grandi possibilità del mezzo (pensate a un videogioco in cui il paesaggio si crea all’infinito, sempre diverso) richiede un lavoro enorme di correzione dei codici e rieducazione dell’algoritmo.
La GAN Art non ha un limite di ricezione, tant’è che ultimamente è sempre più sfruttata per eventi ed Installazioni. Bulgari di recente ha allestito un’esperienza sensoriale in Piazza Duomo a Milano, mentre Christie’s già nel 2019 aveva parlato di Intelligenza artificiale e GAN nel suo Art e Tech Summit. 

Opere d’arte che non esistono

Su thisxdoesnotexist.com è possibile non solo ricreare opere d’arte come quadri, ma anche oggetti di artigianato e design, anfore antiche o sedie, così come altre categorie più bizzarre quali le idee, la satira o le emozioni. Anche testi di canzoni, mappe, parole, occhi o cavalli, tutto creato in machine learning.
Mario Klingermann, artista e programmatore pioniere della GAN Art, ha lavorato con diverse realtà, curatori e musicisti, tra questi la collaborazione con i Massive Attack per il loro EP Eutopia è un esempio. Klingermann è anche il primo artista ad aver visto una sua opera di Intelligenza Artificiale venduta in una casa d’aste. È stata Sotheby’s a battere nel 2019, per 40mila sterline, l’opera “Memories of Passerby”.
Altri progetti interessanti sono quello di Noah Veltman che genera locandine dei film (divertente cercare di riconoscerli), oppure quello del Kazako Amir Zhussupov che ha creato un algoritmo capace di unire in una sola opera le illustrazioni di Hans Ruedi Giger. Sofia Crespo sceglie di concentrare la sua ricerca sulle forme della natura, Robbie Barrat su immagini di nudo, che complicano ancora di più il discorso sulla censura e sull’imprecisione dell’algoritmo che definisce cosa sia giusto o meno pubblicare sui social.
Come detto tutti questi artisti sono in primis tecnici. Si crea così, non certo volutamente, un attrito provocatorio tra la figura del tecnico nerd che vede le immagini come numeri e la versione tradizionale dell’artista visionario, abituato all’astrazione. 

Non è secondario questo ruolo del GAN. Il dialogo e la messa in discussione dell’identità e del ruolo degli artisti ha coinciso in molti casi con momenti di grande innovazione e rottura. Il crescente interesse da parte del mondo dell’arte per NFT e AI, posiziona le opere di GAN Art come uno dei prodotti più contemporanei e dal maggior potenziale espressivo. Si riesce a sfruttare linguaggi più diretti come quello dei meme, recepibili, fatti di simboli, testi e layer stratificati, i quali creano una similitudine con le informazioni contenute nei dati sovrapposti.
Con lo sviluppo del GAN in diversi ambiti della cultura e dell’informazione, potrebbe aprirsi un problema di tutela, ai quali si è già andati incontro per esempio con i video di deepfake. La GAN può già creare fake news, finti annunci di lavoro, finti annunci immobiliari, finti curriculum e canzoni che nessun musicista ha mai suonato. Rimane un territorio da esplorare per ragionare sull’origine dell’espressione artistica, del ruolo di partecipazione che gli artisti hanno in una comunità anche digitale e su quanto siano teneri quei gatti che, purtroppo, non esistono.

GAN Art | Collater.al
“GAN Art” e le opere d’arte che non esistono
Art
“GAN Art” e le opere d’arte che non esistono
“GAN Art” e le opere d’arte che non esistono
1 · 17
2 · 17
3 · 17
4 · 17
5 · 17
6 · 17
7 · 17
8 · 17
9 · 17
10 · 17
11 · 17
12 · 17
13 · 17
14 · 17
15 · 17
16 · 17
17 · 17
Isabella Ståhl è tornata a Nord

Isabella Ståhl è tornata a Nord

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

Isabella Ståhl è una fotografa svedese che si è trovata a riscoprire i paesaggi della propria infanzia dopo aver viaggiato in tutto il mondo, partendo da Stoccolma fino a New York, Parigi e Berlino. Il Nord rappresenta il punto cardinale dal quale si è spostata inizialmente, tornando poi una volta affinata la propria maturità artistica, che le ha permesso di guardare sotto una nuova luce i paesaggi rurali e malinconici della propria infanzia.
Nelle foto di Isabella Ståhl a dominare è la natura con i suoi vasti campi e gli animali selvatici e selvaggi avvolti nella nebbia, che nasconde anche tutto il resto del paesaggio come una coperta bianca. La straordinaria solitudine delle composizioni e la malinconia che entra dritta negli occhi degli spettatori sono due tra le caratteristiche principali del lavoro di Ståhl, fotografa affermata che nel corso della sua carriera artistica ha collaborato con alcuni dei più importanti brand ed editori internazionali. La sua capacità non è solamente quella di saper costruire una storia dietro ai momenti che sceglie di scattare, ma anche restituire come delle sensazioni fisiche di calore, freddezza, dei brividi che rendono protagonisti tutti coloro che si fermano a guardare le fotografie.

Isabella Ståhl è stata recentemente ospite della mostra collettiva ImageNation a New York, dal 10 al 12 marzo 2023 a cura di Martin Vegas.

Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl | Collater.al
Isabella Ståhl è tornata a Nord
Photography
Isabella Ståhl è tornata a Nord
Isabella Ståhl è tornata a Nord
1 · 14
2 · 14
3 · 14
4 · 14
5 · 14
6 · 14
7 · 14
8 · 14
9 · 14
10 · 14
11 · 14
12 · 14
13 · 14
14 · 14
Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Tommaso Berra · 3 giorni fa · Photography

Basta ascoltare le conversazioni che nascono dentro la propria testa a Cecilie Mengel per immaginarsi come potrebbero essere rappresentate fotograficamente. L’artista danese e ora residente a New York realizza scatti che sono dialoghi interiori nati dagli stimoli che lei stessa riceve da ciò che la circonda e dalle persone con cui si trova a vivere momenti molto quotidiani.
Il risultato è una produzione artistica che è contraddistinta da una forte varietà nei soggetti e nelle ambientazioni, così come nello stile, una volta documentaristico, altre volte più vicino a una certa fotografia posata e teatrale. Si passa da scatti rubati in casa durante una conversazione a dettagli di una latta di salsa Heinz trovata nel porta oggetti di un taxi, tutto ricostruisce una storia comune e quotidiana.
Anche la tecnica di Cecilie Mengel rispecchia questa stessa idea di varietà. L’artista infatti combina fotografia digitale e analogica, in altri casi la post produzione aggiunge segni grafici alle immagini. Le luci talvolta sono naturali altre volte forzatamente create con il flash, creando un senso d’insieme magari meno omogeneo ma ricco di suggestioni e raconti personali.

Cecilie Mengel è stato recentemente ospite della mostra collettiva ImageNation a New York, dal 10 al 12 marzo 2023 a cura di Martin Vegas.

Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Cecilie Mengel | Collater.al
Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore
Photography
Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore
Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore
1 · 12
2 · 12
3 · 12
4 · 12
5 · 12
6 · 12
7 · 12
8 · 12
9 · 12
10 · 12
11 · 12
12 · 12
Diego Dominici e il velo di Maya

Diego Dominici e il velo di Maya

Giorgia Massari · 3 giorni fa · Photography

Un velo delicato, quasi trasparente e impercettibile, fluttua davanti ai nostri occhi e filtra la realtà, che diventa soggettiva e mai assoluta. Il filosofo Schopenhauer lo chiamava “il velo di Maya”, quell’impedimento che vieta all’uomo di fare esperienza del reale, che ci illude di conoscere la Verità. Il fotografo Diego Dominici lo pone tra lo spettatore e i suoi soggetti, trasformandolo in effettivo protagonista delle serie Atman e Red Clouds. Le figure – uomini e donne – sono intrappolate nel velo, lottano con esso tentando di evadere, aggrappandosi con forza, cercando di penetrarlo, in altri casi invece lo accolgono, adagiandosi e uniformandosi alla sua morbidezza che persuade. Allo spettatore è permesso solo intravedere le forme dei loro corpi nudi e le loro ossa impresse sulla superficie, in una danza di luci e ombre che trasmettono sensualità e solitudine allo stesso tempo.


Diego Dominici tenta di rompere la bidimensionalità della fotografia, creando due piani di profondità: quello dettato dal tessuto e dalle sue increspature e quello in cui è posizionato il soggetto. L’occhio dello spettatore è portato a muoversi continuamente sulla superficie, cercando di superarla e raggiungere così il soggetto e le sue forme dunque, in altre parole, la Verità.
L’analogia con la psicologia umana è dichiarata dal fotografo che vuole “squarciare la bidimensionalità per indagare i grovigli dell’interiorità umana”. Come nei suoi scatti, l’uomo può scegliere di farsi cullare dal velo dell’illusione, farsi accarezzare da una fittizia realtà e rimanere fermo sul suo punto di vista, oppure può scegliere di romperla, raggiungendo così l’altro lato e guardare la realtà da un’altra prospettiva. Il tessuto, o meglio il velo, diventa l’emblema delle barriere relazionali, quegli ostacoli che si interpongono tra noi e gli altri, che ci impediscono di comprendere le ragioni altrui e che creano distanze incolmabili. Allo stesso tempo, il velo diventa parte di noi, una sorta di involucro che ci avvolge e ci plasma, impedendoci di andare oltre. Ma, come diceva Schopenhauer, il velo di Maya dev’essere abbattuto, squarciato come una tela di Fontana, l’uomo deve abbandonare l’involucro come un serpente che cambia la propria pelle, per potersi aprire all’altro. Del resto, cos’è l’amore se non “l’annullamento dell’ego, il crollo di ogni discriminazione cosciente e la rinuncia a ogni metodica scelta”? diceva Salvador Dalì ne La mia vita segreta. Le opere di Diego Dominici invitano quindi a una profonda riflessione intima ma, grazie alla sua estetica attentamente curata, possono anche semplicemente appagare la vista e apparire come opere sensuali, in cui il velo diventa un preludio al piacere intimo.

Diego Dominici | Collater.al
Diego Dominici e il velo di Maya
Photography
Diego Dominici e il velo di Maya
Diego Dominici e il velo di Maya
1 · 8
2 · 8
3 · 8
4 · 8
5 · 8
6 · 8
7 · 8
8 · 8
Dialogica: due progetti sull’eliminazione della discriminazione razziale

Dialogica: due progetti sull’eliminazione della discriminazione razziale

Laura Tota · 6 giorni fa · Photography

Il 21 marzo, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, dialogica vuole indagare la capacità delle immagini di contribuire, attraverso un’azione di alfabetizzazione visuale interculturale, all’abbattimento dei preconcetti legati ai fenomeni della migrazione o della diversità culturale.
Da quando a cavallo degli anni ’60 e ’70 Gordon Parks ha iniziato a raccontare con dignità e sensibilità la povertà, l’ingiustizia sociale e l’emarginazione vissute dagli afroamericani negli Stati Uniti, una nuova modalità narrativa ha affiancato il fotogiornalismo d’assalto, contribuendo a delineare una nuova iconografia capace di restituire una visione de-colonizzata, più realistica e meno stereotipata della figura del migrante o, più in generale, delle comunità nere. All’approccio puramente documentaristico le nuove generazioni di autori che lavorano con le immagini preferiscono un’indagine che si focalizzi più sul territorio in cui vivono, ricorrendo a linguaggi più ricercati o che approfondiscono le implicazioni sociali del fenomeno della migrazione.

Il lavoro “Nowhere Near” dell’autrice Alisa Martynova si concentra proprio sulla necessità di restituire un’identità peculiare all’erroneamente monolitica visione del migrante. Alisa ricorre a metafore e similitudini per raccontare le testimonianze di giovani migranti, intervistati in Italia (e non solo) nell’arco di oltre tre anni. I gruppi di migranti, protagonisti di viaggi estenuanti, vengono metaforicamente paragonati a costellazioni di stelle fuggitive, ovvero corpi celesti intrappolati sul confine dei buchi neri, una sorta di limbo da cui possono sottrarsi sono grazie a uno scontro tra due buchi neri: un evento eccezionale che proietta le stelle lontane da un equilibrio precario per raggiungere destinazioni non note.

Così, il Sogno di una vita migliore, del raggiungimento di un Eldorado a lungo immaginato, ma mai realmente visualizzato, viene poeticamente reso attraverso scatti realizzati in notturna in cui la luce svela per qualche secondo ciò che è nascosto, mostrando tessuti e vestiti iconograficamente legati alla cultura afro/orientale, ma catturati in luoghi altri, in cui spesso è presente quel mare attraversato coraggiosamente per raggiungere una vita migliore, o il bosco/foresta in cui nascondersi per diventare fantasmi in terra straniera.

Un cortocircuito visivo che ribadisce l’insistere di una cultura altra in un territorio sconosciuto, ma che accende una riflessione sul mondo interiore dei migranti con l’intento di suscitare reazioni in chi guarda e sottolineare l’individualità e peculiarità di ogni soggetto ritratto, portatore di storie, vissuti e racconti unici e irripetibili.

Sul pericolo di un appiattimento culturale delle comunità di colore si concentra anche il progetto “Black skin white algorithms” dell’autrice di origini angolane Alice Marcelino. Alice, il cui lavoro esplora la dimensione dell’appartenenza a partire dai concetti di cultura, tradizione, migrazione e identità, denuncia le anomalie presenti nelle tecnologie di rilevamento facciale nel momento in cui queste interagiscono con soggetti di pelle nera. Essendo principalmente programmate dall’uomo occidentale per rilevare pelle chiara, queste tecnologie non individuano in maniera ugualmente accurata le tonalità di pelle più scura, restituendo visioni sommarie o approssimative dei soggetti riconosciuti.

L’idea di inferiorità viene perpetrata quindi non solo in pregiudizi sociali inconsci, ma è alimentata anche dalle tecnologie, programmate da mani bianche occidentali, con una conseguente fornitura di potenziali false dichiarazioni. A sottolineare questo livellamento, Alice sostituisce la foto segnaletica dei soggetti con l’equivalente traduzione in codice ASCII (un set di caratteri standard compreso da tutti i computer) – che ne riduce l’identità a un risultato binario, privo di significato e complessità: la lettura del volto viene così annullata totalmente e resa illeggibile sia dall’uomo che dal sistema di riconoscimento facciale.

Alisa Martynova | Collater.al
Alisa Martynova | Collater.al
Alisa Martynova | Collater.al
Alisa Martynova | Collater.al
Alisa Martynova | Collater.al
Alisa Martynova | Collater.al
Alisa Martynova | Collater.al
Alice Marcelino | Collater.al
Alice Marcelino | Collater.al
Alice Marcelino | Collater.al
Dialogica: due progetti sull’eliminazione della discriminazione razziale
Photography
Dialogica: due progetti sull’eliminazione della discriminazione razziale
Dialogica: due progetti sull’eliminazione della discriminazione razziale
1 · 18
2 · 18
3 · 18
4 · 18
5 · 18
6 · 18
7 · 18
8 · 18
9 · 18
10 · 18
11 · 18
12 · 18
13 · 18
14 · 18
15 · 18
16 · 18
17 · 18
18 · 18