Intervista con Berardo Carboni, il regista di Youtopia

Intervista con Berardo Carboni, il regista di Youtopia

Aurora Alma Bartiromo · 5 anni fa · Art

La primavera continua a portare, con il suo venticello caldo, tante cose nuove e – speriamo – belle.
Non solo all’aria aperta, come si potrebbe essere portati a pensare, ma anche in sala. Quale sala? Quella cinematografica, ovvio.

Oltre agli attesissimi mostri sacri, Sorrentino e Garrone, anche film minori, ma non per questo meno interessanti, come Youtopia del regista abruzzese Berardo Carboni. Una storia estremamente moderna con una Matilda De Angelis in stato di grazia. Una storia divisa e pronta a dividere.

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Abbiamo incontrato Berardo per una chiacchierata su questo e altro.

Com’è arrivata l’idea?

Avevo fatto un film su Second Life totalmente girato in Machinima che è un sistema per cui tu registri le immagini all’interno del videogioco, non le ricostruisci, in poche parole hackeri il videogioco e filmi stando dentro il videogioco. Nel nostro caso abbiamo costruito alcune scenografie ma come si farebbe nella realtà, ad esempio se ci serviva una specifica scenografia che non esisteva nel videogioco la creavamo. Ma tutti i personaggi e la maggior parte della scenografia erano pre-esistenti. Ho fatto un casting con tutti gli avatar! Questa cosa inizialmente doveva essere lo storyboard di un film che non ho mai realizzato.

Però nel fare questa esperienza mi sono molto avvicinato ai mondi virtuali in generale, all’etica hacker e alle esperienze sociologiche che si possono avere quando uno ha un rapporto immersivo con questi tipi di role-playing game in cui tu conosci delle persone e stabilisci con loro delle relazioni in un mondo virtuale. E tu queste persone non le vedi mai…e alla fine puoi anche provare dei sentimenti per questi “pupazzi”, cioè per la persona che c’è dietro, che ti parla, ti mette la musica, ti porta in giro per questo nuovo mondo…

È molto interessante perché forse è l’innamorarsi più puro che va oltre l’immagine esteriore…

Il paradosso surreale è che in realtà ti devia l’immagine perché poi se entri in questa dinamica può succedere che a te piaccia anche il pupazzo che è la rappresentazione di quella persona che ha scelto di mostrarsi così.

Però potrebbe avere qualunque sesso e qualunque età…

Qualunque sesso tendenzialmente no perché parlano quindi tu senti la voce anche… Però per esempio nell’esperienza che ho avuto io sono uscito di testa per un pupazzo che non parlava, mi piaceva proprio per questo! Lei scriveva e non parlava…

Bello, quindi è partito tutto da qui…

Sì, da qui mi è venuta voglia di raccontare l’esperienza virtuale che poi interagisce in qualche modo nel mondo reale. E volevo raccontare anche diversi aspetti della realtà: da un lato il mondo ultra cinico in cui viviamo che è poi la storia principale del film, dall’altro invece volevo che si potessero vedere delle possibilità nuove per il futuro. Non volevo che il messaggio fosse un mondo senza speranza e destinato al grigiore e al cinismo assoluto.

Youtopia cerca proprio di raccontare questi due diversi mondi ed è anche un romanzo di formazione perché il personaggio che interpreta Matilda parte completamente inserita nell’ideologia della mercificazione ancora dominante nel mondo contemporaneo però si riscatta perché scopre valori e desideri diversi e cambia… Non è un film drammatico, o meglio, è un film felicemente drammatico. La notizia del giorno che il film è stato vietato ai minori di 14 anni mi ha stupito: il film ha un tema scabroso se vuoi, però è anche vero che la sua caratteristica principale è una sorta di contenuto morale. Non guarda la realtà in modo distaccato, prende una posizione come una favola morale. In realtà secondo me è molto educativo. Ci tengo inoltre a dire che l’animazione è stata realizzata nello studio L&C con il software open source Blender.

La scelta di Matilda com’è avvenuta?

Io lavoravo con una serie di persone che in qualche modo mi ispiravano il personaggio, alcune delle quali mi sembravano anche adatte ad interpretare la parte però ho deciso comunque di fare un grande casting per quel ruolo. Mentre Donatella Finocchiaro e Haber erano già fissati da tempo.

Ho visto Matilda la prima volta perché un amico mi fece vedere un teaser di Veloce come il vento e mi piacque subito moltissimo…Ho chiamato l’agenzia per comunicare il nostro casting. Matilda è un’attrice stravolgente ma io non riuscivo a decidermi  perché sapevo quel che poi è avvenuto, che alla scelta di quel nome sarebbero stati legati i due anni successivi della mia vita, poi per fortuna l’ho scelta perché è stata davvero straordinaria…

All’inizio in realtà c’è stato un fatto particolare: lei si è rifiutata di spogliarsi.

E come avete risolto?

Donatella mi ha consigliato la sua coach americana, Doris Hicks. Abbiamo quindi deciso di provare a superare questo problema della nudità con il suo supporto…

È stato divertente?

È stato molto divertente. Ho mandato Matilda a Milano per raggiungere Doris. Arrivo tre giorni dopo, come deciso, era tutto chiuso, mi affaccio alla finestra e vedo Matilda che ballava in mutande. Citofono, entro e Doris fa spogliare anche me quindi iniziamo tutti a ballare nudi (ride). Da lì si è risolto il problema.

Poi oltre alla Donatella, Haber e Matilda c’è un altro attore a cui tengo molto, Federico Rosati. Il protagonista del mio Shooting Silvio che qui si cimenta in un ruolo molto ambiguo, il più ambiguo forse…che lui gestisce perfettamente ai limiti. Ci abbiamo lavorato molto.

Sì, anche il ruolo più viscido oltre a quello di Haber, anzi forse di più!

Sì, è vero. Perché almeno Haber ha la sua bellezza da disperato. Ma Rosati si è divertito a farlo, pensa che l’apparecchio che porta nel film l’ha proposto lui stesso ed autofinanziato con uno sponsor. È stato molto divertente (ride).

Come vivi il fatto che il film di Sorrentino esca in contemporanea a Youtopia con Loro, un film su Berlusconi come il tuo Shooting Silvio?

Male (ride). Mi aspetto che Loro sia molto bello visivamente ma con quel suo modo di raccontare le cose distaccato, cinico. E’ un regista post-moderno, pieno di citazioni raffinate e di movimenti di macchina mirabolanti, ma il reale per lui secondo me è un materiale culturale come le riviste pulp per Tarantino, non c’è nessuna volontà di provare a cambiarlo, è tipico di che si è formato nell’epoca della fine della storia, con quella visione li.

Anche se ha pochi anni più di me lo considero un maestro, il mio cinema nasce proprio da un rapporto dialettico rispetto a quell’attitudine, da una profonda stima ma anche dalla volontà di prendere fortemente le distanze, per me è indispensabile in questo tempo, che è un tempo in cui il sistema di valori che regge la società sta collassando e viviamo in un universo senza mondo, come dice Badieu e io ripeto sempre, costruire nuovi immaginari e nuovi significanti cognitivi. Cerco di fare film che siano attivatori di possibilità, di agire nel reale per cambiarlo.

Vogliamo parlare del tema Me Too?

Possiamo provare…Ha senso perché uno degli sceneggiatori del film è la Iena che ha fatto l’inchiesta proprio su questo, Dino Gianrusso.

Quello che ne penso io è che esiste una sorta di mal costume molto radicato e purtroppo quasi consustanziale a questo lavoro. E questo ovviamente va eliminato. Però penso anche che a volte sia difficile vedere la linea di confine…perché il rapporto che si istaura tra regista e attori principali spesso – ed è bene che sia così – non ha bordi. Non è un discorso legato al sesso, può anche essere una cosa platonica, può succedere anche al di fuori del proprio orientamento sessuale o anche, a me normalmente capita così, senza implicazioni sentimentali, ma certo nasce un’aura, un legame molto forte.

Molto diverso è imporre prestazioni sessuali per assegnare una parte, quella è una prassi raccapricciante, ma la bruttezza lasciamola ad altri.

Progetti futuri?

Sto preparando un film storico e una trilogia di documentari, il primo di questi realizzato anni fa: Euros. I temi sono Europa e Grundnorm, il centro del sistema di valori che la regge. Ad esempio nel sistema capitalistico la Grundnorm è che l’interesse privato nel mercato costruisce la migliore delle società possibili. Secondo me questa modalità è sbagliata, è un sistema che sta collassando. Ecco, questi documentari sono tutti alla ricerca di questo centro. Il primo è stato fatto nel periodo Occupy, in giro per l’Europa. Questo secondo è attorno all’idea che la solidarietà possa diventare la Grundnorm. E il terzo, che faremo nel 2019, dovrebbe essere il racconto dell’esplosione di questo sistema di valori nuovo.

Beh, non resta che andare in sala il 25 Aprile, una Liberazione.

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Triangle of Sadness in 10 inquadrature  

Triangle of Sadness in 10 inquadrature  

Giulia Guido · 2 giorni fa · Photography

Cosa succede alla società se improvvisamente lo status quo cambia? La risposta del regista svedese Ruben Östlund si chiama Triangle of Sadness

Triangle of Sadness è stato presentato durante la 75° edizione del Festival del cinema di Cannes, dove è stato premiato con la Palma d’oro al miglior film. Da allora il suo successo ha superato qualsiasi confine. Dalla Svezia alla Francia, dalla Francia al mondo, complice un trailer che in pochi secondi riesce già a catturare l’attenzione dello spettatore e catapultarlo in questa critica alla società moderna annaffiata da champagne e vomito. 

Carl e Yaya sono due modelli che decidono di fare una crociera di lusso. Durante la vacanza conoscono gli altri passeggeri, senza mai davvero relazionarsi con loro, finché a un certo punto la nave non affonda e i sopravvissuti si ritrovano su un’isola deserta. È a questo punto che comincia un’inversione di ruoli e chi prima era in cima alla piramide sociale ora si trova a dover lavorare per le uniche persone che sanno davvero come poter sopravvivere in quella circostanza. Qualcuno riuscirà a dimenticare il lusso e adattarsi al nuovo status quo, altri meno, ma più i giorni passano più la trasformazione da umani a belve si concretizza. 

Ruben Östlund, però, decide di non prendere una posizione e lascia che sia lo spettatore a decidere se questo processo di decivilizzazione sarà ultimato o se c’è ancora speranza nella coscienza umana. 

In netto contrasto con la brutalità e il cinismo della trama troviamo un’estetica pulita ed elegante, figlia anche del lavoro di Fredrik Wenzel, direttore della fotografia svedese che ha collaborato anche con Luca Guadagnino per la miniserie We Are Who We Are. Così, più la situazione diventa critica più l’immagine diventa bella, ipnotizzando lo spettatore. 

Un consiglio però ve lo lascio: guardare Triangle of Sadness dopo cena potrebbe non essere l’idea migliore. 

Triangle of Sadness in 10 inquadrature  
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Ricerca di verità e finzione – intervista a Enrico Costantini

Ricerca di verità e finzione – intervista a Enrico Costantini

Tommaso Berra · 5 giorni fa · Photography

Intercettiamo Enrico Costantini in una delle poche pause tra un viaggio e l’altro, quando il fotografo, “nomade” come lui stesso si definisce, ricarica le pile prima di tornare a osservare il mondo dal suo punto di vista, che come la fotografia è verità e finzione. Il viaggio e la fotografia per Enrico Costantini sono strumenti attraverso i quali possiamo far parte di qualcosa che non ci appartiene ma che possiamo rendere nostro per un istante.
Curiosi di capire come nasca il suo rapporto con la macchina fotografica e di scoprire qualche segreto rispetto ai tanti viaggi compiuti in questi anni, Collater.al ha scambiato due chiacchiere con Enrico.

Come ti sei avvicinato alla fotografia? 
Veramente è stato casuale! Ho frequentato una scuola d’arte a Venezia per poi proseguire i miei studi a Roma dove mi sono laureato in interior design. Mi sono avvicinato al mondo della moda e poi da li alla fotografia. Ho comprato la mia prima macchina fotografica reflex quando avevo 20 anni e ho cominciato a sperimentare. Ho sempre avuto un forte legame con il valore del “ricordo” e da lì forse deriva la mia indole di collezionatore. A volte si fotografa per paura di dimenticare o paura di essere dimenticati. Adesso vivo la fotografia come possibilità di raccontare senza dover utilizzare troppe parole, a volte tramite una foto si può rubare un momento di vita altrui e farlo proprio, lasciando invece qualcosa di nostro, della propria esperienza.

Con le tue fotografie ci porti in luoghi lontani come Socotra, Cuba, l’Oman, le Filippine e molti altri.
Di quali storie vai alla ricerca? Quali storie vuoi raccontare?
 
Prima di intraprendere un nuovo viaggio non sai mai realmente quello che ti aspetta. Mi piace raggiungere mete remote e incontaminate. Forse quello di cui realmente vado alla ricerca è l’autenticità. Allo stesso modo amo l’architettura e il design, quindi ogni meta che comprende almeno una di queste componenti per me diventa fonte di stimolo e ricerca.

È scontato dire che durante i viaggi hai a disposizione un’attrezzatura molto differente da quella
che ha un fotografo in studio. Qual è, secondo te, l’attrezzatura necessaria per questo tipo di
fotografia? 

Personalmente, come fotografo, utilizzo solamente la luce naturale. Amo la luce naturale e cogliere le sue svariate e molteplici sfumature. Ogni istante non è mai simile al suo precedente. Detto ciò, solitamente viaggio piuttosto leggero se cosi si può dire. Mi piace però portare con me diverse macchine fotografiche. Direi che in questo caso non esista una vera e propria necessità ma sicuramente non sottovalutare di munirsi di molteplici batterie e memoria sufficiente, ammeto in certe condizioni di viaggio aiuta molto a risparmiare tempo prezioso.

C’è uno scatto al quale sei particolarmente affezionato? Raccontacelo. 
Non penso ci sia uno scatto in particolare al quale io sia affezionato. Probabilmente in generale a tutti gli
scatti relativi al mio primo viaggio reportage in Asia. Un viaggio durato 4 mesi da New Delhi a Hong Kong passando 7 stati, oltre 10.000 km on the road. Si trattava del mio primo viaggio oltremare, avevo 23 anni, ed è stata la mia prima vera esperienza dove mi sono ritrovato a raccontare le persone i luoghi le situazioni che incontravo nel mio cammino. Mi ha dato molto. Si tratta di scatti che seppur molto semplici e di realizzazione tecnica non cosi buona, ogni volta che li rivedo, suscitano qualcosa in me di molto profondo.

Ricerca di verità e finzione – intervista a Enrico Costantini
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“Beauty of Imperfection” – gli scatti di Alina Gross

“Beauty of Imperfection” – gli scatti di Alina Gross

Tommaso Berra · 6 giorni fa · Photography

Il corpo nudo femminile negli scatti fotografici di Alina Gross diventa un elemento lontano da qualsiasi rappresentazione erotica, o meglio il linguaggio della fotografia facilita il tentativo di evocare le ambivalenze della sessualità e del genere.
La fotografa ucraina e ora di base in Germania evoca gli elementi erotici attraverso associazioni di forme e elementi naturali, combinandoli per creare una bellezza imperfetta, quella “Beauty of Imperfection” che è anche il titolo del suo ultimo libro d’arte, nonché del progetto che l’artista porta avanti da quattro anni.
Alina Gross non mostra una bellezza – e una figura della donna – univoca, da raccontare solo attraverso i tradizionali canoni di bellezza, ma amplia il significato delle forme, grazie anche a una resa pittorica dei corpi, favorita dall’utilizzo del colore che spesso cosparge la pelle. L’effetto disturbante della visione di parti nude non è mascherato, Gross però invita l’osservatore a rivedere il processo mentale di analisi della realtà e la sua definizione, che porta ad abbattere barriere vertiginose.

Alina Gross | Collater.al
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“Beauty of Imperfection” – gli scatti di Alina Gross
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“Don’t Worry Darling” in 10 inquadrature 

“Don’t Worry Darling” in 10 inquadrature 

Giulia Guido · 1 settimana fa · Photography

Don’t Worry Darling è uno di quei casi in cui si guarda il film più per curiosità che per sano interesse. La pellicola che è arrivata nelle sale cinematografiche lo scorso 22 settembre e che è stata presentata alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso 5 settembre, ha cominciato a far parlare di sé molto prima del trailer, del teaser e delle prime foto dal set. 

Le controversie infatti sono cominciate proprio a inizio riprese, quando Olivia Wilde, che firma la regia, licenzia Shia LaBeouf, motivando questa decisione al metodo di lavoro dell’attore che a detta della Wilde non si adattava al suo modus operandi.
I problemi di Olivia Wilde sono continuati anche con la protagonista, Florence Pugh, con la quale sembra aver avuto diverse tensioni (mai pubblicamente confermate).
A completare questa complicata fase di produzione è arrivata la scelta della regista di sostituire LaBeouf con l’allora compagno Harry Styles

Inevitabilmente, tutti questi avvenimenti hanno avuto un loro peso anche in fase di promozione, che hanno però spostato il focus dal film vero e proprio a del puro gossip. 

Un peccato? Forse no. 

Alice e Jack Chambers sono una coppia felicemente sposata che vive a Victory, una comunità sperimentale degli anni’50 dove gli uomini trascorrono tutto il giorno al lavoro, mentre le donne si occupano della casa, per poi trascorrere il tempo libero insieme ai vicini. Qualcosa però improvvisamente cambia e Alice comincia a sentirsi costretta in quella vita, con una sempre maggiore volontà di scoprire cosa si nasconde oltre i confini della città. Questa è la trama, che di per sé cela anche qualcosa di potenzialmente interessante, sfortunatamente è lo sviluppo che manca. È come quando a scuola i professori dicevano “ha del potenziale ma non si applica”. 

Di tutto ciò che mette sul tavolo Don’t Worry Darling – che sembra più un bisogno di riscatto da parte della Wilde – qualcosa si salva ed è il motivo per cui il film si lascia guardare fino alla fine: l’estetica

Per curare la fotografia, infatti, la regista si è avvalsa del lavoro di Matthew Libatique, direttore della fotografia americano e collaboratore abituale di Darren Aronofsky. In quasi trent’anni di lavoro, Libatique ha curato la fotografia di film come Requiem for a Dream e Il cigno nero, esperienza che lo ha portato ad essere preparato all’inquietante realtà portata sul grande schermo in Don’t Worry Darling. Si nota subito come la luce calda che illumina l’intera cittadina diventa fredda e cupa quando Alice è da sola con sé stessa, e diventa sempre più fredda col passare del tempo. L’utilizzo della luce va, poi, di pari passo con i colori dei luoghi: ad esempio, il verde della vasca da bagno che ricorda quello delle divise ospedaliere. 

Per questo motivo è stato particolarmente difficile selezionare solo 10 inquadrature del film che forse ha puntato molto sull’estetica e troppo poco sul contenuto. 

“Don’t Worry Darling” in 10 inquadrature 
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“Don’t Worry Darling” in 10 inquadrature 
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