Intervista con Berardo Carboni, il regista di Youtopia

Intervista con Berardo Carboni, il regista di Youtopia

Aurora Alma Bartiromo · 3 anni fa · Art

La primavera continua a portare, con il suo venticello caldo, tante cose nuove e – speriamo – belle.
Non solo all’aria aperta, come si potrebbe essere portati a pensare, ma anche in sala. Quale sala? Quella cinematografica, ovvio.

Oltre agli attesissimi mostri sacri, Sorrentino e Garrone, anche film minori, ma non per questo meno interessanti, come Youtopia del regista abruzzese Berardo Carboni. Una storia estremamente moderna con una Matilda De Angelis in stato di grazia. Una storia divisa e pronta a dividere.

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Abbiamo incontrato Berardo per una chiacchierata su questo e altro.

Com’è arrivata l’idea?

Avevo fatto un film su Second Life totalmente girato in Machinima che è un sistema per cui tu registri le immagini all’interno del videogioco, non le ricostruisci, in poche parole hackeri il videogioco e filmi stando dentro il videogioco. Nel nostro caso abbiamo costruito alcune scenografie ma come si farebbe nella realtà, ad esempio se ci serviva una specifica scenografia che non esisteva nel videogioco la creavamo. Ma tutti i personaggi e la maggior parte della scenografia erano pre-esistenti. Ho fatto un casting con tutti gli avatar! Questa cosa inizialmente doveva essere lo storyboard di un film che non ho mai realizzato.

Però nel fare questa esperienza mi sono molto avvicinato ai mondi virtuali in generale, all’etica hacker e alle esperienze sociologiche che si possono avere quando uno ha un rapporto immersivo con questi tipi di role-playing game in cui tu conosci delle persone e stabilisci con loro delle relazioni in un mondo virtuale. E tu queste persone non le vedi mai…e alla fine puoi anche provare dei sentimenti per questi “pupazzi”, cioè per la persona che c’è dietro, che ti parla, ti mette la musica, ti porta in giro per questo nuovo mondo…

È molto interessante perché forse è l’innamorarsi più puro che va oltre l’immagine esteriore…

Il paradosso surreale è che in realtà ti devia l’immagine perché poi se entri in questa dinamica può succedere che a te piaccia anche il pupazzo che è la rappresentazione di quella persona che ha scelto di mostrarsi così.

Però potrebbe avere qualunque sesso e qualunque età…

Qualunque sesso tendenzialmente no perché parlano quindi tu senti la voce anche… Però per esempio nell’esperienza che ho avuto io sono uscito di testa per un pupazzo che non parlava, mi piaceva proprio per questo! Lei scriveva e non parlava…

Bello, quindi è partito tutto da qui…

Sì, da qui mi è venuta voglia di raccontare l’esperienza virtuale che poi interagisce in qualche modo nel mondo reale. E volevo raccontare anche diversi aspetti della realtà: da un lato il mondo ultra cinico in cui viviamo che è poi la storia principale del film, dall’altro invece volevo che si potessero vedere delle possibilità nuove per il futuro. Non volevo che il messaggio fosse un mondo senza speranza e destinato al grigiore e al cinismo assoluto.

Youtopia cerca proprio di raccontare questi due diversi mondi ed è anche un romanzo di formazione perché il personaggio che interpreta Matilda parte completamente inserita nell’ideologia della mercificazione ancora dominante nel mondo contemporaneo però si riscatta perché scopre valori e desideri diversi e cambia… Non è un film drammatico, o meglio, è un film felicemente drammatico. La notizia del giorno che il film è stato vietato ai minori di 14 anni mi ha stupito: il film ha un tema scabroso se vuoi, però è anche vero che la sua caratteristica principale è una sorta di contenuto morale. Non guarda la realtà in modo distaccato, prende una posizione come una favola morale. In realtà secondo me è molto educativo. Ci tengo inoltre a dire che l’animazione è stata realizzata nello studio L&C con il software open source Blender.

La scelta di Matilda com’è avvenuta?

Io lavoravo con una serie di persone che in qualche modo mi ispiravano il personaggio, alcune delle quali mi sembravano anche adatte ad interpretare la parte però ho deciso comunque di fare un grande casting per quel ruolo. Mentre Donatella Finocchiaro e Haber erano già fissati da tempo.

Ho visto Matilda la prima volta perché un amico mi fece vedere un teaser di Veloce come il vento e mi piacque subito moltissimo…Ho chiamato l’agenzia per comunicare il nostro casting. Matilda è un’attrice stravolgente ma io non riuscivo a decidermi  perché sapevo quel che poi è avvenuto, che alla scelta di quel nome sarebbero stati legati i due anni successivi della mia vita, poi per fortuna l’ho scelta perché è stata davvero straordinaria…

All’inizio in realtà c’è stato un fatto particolare: lei si è rifiutata di spogliarsi.

E come avete risolto?

Donatella mi ha consigliato la sua coach americana, Doris Hicks. Abbiamo quindi deciso di provare a superare questo problema della nudità con il suo supporto…

È stato divertente?

È stato molto divertente. Ho mandato Matilda a Milano per raggiungere Doris. Arrivo tre giorni dopo, come deciso, era tutto chiuso, mi affaccio alla finestra e vedo Matilda che ballava in mutande. Citofono, entro e Doris fa spogliare anche me quindi iniziamo tutti a ballare nudi (ride). Da lì si è risolto il problema.

Poi oltre alla Donatella, Haber e Matilda c’è un altro attore a cui tengo molto, Federico Rosati. Il protagonista del mio Shooting Silvio che qui si cimenta in un ruolo molto ambiguo, il più ambiguo forse…che lui gestisce perfettamente ai limiti. Ci abbiamo lavorato molto.

Sì, anche il ruolo più viscido oltre a quello di Haber, anzi forse di più!

Sì, è vero. Perché almeno Haber ha la sua bellezza da disperato. Ma Rosati si è divertito a farlo, pensa che l’apparecchio che porta nel film l’ha proposto lui stesso ed autofinanziato con uno sponsor. È stato molto divertente (ride).

Come vivi il fatto che il film di Sorrentino esca in contemporanea a Youtopia con Loro, un film su Berlusconi come il tuo Shooting Silvio?

Male (ride). Mi aspetto che Loro sia molto bello visivamente ma con quel suo modo di raccontare le cose distaccato, cinico. E’ un regista post-moderno, pieno di citazioni raffinate e di movimenti di macchina mirabolanti, ma il reale per lui secondo me è un materiale culturale come le riviste pulp per Tarantino, non c’è nessuna volontà di provare a cambiarlo, è tipico di che si è formato nell’epoca della fine della storia, con quella visione li.

Anche se ha pochi anni più di me lo considero un maestro, il mio cinema nasce proprio da un rapporto dialettico rispetto a quell’attitudine, da una profonda stima ma anche dalla volontà di prendere fortemente le distanze, per me è indispensabile in questo tempo, che è un tempo in cui il sistema di valori che regge la società sta collassando e viviamo in un universo senza mondo, come dice Badieu e io ripeto sempre, costruire nuovi immaginari e nuovi significanti cognitivi. Cerco di fare film che siano attivatori di possibilità, di agire nel reale per cambiarlo.

Vogliamo parlare del tema Me Too?

Possiamo provare…Ha senso perché uno degli sceneggiatori del film è la Iena che ha fatto l’inchiesta proprio su questo, Dino Gianrusso.

Quello che ne penso io è che esiste una sorta di mal costume molto radicato e purtroppo quasi consustanziale a questo lavoro. E questo ovviamente va eliminato. Però penso anche che a volte sia difficile vedere la linea di confine…perché il rapporto che si istaura tra regista e attori principali spesso – ed è bene che sia così – non ha bordi. Non è un discorso legato al sesso, può anche essere una cosa platonica, può succedere anche al di fuori del proprio orientamento sessuale o anche, a me normalmente capita così, senza implicazioni sentimentali, ma certo nasce un’aura, un legame molto forte.

Molto diverso è imporre prestazioni sessuali per assegnare una parte, quella è una prassi raccapricciante, ma la bruttezza lasciamola ad altri.

Progetti futuri?

Sto preparando un film storico e una trilogia di documentari, il primo di questi realizzato anni fa: Euros. I temi sono Europa e Grundnorm, il centro del sistema di valori che la regge. Ad esempio nel sistema capitalistico la Grundnorm è che l’interesse privato nel mercato costruisce la migliore delle società possibili. Secondo me questa modalità è sbagliata, è un sistema che sta collassando. Ecco, questi documentari sono tutti alla ricerca di questo centro. Il primo è stato fatto nel periodo Occupy, in giro per l’Europa. Questo secondo è attorno all’idea che la solidarietà possa diventare la Grundnorm. E il terzo, che faremo nel 2019, dovrebbe essere il racconto dell’esplosione di questo sistema di valori nuovo.

Beh, non resta che andare in sala il 25 Aprile, una Liberazione.

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Le fotografie decostruite di Dominik Hollaus

Le fotografie decostruite di Dominik Hollaus

Giulia Guido · 3 giorni fa · Photography

Dominik Hollaus è un giovane fotografo e graphic designer di Innsbruck, Austria, che dopo aver studiato e aver lavorato per diversi anni ha messo a punto uno stile tutto personale. 

Nel suo portfolio troviamo fotografie dall’estetica chiara e pulita, in cui il soggetto risalta su tutto. Questa tecnica lo ha portato a collaborare con diversi brand e realtà come Chanel, Pomellato o Tom Ford. 

Noi però siamo stati colpiti in particolar modo da due suoi progetti personali molto simili, Negative Cuts e Strip Portraits. La particolarità di queste due serie fotografiche è che per realizzare Dominik Hollaus è in qualche modo a photoshoppare un’immagine su pellicola. 

Ci spieghiamo meglio: le immagini che fanno parte di questi lavori sono dei veri e propri collage realizzati strisce di negativi fotografici e a volte tagliandoli e incollandoli in ordine differente. Una volta riassembleti tutti i pezzi, il fotografo li rifotografa: il risultato è estremamente moderno ed accattivante. 

Il soggetto, che sia un edificio o un ritratto, rimane riconoscibile, ma la sua forma è frammentata e la prospettiva e le proporzioni completamente distrutte. Solo in questo modo si possono azzardare nuove e innovative interpretazioni. 

Noi abbiamo selezionato solo alcuni dei suoi lavori, ma per scoprirne di più seguite Dominik Hollaus su Instagram e visitate il suo sito.

Photo credits: Dominik Hollaus

Le fotografie decostruite di Dominik Hollaus
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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

Giulia Guido · 2 giorni fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle.
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @alessandrabook, @antonella_civera, @_gary0104, @sim.raw, @wonmin.9, @lilkotova, @missgherard, @yrubysu, @marco.pasini.photo, @_simonepiaras_.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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Le fotografie intime e passionali di Leo Maki

Le fotografie intime e passionali di Leo Maki

Giulia Guido · 2 giorni fa · Photography

Passionali e intimi, decisi e sensuali, gli scatti di Leo Maki ci aprono le porte di un mondo dove il corpo umano è al centro di ogni cosa. 

Leo Maki è un fotografo e videomaker polacco che a 26 ha già messo a punto uno stile riconoscibile e preciso che utilizza per raccontare e mostrare il proprio punto di vista su temi temi come l’intimità, il corpo e i sogni
Il taglio unico delle sue immagini, in cui il focus è tutto sul soggetto lo ha portato a collaborare con differenti realtà e a realizzare copertine per differenti testate come PNPPL magazine o per HART Magazine. 

Da quando ha ricevuto la prima macchina fotografica a 12 anni ad oggi, sono cambiate molte cose per Leo Maki. Se il primo approccio alla fotografia è stato attraverso quelle fotografie che tutti abbiamo fatto almeno una volta nella vita, magari ad amici in contesti quotidiani, ora la produzione del fotografo di Varsavia sbalordisce per originalità e impatto. 

I protagonisti dei suoi scatti sono giovani uomini attraverso i quali Leo Maki riscopre la bellezza e il potenziale espressivo del nudo artistico. Ogni cosa ruota attorno al corpo, alle sue forme e a ciò che è capace di trasmettere allo spettatore.
Inoltre, l’uso esasperato di luci colorate, che a volte rende gli scatti quasi monocromatici, dà vita a immagini ancora più potenti. 

Non esiste vergogna o imbarazzo e in un certo senso le fotografie di Leo Maki ci ricordano che dobbiamo riscoprire e riabituarci alla bellezza e alla purezza del corpo nudo, senza giudicare. 

Noi abbiamo selezionato solo alcuni suoi scatti, ma per scoprirne di più seguite Leo Maki su Instagram e visitate il suo sito

Leo Maki | Collater.al
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I ritratti analogici e surreali di Kate Hook

I ritratti analogici e surreali di Kate Hook

Giulia Guido · 5 giorni fa · Photography

Cinematografici e surreali. Quasi futuristici. Gli scatti di Kate Hook fanno questo effetto, portano lo spettatore in luoghi lontani, non geograficamente, ma nel tempo e nello spazio. La fotografa con base nel sud del Regno Unito ci fa viaggiare con la mente nel tempo e nello spazio. 

Kate Hook ha studiato Art Direction all’University of Arts London, Filmmaking alla Staffordshire Uni e oggi è una fotografa specializzata in fotografia analogica. Allontanandosi da molti colleghi che fanno affidamento soprattutto sulla post produzione e su Photoshop, Kate realizza tutto in macchina e guardando i risultati ottenuti non possiamo che rimanere senza parole. 

Noi la abbiamo fatto qualche domanda e Kate Hook ci ha raccontato come ha cominciato a scattare e qualcosa in più sulla sua tecnica. Non perderti l’intervista qui sotto e seguila su Instagram e sul suo sito.

Raccontaci come ti sei avvicinato alla fotografia. C’è un momento in particolare che ti ricordi?

Non c’è un momento particolare che mi viene in mente, è stata più una sequenza organica di sviluppo di un interesse per la fotografia che è iniziato con una Canon AV-1 che mio padre mi ha dato quando ero un’adolescente, oltre a giocare con le altre fotocamere digitali in casa. Quando avevo circa 14-15 anni mi sono appassionata e verso i 16 anni è diventato abbastanza evidente che avevo un talento per la fotografia. Una cosa che ricordo di quel periodo era qualcuno che mi diceva che stavo scattando foto “sbagliate”, il perché è che a quell’età avevo poca idea di ciò che stavo facendo, dato che non avevo avuto alcun insegnamento o qualcuno che mi mostrasse come usare bene una macchina fotografica. Così ho iniziato a leggere libri su fotocamere e fotografia perché volevo imparare a scattare correttamente e poi farlo “male” di proposito.

Descrivi il tuo stile fotografico. Come sei arrivato a questo punto?

Magico e vivido. Non chiaro o scuro, è luminoso e onirico. Ho passato anni a giocare con vari metodi e tecniche diverse. Quando ero più giovane ero molto attratta dal surrealismo, quindi sento che ha avuto un impatto su di me a livello creativo. Ho sempre creduto che la magia sia reale e che ci sia molto di più nella realtà di quello che ci viene insegnato, così cerco di mostrarlo nel mio lavoro. Dopotutto la realtà è ciò che tu fai con essa. 

Secondo te qual è la cosa da considerare più importante mentre si realizzano dei ritratti fotografici?

Il mood e il messaggio… Se ce n’è uno, dipende un po’ dalla foto. Di solito ci sono un bel po’ di elementi da considerare e che dipendono da set che si sceglie. Per quanto riguarda il modello, bisogna considerare il modo in cui è presentato, la sua espressione, ma anche ciò che indossa. Poi ci sono altri elementi come l’illuminazione e l’attrezzatura. Così come i temi e il simbolismo. Tutto questo è come un’equazione matematica con vari fattori diversi che danno vita alle immagini finali.

Quali attrezzature utilizzi per scattare? Quali strumenti porti con te quando scatti e perché?

Scatto interamente su pellicola e ho iniziato a usare più filtri nel mio lavoro. Le principali fotocamere che uso sono Nikon F100, Fm2 e F3. Recentemente ho ricevuto una Pentax 645N con la quale sono entusiasta di lavorare di più. Di tanto in tanto uso la tecnica del “film soup, ovvero immergo la pellicola di un rullino 35mm in un liquido, questo distorce l’equilibrio chimico della pellicola e provoca alcuni effetti interessanti. Assolutamente nessuno dei miei lavori è photoshoppato, tutto è fatto praticamente nella macchina fotografica. Faccio solo qualche piccolo ritocco prima di caricarlo, tutto qui. Passiamo un sacco di tempo a fissare gli schermi, quindi per me è importante dal punto di vista artistico scattare e creare immagini senza l’ausilio di un computer e di un software di editing. Inoltre scattare su pellicola rende tutto un po’ più reale. 

Ci sono artisti che segui o ai quali ti ispiri?

Pete Turner e Benoit Debbie sono stati le maggiori influenze per me nel corso degli anni. Turner è stato essenzialmente il padrino della fotografia su pellicola a colori e Debbie è un maestro del colore per la cinematografia. 

Continua la frase: per me la fotografia è…

La verità. È tutto lì per una ragione. L’occhio umano non può e forse non vuole vedere tutto. La fotografia può dirci quanto sia impressionante e allo stesso tempo quanto sia bello il mondo.

Kate Hook | Collater.al
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Leggi anche: Gli autoritratti surreali di Alice Milewski

I ritratti analogici e surreali di Kate Hook
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