Intervista con Berardo Carboni, il regista di Youtopia

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20 Aprile 2018

Abbiamo intervistato il regista abruzzese Berardo Carboni, autore di Youtopia una storia estremamente moderna con una Matilda De Angelis in stato di grazia.

La primavera continua a portare, con il suo venticello caldo, tante cose nuove e – speriamo – belle.
Non solo all’aria aperta, come si potrebbe essere portati a pensare, ma anche in sala. Quale sala? Quella cinematografica, ovvio.

Oltre agli attesissimi mostri sacri, Sorrentino e Garrone, anche film minori, ma non per questo meno interessanti, come Youtopia del regista abruzzese Berardo Carboni. Una storia estremamente moderna con una Matilda De Angelis in stato di grazia. Una storia divisa e pronta a dividere.

Intervista con Berardo Carboni, regista di Youtopia | Collater.al

Abbiamo incontrato Berardo per una chiacchierata su questo e altro.

Com’è arrivata l’idea?

Avevo fatto un film su Second Life totalmente girato in Machinima che è un sistema per cui tu registri le immagini all’interno del videogioco, non le ricostruisci, in poche parole hackeri il videogioco e filmi stando dentro il videogioco. Nel nostro caso abbiamo costruito alcune scenografie ma come si farebbe nella realtà, ad esempio se ci serviva una specifica scenografia che non esisteva nel videogioco la creavamo. Ma tutti i personaggi e la maggior parte della scenografia erano pre-esistenti. Ho fatto un casting con tutti gli avatar! Questa cosa inizialmente doveva essere lo storyboard di un film che non ho mai realizzato.

Però nel fare questa esperienza mi sono molto avvicinato ai mondi virtuali in generale, all’etica hacker e alle esperienze sociologiche che si possono avere quando uno ha un rapporto immersivo con questi tipi di role-playing game in cui tu conosci delle persone e stabilisci con loro delle relazioni in un mondo virtuale. E tu queste persone non le vedi mai…e alla fine puoi anche provare dei sentimenti per questi “pupazzi”, cioè per la persona che c’è dietro, che ti parla, ti mette la musica, ti porta in giro per questo nuovo mondo…

È molto interessante perché forse è l’innamorarsi più puro che va oltre l’immagine esteriore…

Il paradosso surreale è che in realtà ti devia l’immagine perché poi se entri in questa dinamica può succedere che a te piaccia anche il pupazzo che è la rappresentazione di quella persona che ha scelto di mostrarsi così.

Però potrebbe avere qualunque sesso e qualunque età…

Qualunque sesso tendenzialmente no perché parlano quindi tu senti la voce anche… Però per esempio nell’esperienza che ho avuto io sono uscito di testa per un pupazzo che non parlava, mi piaceva proprio per questo! Lei scriveva e non parlava…

Bello, quindi è partito tutto da qui…

Sì, da qui mi è venuta voglia di raccontare l’esperienza virtuale che poi interagisce in qualche modo nel mondo reale. E volevo raccontare anche diversi aspetti della realtà: da un lato il mondo ultra cinico in cui viviamo che è poi la storia principale del film, dall’altro invece volevo che si potessero vedere delle possibilità nuove per il futuro. Non volevo che il messaggio fosse un mondo senza speranza e destinato al grigiore e al cinismo assoluto.

Youtopia cerca proprio di raccontare questi due diversi mondi ed è anche un romanzo di formazione perché il personaggio che interpreta Matilda parte completamente inserita nell’ideologia della mercificazione ancora dominante nel mondo contemporaneo però si riscatta perché scopre valori e desideri diversi e cambia… Non è un film drammatico, o meglio, è un film felicemente drammatico. La notizia del giorno che il film è stato vietato ai minori di 14 anni mi ha stupito: il film ha un tema scabroso se vuoi, però è anche vero che la sua caratteristica principale è una sorta di contenuto morale. Non guarda la realtà in modo distaccato, prende una posizione come una favola morale. In realtà secondo me è molto educativo. Ci tengo inoltre a dire che l’animazione è stata realizzata nello studio L&C con il software open source Blender.

La scelta di Matilda com’è avvenuta?

Io lavoravo con una serie di persone che in qualche modo mi ispiravano il personaggio, alcune delle quali mi sembravano anche adatte ad interpretare la parte però ho deciso comunque di fare un grande casting per quel ruolo. Mentre Donatella Finocchiaro e Haber erano già fissati da tempo.

Ho visto Matilda la prima volta perché un amico mi fece vedere un teaser di Veloce come il vento e mi piacque subito moltissimo…Ho chiamato l’agenzia per comunicare il nostro casting. Matilda è un’attrice stravolgente ma io non riuscivo a decidermi  perché sapevo quel che poi è avvenuto, che alla scelta di quel nome sarebbero stati legati i due anni successivi della mia vita, poi per fortuna l’ho scelta perché è stata davvero straordinaria…

All’inizio in realtà c’è stato un fatto particolare: lei si è rifiutata di spogliarsi.

E come avete risolto?

Donatella mi ha consigliato la sua coach americana, Doris Hicks. Abbiamo quindi deciso di provare a superare questo problema della nudità con il suo supporto…

È stato divertente?

È stato molto divertente. Ho mandato Matilda a Milano per raggiungere Doris. Arrivo tre giorni dopo, come deciso, era tutto chiuso, mi affaccio alla finestra e vedo Matilda che ballava in mutande. Citofono, entro e Doris fa spogliare anche me quindi iniziamo tutti a ballare nudi (ride). Da lì si è risolto il problema.

Poi oltre alla Donatella, Haber e Matilda c’è un altro attore a cui tengo molto, Federico Rosati. Il protagonista del mio Shooting Silvio che qui si cimenta in un ruolo molto ambiguo, il più ambiguo forse…che lui gestisce perfettamente ai limiti. Ci abbiamo lavorato molto.

Sì, anche il ruolo più viscido oltre a quello di Haber, anzi forse di più!

Sì, è vero. Perché almeno Haber ha la sua bellezza da disperato. Ma Rosati si è divertito a farlo, pensa che l’apparecchio che porta nel film l’ha proposto lui stesso ed autofinanziato con uno sponsor. È stato molto divertente (ride).

Come vivi il fatto che il film di Sorrentino esca in contemporanea a Youtopia con Loro, un film su Berlusconi come il tuo Shooting Silvio?

Male (ride). Mi aspetto che Loro sia molto bello visivamente ma con quel suo modo di raccontare le cose distaccato, cinico. E’ un regista post-moderno, pieno di citazioni raffinate e di movimenti di macchina mirabolanti, ma il reale per lui secondo me è un materiale culturale come le riviste pulp per Tarantino, non c’è nessuna volontà di provare a cambiarlo, è tipico di che si è formato nell’epoca della fine della storia, con quella visione li.

Anche se ha pochi anni più di me lo considero un maestro, il mio cinema nasce proprio da un rapporto dialettico rispetto a quell’attitudine, da una profonda stima ma anche dalla volontà di prendere fortemente le distanze, per me è indispensabile in questo tempo, che è un tempo in cui il sistema di valori che regge la società sta collassando e viviamo in un universo senza mondo, come dice Badieu e io ripeto sempre, costruire nuovi immaginari e nuovi significanti cognitivi. Cerco di fare film che siano attivatori di possibilità, di agire nel reale per cambiarlo.

Vogliamo parlare del tema Me Too?

Possiamo provare…Ha senso perché uno degli sceneggiatori del film è la Iena che ha fatto l’inchiesta proprio su questo, Dino Gianrusso.

Quello che ne penso io è che esiste una sorta di mal costume molto radicato e purtroppo quasi consustanziale a questo lavoro. E questo ovviamente va eliminato. Però penso anche che a volte sia difficile vedere la linea di confine…perché il rapporto che si istaura tra regista e attori principali spesso – ed è bene che sia così – non ha bordi. Non è un discorso legato al sesso, può anche essere una cosa platonica, può succedere anche al di fuori del proprio orientamento sessuale o anche, a me normalmente capita così, senza implicazioni sentimentali, ma certo nasce un’aura, un legame molto forte.

Molto diverso è imporre prestazioni sessuali per assegnare una parte, quella è una prassi raccapricciante, ma la bruttezza lasciamola ad altri.

Progetti futuri?

Sto preparando un film storico e una trilogia di documentari, il primo di questi realizzato anni fa: Euros. I temi sono Europa e Grundnorm, il centro del sistema di valori che la regge. Ad esempio nel sistema capitalistico la Grundnorm è che l’interesse privato nel mercato costruisce la migliore delle società possibili. Secondo me questa modalità è sbagliata, è un sistema che sta collassando. Ecco, questi documentari sono tutti alla ricerca di questo centro. Il primo è stato fatto nel periodo Occupy, in giro per l’Europa. Questo secondo è attorno all’idea che la solidarietà possa diventare la Grundnorm. E il terzo, che faremo nel 2019, dovrebbe essere il racconto dell’esplosione di questo sistema di valori nuovo.

Beh, non resta che andare in sala il 25 Aprile, una Liberazione.

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