Creators – I visionari del design di domani – L’intervista a FORMAFANTASMA

Creators – I visionari del design di domani – L’intervista a FORMAFANTASMA

Claire Lescot · 4 anni fa · Design

Quando parliamo dei designer Andrea Trimarchi e Simone Farresin pensiamo subito ad una di fuga di cervelli. Dopo la laurea alla Design Academy di Eindhoven, ormai consacrata incubatrice europea di talenti, decidono di aprire lo studio Formafantasma ad Amsterdam.

Il loro approccio è concettuale e tiene conto di implicazioni storiche e sociopolitiche ed i loro lavori finiscono in circuiti che poco hanno a che fare con la produzione industriale. Il consumo del prodotto non è lo scopo principale per il quale disegnano, anzi, a volte non esiste nemmeno un disegno.  Molti dei loro oggetti infatti riescono ad ottenere una forma solo durante la lavorazione. La forma quindi viene meno rispetto alla ricerca, da qui il nome Formafantasma.

Tanti i lavori degni di nota ma quelli che ci hanno più colpito sono: gli oggetti dalla forma organica prodotti con la lava fusa dell’etna, gli sgabelli di pelle di pesce lupo o salmone, le caraffe e lampade di vescica bovina essiccata (tutti scarti dell’industria alimentare), vasi di plastica ecologica composta da fibre di legno e proteine animali (un tipo di plastificazione naturale derivante da un metodo di lavorazione di fine ‘700) ed i componenti di arredo frutto di rifiuti elettronici.

Atipici sui processi creativi e visionari per quanto riguarda il riutilizzo e l’innovazione, il duo è pronto a rilanciare il concetto di design nel mondo

Un veneto ed un Siciliano, il profondo nord ed il profondo sud che si incontrano. Dov’è successo e qual é il comune denominatore che vi ha tenuto legati?

Ci siamo incontrati durante la laurea triennale a Firenze.  Abbiamo iniziato a lavorare insieme e fatto domanda di partecipazione per il master alla Design Academy di Eindhoven come duo. Era la prima volta che succedeva e il rettore Gijs Bakker è stato così di larghe vedute da capire che poteva funzionare. Ci siamo laureati con un progetto comune. Quando lavoriamo, tutto è davvero organico, talvolta ci sono molte discussioni ma questa è anche la parte bella. Pensiamo che lavorare in coppia ti dia la possibilità di guardare a quello che fai con più obiettività. Comunichiamo in una maniera tutta nostra, ci comprendiamo e ci fidiamo l’un l’altro ed i nostri progetti sono il risultato di un processo di distillazione di idee. Lavoriamo quasi come fossimo dei filtri, sappiamo da dove iniziamo ma mai dove finiremo

E il nome Formafantasma da dove deriva?

Avevamo questo nome in mente dagli inizi. In realtà serve a far notare come il nostro lavoro non sia guidato da una ricerca formale ma più da un approccio concettuale

Il vostro lavoro è 90% ricerca e 10% forma, immagino però che avete una vostra idea di estetica

In tutta onestà non ci preoccupiamo dell’estetica. Siamo consapevoli che i nostri oggetti condividono una comune sensibilità visiva, ma questo non è ciò che ci tiene impegnati in studio. L’aspetto formale del nostro lavoro è molto più intuitivo e può evolversi o cambiare a seconda delle idee che canalizziamo

Qual è  il vostro scopo come designer?

Come designer ogni volta che iniziamo un nuovo progetto o investighiamo su un materiale la nostra prima intenzione è di porre l’attenzione su stereotipi e cliché. Spesso più di dare soluzioni proponiamo domande o alternative possibili. Per esempio, con il progetto Botanica abbiamo studiato i polimeri preindustriali e li abbiamo tradotti in una collezione di vasi fatti a mano. Se le materie plastiche ora vengono utilizzate per le loro superfici perfette, noi le abbiamo fabbricate a mano. Dove l’evoluzione industriale scarta a favore dei polimeri a base di petrolio noi rivisitiamo le potenzialità di questi materiali sottostimati. Più in generale, crediamo che il ruolo di un designer sia quello di rispondere alle necessità sociali e culturali di una società. Un designer dovrebbe essere critico e capace di aprire nuove possibilità e modi di intendere il design come disciplina.

Cosa ne pensate del design sostenibile?

La sostenibilità è una bella idea, tuttavia è la risposta rassicurante dell’economia alla crisi ecologica. In tutta onestà non c’è nulla di sostenibile nel capitalismo o nella produzione e nel consumo. Noi siamo più interessati all’idea di ecologia. Questo concetto è molto più complesso ed inclusivo. Nei prossimi anni ci piacerebbe vedere i designer ripensare la disciplina non più come uno strumento per migliorare solo la vita degli esseri umani ma in grado di guardare il pianeta terra nel suo insieme con tutta la sua complessità e la convivenza multi-specie. Recentemente abbiamo studiato l’industria del riciclaggio dell’elettronica per capire se potesse essere possibile il recupero di componenti o materiali sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Il nostro lavoro si sta evolvendo e sta assumendo maggiori responsabilità. Approfondiremo questo ed altri aspetti nella prossima mostra di Paola Antonelli Broken Nature.

Pensate sia troppo presto per chiedervi di spendere qualche parola riguardo la vostra mostra presso la Serpentine Galleries prevista per il 2020?

Si è troppo presto per parlarne. In ogni caso riguarderà l’ecologia e si occuperà di progettazione attraverso il design del mobile. Sarà anche una mostra collaborativa, presenteremo opere di altri professionisti in modo da creare collegamenti tra design e altre discipline.

Da vera Italiana non posso chiudere l’intervista senza chiedervi quale sia il vostro piatto preferito

Il nostro piatto preferito è la pasta aglio olio peperoncino. Quasi tutti possono permetterselo, è buono, semplice e senza ingredienti inutili. Ci piace riempirlo con muddica (briciole di pane tostato come vuole la tradizione siciliana)

 

I visionari del design di domani Intervista a FORMAFANTASMA

 

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Luci e ombre negli scatti di Irene Gittarelli

Luci e ombre negli scatti di Irene Gittarelli

Giulia Guido · 3 settimane fa · Photography

Un velo di mistero ricopre gli scatti di Irene Gittarelli, fotografa e artista visiva di Torino con base a Padova. La fotografia è sempre stata all’interno dei suoi piani, prima diplomandosi all’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino e poi frequentando il Master di fotografia all’Accademia di Brera a Milano. 

La sua produzione artistica affronta temi come la fragilità umana e il rapporto tra l’uomo e il paesaggio che lo circonda, non a caso è spesso influenzata dalle scienze umane, dall’arte e dal cinema. 

Le fotografie di Irene Gittarelli sono delle composizioni in cui eleganza e mistero si fondono grazie a un calibrato equilibrio di luci e ombre. Questi contrasti tra chiaro e scuro si sposano alla perfezione con la luce del tramonto, elemento ricorrente nelle sue composizioni, che simboleggia un profondo senso di speranza. 

Dalle immagini si percepisce la capacità della fotografa di entrare in connessione con il soggetto che sta scattando, legame che viene in qualche modo impresso nella foto. Scopri il lavoro di Irene Gittarelli sul suo sito e sul suo profilo Instagram

Irene Gittarelli
Irene Gittarelli
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Anastasia Mihaylova: “il nudo è l’arte più bella”

Anastasia Mihaylova: “il nudo è l’arte più bella”

Tommaso Berra · 3 settimane fa · Photography

“Nude is the most beautiful art form”

Come ci si può sentire davvero vicini ai soggetti rappresentati nelle opere d’arte? Sarebbe troppo bello pensare che i quadri nei musei possano parlarci, raccontarci ciò che vogliono trasmettere e quello che i personaggi stanno vivendo, molte volte descritto solo attraverso la penna di qualche storico dell’arte. Una cosa però ce l’abbiamo in comune con veneri, cavalieri o religiosi, il corpo. I grandi maestri dell’arte hanno rappresentato i sentimenti attraverso il corpo, descritto per quello che era, secoli fa come oggi.
Gli scatti di Anastasia Mihaylova mettono in contatto questa unione tra il corpo nudo del presente e il passato descritto nelle opere d’arte. È una relazione stretta che non prevede timidezza, in cui la complicità è racchiusa nella bellezza nuda dei corpi, la più alta forma di bellezza secondo la fotografa.
Quella di Anastasia Mihaylova è un’operazione che attraverso la fotografia vuole anche denunciare la censura nell’arte contemporanea per mano degli algoritmi di internet, che di recente hanno cancellato all’artista i suoi profili social. La discriminazione di Instagram nei confronti di alcuni creativi è un tema centrale della produzione recente di Mihaylova. Con “Nude is the most beautiful art form” la fotografa vuole mettere in luce la bellezza dell’arte e del corpo come ispirazione e armonia di forme. Il corpo nudo è un aspetto importante lungo tutta la storia della pittura e della scultura, un modello da copiare in atelier o per rappresentare la purezza divina.
Tre donne condividono la scena e il rapporto con le opere appesi alle pareti di un museo, una coreografia, un atto di corteggiamento ma anche uno specchio incorniciato dentro al quale vedere se stessi.

Anastasia Mihaylova | Collater.al
Anastasia Mihaylova | Collater.al
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Anastasia Mihaylova | Collater.al
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Anastasia Mihaylova | Collater.al
Anastasia Mihaylova | Collater.al
Anastasia Mihaylova | Collater.al
Anastasia Mihaylova | Collater.al

Uno scatto di Anastasia Mihaylova sarà in mostra a Collater.al Photography 2022.

Anastasia Mihaylova: “il nudo è l’arte più bella”
Photography
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Il mondo distorto visto con il fish-eye

Il mondo distorto visto con il fish-eye

Tommaso Berra · 3 settimane fa · Photography

Chiuso nel suo laboratorio della John Hopkins University a Baltimora, nel Meryland, il professore di fisica ottica Robert W. Wood stava lavorando a un esperimento che aveva l’obiettivo di replicare il modo in cui i pesci vedevano sott’acqua. È il 1906 e gli strumenti che ha a disposizione sono un secchio pieno d’acqua, una fotocamera stenopeica, un vetro a specchio e molta luce, un armamentario essenziale, che non impediranno a Wood di scoprire e inventare quello che verrà conosciuto nella storia della fotografia con il nome di fish-eye.
Dopo i primi utilizzi in ambito scientifico la distorsione dell’immagine creata con il fish-eye diventerà perfetta per rappresentare in fotografia la psichedelia hippie degli anni ’60 e la ribellione del rock negli anni a seguire. L’hip-hop utilizzerà l’estetica del fish-eye per cover e video dei suoi album, così come lo sport, facendo leva sulla capacità di catturare al meglio l’energia delle discipline freestyle e outdoor.

Nel 1911 Robert W. Wood riuscirà a pubblicare “Phisical Optics“, il libro che raccoglie le sue ricerche in campo ottico, ma il fish-eye rimase ancora per molto tempo un’esclusiva per scienziati chini su provette e microrganismi.
Solo nel 1935 viene depositato il brevetto per una lente circolare che utilizzava come superficie distorcente il vetro e non l’acqua. Il brevetto venne presentato il condivisione con l’azienda giapponese Nikon, ma anche in questo caso ci vollero più di vent’anni prima che la scoperta divenne alla portata di tutti. Forse è eccessivo dire “alla portata di tutti”, dal momento che il primo obiettivo messo in vendita nel 1957 aveva un costo di 27000$.
Il definitivo arrivo nei negozi cinque anni più tardi consegnò il fish-eye alla cultura artistica, musicale, sportiva e giornalistica del ‘900, ora che finalmente anche i fotografi amatoriali o semiprofessionisti potevano realizzare foto con quella particolare visione a 180°.

Fish-eye | Collater.al

Subito a partire dagli anni ’60 i fotografi realizzarono importanti ritratti e reportage politici e artistici, testimoniando eventi storici come le elezioni americane o gli album di grandi artisti come Beatles e Rolling Stone, è del ’66 la copertina di Big Hits (High Tide and Green Grass) nella quale Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones sono scattati con il fish-eye.
Ad incrociare la storia del fish-eye non c’è solo il rock. Gli psichedelici anni ’60 e gli hippie potevano replicare con il grandangolo la distorsione della realtà provocata dagli allucinogeni, mentre l’hip-hop, a partire dagli anni ’90, quella capacità di avere un punto di vista più street, irriverente e all’occorrenza divertente, in cui venivano esaltati ancora di più gli sguardi in camera di artisti come Notorius B.I.G., Beastie Boys e Busta Rhymes.
Panoramiche di luoghi mozzafiato e persino le prime foto scattate su Marte, il fish-eye ha una storia che lo ha portato ad essere da prodigio della scienza a spioncino attraverso il quale guardare la storia artistica e culturale di più di mezzo secolo di storia.

Fish-eye | Collater.al

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Rob Woodcox sfida la forza di gravità nelle sue immagini

Rob Woodcox sfida la forza di gravità nelle sue immagini

Claudia Fuggetti · 3 settimane fa · Photography

Rob Woodcox è un fotografo d’arte e di moda nato a Houston che ha realizzato una serie di immagini sfidando la forza di gravità. A metà strada tra una danza ed un’installazione fatta di corpi umani, che un po’ ci fa pensare al celebre video di Kylie Minogue “All the Lovers”, il progetto fotografico di Rob è un gioco fatto di armonie.

Il corpo è moltiplicato, curvato, manipolato digitalmente per ottenere il risultato sperato: annullare la forza di gravità, annullare le costrizioni e le regole della società, gli schemi e i preconcetti. Movimenti fluidi, sessualità fluida. Paradossalmente il corpo viene annullato per trasformarsi in qualcosa di più: uno strumento di libertà.
Voglia di libertà che ci ricorda molto Ryan McGinley, del quale trovi un approfondimento qui.

I suoi soggetti ritrovano la pace con l’ambiente circostante, con la natura, tornando un po’ primitivi anche quando sono collocati all’interno di un edificio. Se vuoi saperne di più puoi visitare la pagina Instagram di Rob qui.

Rob Woodcox sfida la forza di gravità nelle sue immagini | Collater.al
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Uno scatto di Rob Woodcox sarà esposto a Collater.al Photography 2022.

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