Photography Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)
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Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)

Giorgia Massari
ivana sfredda

Non sono sicura che sia la componente sessuale ad attirare la mia attenzione. Forse sono alcuni elementi, in particolare le lumache, a suscitare in me un senso di familiarità, ma anche di nostalgia verso qualcosa che non riesco ben a identificare. Un richiamo alla mia infanzia c’è e sono proprio le lumache a evocarlo. Erano loro le mie uniche compagne di gioco quando passavo l’estate in una località di montagna sperduta, nel giardino della casa dei miei nonni che dopo un temporale diventava l’habitat perfetto per queste piccole creature tanto viscide quanto curiose. Allora le prendevo dal guscio, le appoggiavo sulle mie braccia e le facevo strisciare su di me, divertita dalla scia di bava che lasciavano sulla mia pelle. Io non lo sapevo, ma le stavo assimilando. In effetti, è proprio questo quello di cui parla Ivana Sfredda negli scatti che mi ha mostrato qualche settimana fa nel suo studio di Milano. Soak up è il titolo della serie ancora in work in progress che la fotografa molisana porta avanti dal 2022, o forse anche da prima. Interpretando alla lettera il termine anglosassone soak up, questo si riferisce proprio alla sensazione di godimento che si percepisce nell’atto di assimilare. Un bisogno umano e animale senza eguali, quello di unirsi a qualcuno o a qualcosa, di essere connesso e di «annientare i confini che delimitano un corpo».

ivana sfredda
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Gli scatti in macro di Ivana Sfredda non contemplano alcuna gerarchia di soggetto. Una fragola nella bocca di un uomo, un gruppo di vermi attorcigliati tra loro, una goccia che sta per cadere da un vecchio rubinetto, tutti appaiono uno dopo l’altro in un carosello di immagini che mano per la mano ballano in un girotondo perpetuo, senza strattoni né prepotenze. Mano nella mano, uniti, assimilati l’uno all’altro, nell’altro. Così che nell’atto di incontro tra due corpi, non esiste più un corpo mio e un corpo tuo. Le dinamiche di potere che l’uomo stesso ha costruito nel rapporto tra l’artefatto e il naturale si annullano. Forse è qui che si inserisce il mio ricordo infantile, dove è chiaro che in quell’arco spazio-temporale io non conoscessi quest’imposizione e nessun costrutto aveva ancora avuto tempo di insediarsi nella logica tale per cui oggi in me esiste la disequazione uomo > animale o ancora di più artificio > natura.

ivana sfredda
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una tensione che muove l’uno verso l’altro

Ma c’è qualcosa che va oltre a questa incoscienza o coscienza non ancora corrotta. Me lo spiega Ivana citando Mario Perniola, filosofo, scrittore e teorico dell’arte contemporanea, addentrandosi nella sessualità citata all’inizio. Perché è chiaro che nell’unione di due corpi vi sia una tensione che muove l’uno verso l’altro, ma che non deve per forza essere carica di un fine godurioso. Forse è solo un bisogno inconscio di perdere la propria forma originaria?

«Perniola individua nella sessualità un punto di sospensione che definisce sessualità neutra: ovvero il distacco dal proprio corpo che implica un sentire estraniato, cibernetico e, appunto, neutro. Questa pulsione erotica si slega dalla ricerca del godimento carnale in funzione di un contatto intenso in cui il corpo organico e inorganico diviene una superficie significante. Un sistema di comunicazione molto potente che salta oltre le categorie di umano/artificiale, umano/animale, animale/artificiale – relativo all’essere in quanto tale – che traccia le architetture fluide di un corpo alternativo».

ivana sfredda
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nell’incontro con l’altro l’io è come soddisfatto

Come mi spiega Ivana Sfredda, nell’incontro con l’altro l’io è come soddisfatto. Questo mi fa pensare a un libro che ho letto tempo fa, quando ero in cerca di una nuova me più consapevole. Un nuovo mondo di Eckhart Tolle – recuperato nella sezione “esoterismo” di una libreria -, in effetti parlava proprio di questo. Di come l’io esiste solo nel riflesso nell’altro, quando avviene l’annullamento dell’ego che non fa altro che definire i confini di una prigione entro cui vive una falsa narrazione di noi stessi. Quindi negli scatti di Ivana Sfredda, che, come mi spiega, sono una sorta di esercizio e di gioco, tutto ciò è tradotto visivamente, come a esplicitare l’esistenza quotidiana e diffusa di continue connessioni paritarie e armoniche tra elementi apparentemente distanti sia su un piano gerarchico che semantico.

«La serie si focalizza sul significato di contatto e di energia relazionale, un esercizio a immaginare come queste relazioni incomplete possano rappresentare dei profondi portali di insegnamento.»

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Courtesy & Copyright Ivana Sfredda

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Scritto da Giorgia Massari
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