Art Jonathan Walteridge: dipinto o fotografia?
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Jonathan Walteridge: dipinto o fotografia?

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In Zambia nel 1972, nasceva uno dei principali pittori iperrealisti della sua generazione, il cui lavoro esplora l’influenza della fotografia e del cinema nella vita quotidiana: Jonathan Walteridge.
Dopo aver studiato alla Glasgow School of Art, Jonathan si allontana dalla pittura per quindici anni. Quando si riavvicina, però, lo fa col botto e i suoi lavori vengono collezionati da Charles Saatchi, Francois Pinault e Benedict Taschen, per citarne alcuni. 

I suoi dipinti consistono in tele monumentali che, a primo impatto, vengono scambiate per fotografie. Secondo la sua visione, un dipinto che viene fotografato è più fotografico di un semplice scatto. Il foto-realismo, per Jonathan, è la trasposizione di informazioni che una macchina fotografica riesce a catturare. La pittura, invece, è il prodotto dell’occhio umano: è più fugace, più variegato. L’associazione tra linguaggio cinematografico e pittura storica permette il passaggio da un dipinto tradizionale a uno moderno. Lo scopo della sua produzione artistica, infatti, è proprio quello di mixare l’anacronistico con la novità, rafforzando entrambi gli aspetti. 

I maestri da cui prende ispirazione sono Goya, Manet, Rembrandt e Velazquez, coi quali ha sempre percepito una profonda connessione data dalla propensione al realismo. Nonostante Jonathan percepisse che al giorno d’oggi la pittura storica sarebbe risultata fuori contesto, sapeva che sfruttarla avrebbe aggiunto qualcosa di più veritiero ai suoi lavori. Questo perché, se le sue fossero fotografie, probabilmente sarebbero accettate come “reali” ma, al contempo, percepite come messe in scena. Qui, invece, risiede il paradosso: appunto perché sono dipinti, lo spettatore crede di più nell’immagine. Automaticamente, è come se quella scena fosse esistita realmente. 

Come Jonathan stesso afferma, i suoi lavori costruiscono immagini che lo spettatore sente di aver già visto da qualche parte, facendo leva sulla familiarità. Ciò accade specialmente quando ritrae contesti americani, come in Another Place, un progetto in cui viene ripreso il classico immaginario catastrofico e cinematografico propinato dagli USA. Da londinese, l’artista esprime la verità moderna per cui se ogni Paese si presenta come nuovo la prima volta che lo visitiamo, questo non accade con l’America, che invece abbiamo l’impressione di conoscere già per via dei media. Questo simboleggia l’influenza che gli Stati Uniti hanno sulla nostra visione del mondo, dal momento che il loro immaginario collettivo diventa quello di tutti, essendosi ormai profondamente radicato nella visione di ognuno di noi. 

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Per un ulteriore approfondimento su Jonathan Walteridge vi consigliamo il suo account Instagram e il suo sito

Articolo di Cobie

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