Art La scena artistica lodigiana emerge dalla nebbia
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La scena artistica lodigiana emerge dalla nebbia

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Giorgia Massari

Tutti gli eventi culturali fuori Milano tendono a essere oscurati e a fatica alcuni di questi riescono a emergere. Ma a smentire questa teoria ci pensano realtà “satellite” come Bergamo, Brescia e Lodi, che negli ultimi anni incoraggiano la proliferazione di nuove e calde scene artistiche. Il 2023 è l’anno di Bergamo e Brescia capitale della Cultura, ma quest’anno anche Lodi prende il suo spazio per uscire dalla nebbia. Il weekend scorso – dal 30 settembre al 1 ottobre – la città ha ospitato Lodi Basèll, la prima edizione di una rassegna d’arte contemporanea curata da Platea Palazzo Galeano. Le iniziative diffuse per la città hanno permesso ai cittadini e non di entrare a contatto con una scena artistica brutalista strettamente legata al territorio, che dai suoi paesaggi rurali, dalle sue tradizioni e dai suoi colori, spesso grigi come la sua nebbia, trae ispirazione. La nebbia che avvolge la pianura è un elemento centrale della saga performativa di cui vogliamo parlarvi oggi. Il titolo è Borda e si rifà a una leggenda lodigiana. Scopriamo meglio di cosa si tratta.

Cosa vuol dire Borda?

La Borda per i lodigiani è una figura leggendaria delle pianure, spesso associata a storie spaventose raccontate ai bambini prima di dormire. Questa figura, che può assumere le sembianze di una vecchia donna o talvolta di una giovane velata, è spesso considerata responsabile della scomparsa di coloro che osano avventurarsi nella nebbia. A partire da questa idea di smarrimento totale nasce l’idea di Roberto Alfano, Luca Boffi, Edoardo Caimi e Piergiorgio Caserini che, con l’evento Borda, riuniscono artisti lodigiani che attingono dal territorio, caratterizzato dalla presenza di terreni agricoli e una atmosfera densa di particolato, creando così una narrazione che mescola antichi miti e orizzonti sorprendenti. Questo evento è stato definito una “saga performativa” e il suo intento è quello di narrare il territorio e le sue rappresentazioni poetiche attraverso una serie continua di performance e installazioni che si sono svolte per due ore e mezza all’interno della Chiesa sconsacrata di Santa Chiara Nuova a Lodi.

Borda risponde all’urgenza di raccontare un territorio e con esso una scena artistica di rilevanza nazionale e internazionale che vi si è formata, e che da questi paesaggi ha attinto. Chi dai campi di melga scompiagliati dai trattori e dal letame accatastato; chi dai lunghi orizzonti oltre ai quali la luce scoppi e chi dagli interminabili monocromi turchesi che sovraintendono queste terre; chi ancora dalle golene annegate nelle alluvioni e dai fiumi stretti tra gli argini con piedi di pioppi; chi dalle mosche e dalle zanzare che s’arrabattano sui manti di tenere vacche e pelliccie di goffe nutrie; chi poi dall’aria lercia, stanca e appesantita dalle polveri sottili con retrogusto d’amianto e chi dal torpore avvolgente della canicola; chi infine dai ruderi della civiltà contadina, rimasti a contendersi il paesaggio con gli shed automatizzati, i camion addobbati da madonne e i pesti incroci provinciali.

La personificazione della nebbia e le sue identità

«La borda è la personificazione della nebbia che nasce dalle storie della buonanotte, tra i terrori dell’infanzia e le premure degli adulti. Una nostra signora che accompagna lo spaesamento, insegnando a chi suppone vederci lungo la facoltà di perdersi.» – con queste parole meglio si comprende l’atmosfera della saga performativa, costituita da un susseguirsi di narrazioni, o meglio, che unisce il lavoro degli artisti SAUZER, Riccardo La Foresta, Lorenzo Lunghi, Giada Vailati (Cult of Magic), Alberto Braida, DEM e Marsala in una narrazione collettiva.

Il percorso circolare all’interno della chiesa svela la duplice identità della nebbia. Se da un lato insegna a a dubitare dello spazio e delle cose, abituandoci al disorientamento, dall’altro «chi impara ad abbandonarsi al tracollo dello spaesamento saprà che nella nebbia si acquattano anche le gioie della nescienza. La gioia del non dar mai per certo dell’avvento di un buon nulla, e in quel buon nulla che mai ci si aspetta trovare la dolcezza della scomparsa, il commiato al lutto del visibile. È al venir meno che noi siamo avvezzi, e quel che impariamo sono il nascondimento e la fuga.» – come si legge nel testo di Piergiorgio Caserini.

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Scritto da Giorgia Massari
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