Perché la vittoria di Mahmood a Sanremo ci ha spiazzati tutti

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12 Febbraio 2019

È successo e da giorni non si fa altro che parlarne, nel bene e nel male. Mahmood, ventisettenne milanese di origini egiziane, ha vinto la 69ª edizione del festival di Sanremo.

Io stessa non riesco ancora a crederci.
Ripenso al momento della proclamazione, quando nella combriccola del totosanremo riunita a casa mia davamo ormai tutti per scontata la vittoria di Ultimo (al massimo del Volo). Perché la storia di Sanremo, specie quello degli ultimi anni, ci ha insegnato a perdere le nostre scommesse. Sempre.

E invece questa volta, per fortuna, non è andata così.

Baglioni ha letto proprio il verdetto che avremmo voluto sentire, il verdetto che ci ha ridato un po’ di fiducia nei maledetti italiani (fino a che non sono arrivate le tristi polemiche del giorno dopo).
Per la prima volta da che ho memoria del festival di Sanremo ha vinto una canzone che rappresenta ciò che una certa fetta consistente d’Italia sta ascoltando in questo momento. Per la prima volta non c’è patina, non ci sono fenomeni da baraccone e scimmie che ballano sul podio della kermesse più attesa della tv italiana. C’è una canzone che è una hit scritta, prodotta, suonata e cantata bene e in modo per niente banale.
Per la prima volta ho sentito la necessità di mandare il mio sms al 4754751 e dare il mio voto a un concorrente in gara al festival di Sanremo. E per la prima volta, al momento della proclamazione, ho gioito. Come se Mahmood fosse stato un mio amico.
Un sentire (quasi) comune, perché la mia bacheca Facebook negli istanti immediatamente successivi è stata un liberarsi euforico di stati di frenesia anti-salvinista, anti-razzista, anti-populista e afammocc (che in napoletano esprime grandissima soddisfazione per qualcosa che è andato bene a te e malissimo a qualcuno che proprio se l’è meritato – tipo quando il Napoli fa goal alla Juve).


Non credo di esagerare se dico che la vittoria di Mahmood è segno che qualcosa in Italia sta iniziando a cambiare.
Una piccola rivoluzione di cui (col senno di poi) avremmo dovuto vedere i segnali già nelle scelte indie-oriented della direzione artistica: oltre a Mahmood, in gara c’erano un bel po’ di nomi che sembrava di stare al Miami: da Motta a Ghemon agli Ex-Otago, da Achille Lauro agli Zen Circus a Livio Cori (che voi ancora credete sia Liberato, vabbè).

Quest’edizione del festival, a ben guardare, ha fatto lo sforzo di aprirsi a un nuovo tipo di pubblico che non è più solo quello di Amici, X Factor, Albano e Romina Power: era già nell’aria un’operazione di svecchiamento (probabilmente dettata dallo scopo di fare audience, arruffianarsi i fan della trap e dell’indie insieme, disposti a sorbirsi ore e ore di siparietti poco comici e canzoni spaccapalle, per soddisfare la curiosità di vedere gli artisti del proprio mondo in un mondo che non era propriamente il loro).
Nonostante queste premesse, non ci siamo fatti troppe illusioni. All’indomani del festival di Sanremo, credevamo che di quelle quote indie e trap, buttate lì come pesciolini rossi in un oceano di vecchi squali, sarebbe rimasto qualche Tweet, qualche duetto sopra le righe e niente più.

Invece quella quota è stata molto più che una parentesi. Potremmo vederla come un sacrificio di vittime per i festival che verranno: Mahmood ha vinto per se stesso, ma ha vinto anche per loro.

“Soldi” è un brano pop che abbraccia R&B, trap e beat esotici: un brano freschissimo prodotto da Dardust e Charlie Charles (producer di Ghali e forse è per questo che ce lo ricorda anche un po’) con un testo che switcha dall’italiano all’arabo e racconta un fatto autobiografico non felicissimo ma sapientemente intervallato da hand-clapping smorza-toni.
Se non si fosse trattato di Sanremo, non ci saremmo mai meravigliati della vittoria di un brano come “Soldi”: la meraviglia nasce da un coup de théâtre pazzesco messo in scena dal bagaglino della canzone italiana sanremese a cui ci eravamo abituati.
Ci siamo andati a prendere una vittoria, un riconoscimento in qualcosa in cui si sono riconosciuti forse i nostri genitori e quelli che assumono musica per le infinite vie endovenose alimentate da Maria De Filippi. Non è per snobismo, ma quella kermesse l’abbiamo guardata sempre con un po’ di distacco, convinti che la “vera musica italiana” fosse altrove.

Ora che Mahmood ha vinto a Sanremo e abbiamo ingoiato anche il boccone amaro delle polemiche sul televoto, la spocchia cripto-fascista di Ultimo e i commenti vergognosi come quello di Di Maio, abbiamo un po’ di speranze in più e possiamo iniziare a fantasticare sui prossimi nomi, anche sui prossimi conduttori. Quanto sarebbe giusto avere Cattelan all’Ariston, per esempio.  

Il problema è che conviene restare umili e coi piedi per terra perché proprio ieri sono arrivati i Grammy e ci hanno ricordato che siamo in Italia e che quella palma nelle mani di uno stilosissimo e talentuoso ragazzone con gli occhi neri pieni di stupore è solo un’oasi nel deserto.

Sai già come va come va come va.


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