Il passato in agenzia creativa di Mattia Sarti (1988) è evidente se si guardano le sue opere. Il product, soprattutto legato al mondo fashion, è ben presente, ma non solo. Dalle sneaker alle aspirapolveri Dyson sono tanti i prodotti di massa presi in esame dall’artista che ha da poco concluso la sua personale – dal titolo Mainstream – alla Candy Snake Gallery di Milano. La sua intenzione, forse fin troppo lampante, è quella di «esplorare i temi della società contemporanea attraverso la distorsione dei soggetti», come si legge nel suo statement. La tecnica è raffinata, un acrilico su tela ben eseguito che appare quasi come un digital artwork – come nel caso di Flamingo, oggetto che siamo già pronti a vedere nelle Storie estive su Instagram. Insomma, un’analisi del contemporaneo attraverso i prodotti commerciali più diffusi, qui però sciolti, quasi verso una dissoluzione, velando con colori accesi una lieve critica.

Mattia Sarti porta all’estremo lo strumento fluidifica di Photoshop ma in chiave pittorica. Prende oggetti del quotidiano, visti e rivisti, usati e stra-usati, e li scioglie, un po’ come Salvador Dalí. In un’operazione, dunque, anch’essa già vista parecchie volte. Con questa tematica, Mattia Sarti si inserisce – insieme ai molti – nel filone “critico la contemporaneità”, la sua mostra la intitola Mainstream senza rendersi conto che potrebbe sembrarlo lui stesso. O forse è proprio questa la sua intenzione? Una provocazione allo spettatore che, attratto dal prodotto e dall’estetica vivace dei suoi lavori, si rende conto di essere schiavo del marketing.







Courtesy Mattia Sarti, Candy Snake Gallery
