Caffè e sigaretta con Memento

Caffè e sigaretta con Memento

Emanuele D'Angelo · 1 mese fa · Music

Qualche pomeriggio fa abbiamo fatto quattro chiacchiere con Andrea, in arte Memento, in occasione dell’uscita del suo primo EP “Memento Non Ha Paura Del Buio”.

Erano le 15 ed entrambi avevamo finito di pranzare da poco, così poco da non avere il tempo per godersi un caffè e una sigaretta in santa pace.

Ma poco importa, nonostante qualche problema audio di troppo, decidiamo di prenderlo insieme perché quando potrebbe ricapitare?!
Ma tocca fare presto perché il giovane artista di Asian Fake alle 16 ha le lezioni della patente, per cui dobbiamo darci una mossa.

Per chi non lo sapesse Memento è entrato a far parte del roster della casa discografica con “Hanami”, il nuovo progetto nato per dare visibilità a una nuova generazione di talenti della musica italiana. La parola è giapponese e indica la pratica di osservare la fioritura degli alberi in Primavera.
Già a quel tempo ci aveva dato una preview, per così dire, della sua magia con la sua “Non ti conosco”.

Sin dal primo ascolto della prima traccia siamo rimasti impressionati dal suo stile, dalle parole e dalla sua musica in generale.
In questo EP la musica traccia i confini di un mondo sognante, una via di fuga dall’oscurità della realtà dove la sensibilità fuori dal comune di Andrea trova il suo spazio e la sua massima espressione. Memento affronta con poesia le sue paure più nascoste ricercando la luce in ciò che lo circonda e nelle esperienze di vita che trasferisce all’interno dei suoi testi. Alle liriche del giovane artista si affianca un tappeto sonoro molto particolare che va dalla musica soul all’elettronica, e al lo-fi, creando un accostamento di suoni ricercato e diverso che sta alle fondamenta delle atmosfere del disco.
Un EP di sette tracce, 2 già conosciute che siamo sicuri vi conquisteranno già dal primo ascolto.

Come sempre, adesso lasciamo spazio alle sue parole, per farvi conoscere meglio questo talento classe 2002, dalle grandi aspettative.

Iniziamo dal principio, come mai hai scelto Memento come nome? É un nome che sentiamo spesso, sia per la famosa citazione latina, sia per quel colossale capolavoro di Nolan.

Memento è nato casualmente circa un anno e mezzo fa. Prima, in arte, mi chiamavo Young Swarthy, perché faccio di cognome Bruno e in inglese si dice swarthy. Era la sera del lancio del nuovo disco di Salmo che è stato fatto in Darsena e mi era venuto lo schizzo di voler cambiare nome. Ero lì con amici, ci siamo messi a buttare giù idee e Memento mi è piaciuto un sacco e alla fine ho deciso di chiamarmi così. 

Cosa significa per te questo primo EP e come mai hai scelto questo nome ovvero “Memento non ha paura del buio”?

Sono molto contento, è quasi una liberazione far uscire questo progetto, anche se non è tantissimo tempo che ci lavoro. È stato concepito tra quest’estate e questi giorni. Ovviamente sono felicissimo e, per quanto riguarda il titolo, nella realtà Memento ha paura del buio, in senso metaforico come un po’ tutti, penso. Ad esempio, questo periodo è abbastanza buio, io non posso lamentarmi perché fortunatamente questa pandemia non ha toccato né me né i miei amici, ma è stato per tutti un periodo buio. “Memento non ha paura del buio” è una sorta di convincimento, è come dirsi da solo che è buio ma che poi tutto passa ed è un titolo che è venuto un po’ da sé. 

Da ascoltatore e fan, mi sento di dire che Asian Fake riesce sempre a trovare una novità e a proporre cose inaspettate.
Che legame c’è tra te e Asian Fake e senti che quest’etichetta sia perfetta per te e per la tua musica? 

Asian Fake è una manna dal cielo. Mi ricordo che tempo fa, prima di conoscere tutti loro, e parlavo con i miei amici di Asian Fake e dicevo che sarebbe stato un sogno lavorare con loro e incredibilmente è successo. 
Io amo molto Asian Fake perché è un ambiente mega familiare, in cui tengono alla musica e a tutto ciò che ci sta intorno, i cambiamenti, un percorso discografico, un percorso di immagine e di visua
l. Si lavora davvero benissimo sotto tutti questi punti di vista.

Invece, tu sei entrato in Asian Fake mandando “Non ti conosco”. Quando l’hai realizzata pensavi che con questa canzone avresti potuto svoltare? Cosa pensavi quando hai prodotto questo pezzo?

Quando producevo “Non ti conosco” pensavo sostanzialmente a tutto quello a cui ho sempre pensato e che penso quando faccio musica.
Tra l’altro “Non ti conosco” l’ho concepita come qualsiasi altro pezzo che facevo in quel periodo. Poi ho deciso di partecipare ad “Hanami” e di inviare la fatidica mail, ed è incredibilmente successo.

La prima canzone che mi ha colpito leggendo i titoli delle tracce è stata “A volte mi perdo”. Hai una canzone, che è “Non ti conosco” il cui titolo è di fatto uguale a un pezzo di Venerus, poi c’è questa, ma anche la prima traccia. Anche a livello di sonorità e di sound. Però, se c’è un artista in futuro con cui collaborare, perché proprio Venerus? 

Sarà Venerus, spero, perché all’interno di Asian Fake è da sempre l’artista che mi ha ispirato di più. Fa parte del mio passato in qualche modo.

Nel tuo disco c’è questo luogo ricorrente, presente sia come traccia ma lo citi spesso in altre varie parti del testo di altre tracce.
Val di Sogno è stata un po’ la tua musa, e quanto è stata importante nella fase di scrittura?

I luoghi in cui si scrive sono sempre il tramite, ma il luogo è sicuramente una delle cose più importanti. Val di Sogno è il mio posto magico, è il posto in cui io sono tranquillo, mi sento bene e riesco a staccare e appunto si trova sul Lago di Garda, vicino casa mia.

In “Memento non ha paura del buio” nella prima traccia esordisci perdendoti, nell’ultima, invece, non hai paura del buio.
C’è una connessione profonda tra le tracce dell’EP? 

Come in tutte le cose, ho scoperto dopo di aver creato un viaggio. Nel senso che il viaggio l’ho vissuto in prima persona in questi mesi in cui ho scritto l’EP e poi ho scoperto di collegarsi concettualmente, anche se di base l’EP non è concept definito, l’idea era di concentrarsi sulla musica. Poi, ovviamente, scrivendo è venuto automatico che si delineasse questa sorta di percorso all’interno dell’EP. 

Com’è nata la collaborazione con Rodrigo degli Afterhours? Perché tu sei giovanissimo, e quindi sei un po’ distante da quel mondo lì. 

La collaborazione con Rodrigo è nata anche quella casualmente. Innanzi tutto, gli Afterhours fanno parte dei miei ascolti passivi, nel senso che fanno parte degli ascolti che ho “rubato” ai miei genitori perché li sentivano in macchina o a casa e solo ultimamente li ho ascoltati per scelta personale. Ovviamente sono stati una scoperta e il ft. con Rodrigo è nato grazie ad Orange che lo conosce e Rodrigo ha ascoltato il pezzo, gli è piaciuto molto è ha deciso di metterci il suo tocco magico. 

Per chiudere, il più grande obiettivo non di Memento ma di Andrea? 

Che Memento faccia sempre parte della sua vita, ossia che la musica faccia sempre parte della sua vita. 

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Le fotografie magnetiche di Henri Prestes

Le fotografie magnetiche di Henri Prestes

Collater.al Contributors · 1 giorno fa · Photography

Di notte capita che la testa si appesantisca, ricolma di idee e pensieri in disordine; che il sonno tardi ad arrivare o che non arrivi mai. Quando questo succede, si prova a uscire nonostante il buio, il freddo o il maltempo. La necessità d’aria fresca aumenta e il silenzio notturno attrae, perciò ci addentriamo nell’ombra di luoghi che sembrano essere mutati al variare della luce. Appaiono diversi, non più familiari o immuni al cambiamento come credevamo che fossero. Questo tipo di suggestione è il fil rouge che lega le immagini di Henri Prestes, portoghese e artista della fotografia cinematografica: uno storytelling immersivo, emotivo e a tratti surreale

Quando si riesce a creare qualcosa capace di toccare i nervi scoperti dell’osservatore, è possibile suscitare emozioni turbolente: davanti a questi lavori, c’è chi si sente scosso, disturbato e chi ammaliato o finalmente compreso. Non sono le fotografie a essere aggressive o affascinanti: siamo noi, sono le sensazioni con cui decidiamo di riempire le atmosfere evocate da Henri Prestes.

Spontaneamente, empatizziamo.

Prendiamo parte alla scena rappresentata, degna di un film, e, osservandola attentamente, possiamo estrarne anche la colonna sonora. 

– Leggi anche: Andreas Levers e la città vista di notte

Sospesi nel mistero dei paesaggi rappresentati, vaghiamo, così come fanno i personaggi che abitano queste fotografie. Nella collezione Perfect Darkness, in particolare, il senso di sospensione viene accentuato dalla palette acquamarina, lasciando che l’introspezione prenda il sopravvento. 

Raramente, però, il nostro sguardo viene abbandonato a se stesso. Spesso, siamo accompagnati da una presenza umana – anche se a tratti appare aliena -, o da una luce, magari flebile, magari lontana, ma esistente. Questa compagnia può essere un ulteriore elemento ansiogeno così come rincuorante e, ancora una volta, dipende da noi e dal nostro inconscio. 

Si parla quindi d’arte, tanto che si fatica a distinguere queste immagini da fotografie a dipinti. Siamo chiamati a un’intimità emotiva a cui non siamo abituati, ma che possiamo allenare e ricercare nel feed Instagram di Henri Prestes o sul suo sito web

Articolo di Cobie

Le fotografie magnetiche di Henri Prestes
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La fotografia analogica di Aurelie Lagoutte

La fotografia analogica di Aurelie Lagoutte

Giulia Guido · 1 giorno fa · Photography

Sensuali e intimi, sono gli scatti di Aurelie Lagoutte, fotografa francese con base a Londra. 
Aurelie è nata in Francia, è cresciuta in una città vicino a Lione per poi, trasferirsi a Parigi dove ha scoperto quasi per caso la passione per la fotografia. È successo durante un servizio fotografico con Sebran d’Argent, per il quale lei faceva la make-up artist. Come per magia è rimasta affascinata dalla fotografia analogica, dal suo processo lento. 

È stato allora, circa dieci anni fa, che Aurelie Lagoutte ha comprato la sua prima macchina fotografica analogica, una Rollei 35, e da autodidatta ha cominciato a scattare e a sperimentare, volgendo immediatamente il suo obiettivo verso il corpo femminile

I suoi ritratti e i suoi nudi sono omaggio e scoperta del corpo che, finalmente libero dai vestiti, si può mostrare per come è realmente. L’attenzione della fotografa si posa su tutto ciò che rende un corpo unico, le forme, le curve, le cicatrici e i piccoli difetti. 

– Leggi anche: I ritratti fotografici di Ryan Muirhead

La stessa Aurelie non si sottrae all’obiettivo e, oltre a scattare gli altri, spesso – come è successo l’anno scorso durante il lockdown – si mette lei davanti alla macchina fotografica, creando stupendi autoritratti

Oggi Aurelie Lagoutte vive e lavora a Londra, a Shoreditch, e i suoi scatti continuano ad avere quel je ne sais quoi che ci fa sognare di essere i protagonisti del suo prossimo scatto.

Qui sotto trovate una selezione dei suoi lavori, ma per scoprirne di più seguitela su Instagram e visitate il suo sito

La fotografia analogica di Aurelie Lagoutte
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Souvenir d’un Futur, il progetto fotografico di Laurent Kronental

Souvenir d’un Futur, il progetto fotografico di Laurent Kronental

Giulia Guido · 10 ore fa · Photography

Erano gli anni ’50, quando per affrontare la crisi degli alloggi, l’arrivo nei grandi centri urbani di immigrati stranieri e non solo e soddisfare le nuove esigenze di comfort, nacquero intorno a Parigi i cosiddetti “Grands Ensembles”. Si tratta di enormi centri abitativi caratterizzati da un design modernista che dalla loro costruzione ad oggi hanno attraversato diverse fasi. 

All’inizio, la loro monumentalità portava con sé un sogno, simbolo della ripresa dalla guerra e di un’inarrestabile modernizzazione. Col tempo però, tutti i difetti di questi luoghi si sono evidenziati – la lontananza dai centri delle città, i pochi collegamenti, la mancanza di luoghi di ritrovo e dedicati alla vita pubblica – e pian piano sono diventati dei posti semi-fatiscenti, testimonianza di un futuro che non si è mai verificato. 

Laurent Kronental
Lucien, 84, Les Espaces d’Abraxas, Noisy-le-Grand, 2014

Qualche anno fa, il fotografo francese Laurent Kronental è rimasto a dir poco affascinato dai “Grands Ensembles” presenti intorno a Parigi, tanto da dedicargli un intero progetto. “Souvenir d’un Futur” è il risultato di 4 anni di esplorazioni tra questi centri abitativi, da “Les Damiers” a Courbevoie a “Les Tours Aillaud” a Nanterre, dal PavéNeuf e l’Espaced’Abraxas a Noisy-le-Grand alla Cité Curial-Cambrai nel XIX arrondissement. 

Ma il titolo malinconico ci svela qualcos’altro.

Laurent Kronental
Le Pavé Neuf, Noisy-le-Grand, 2015

Infatti l’obiettivo della sua camera 4×5, oltre a catturare le forme delle architetture, si posa anche sui volti di coloro che le abitano e che come esse sono stati in un certo senso abbandonati: gli anziani

Il legame tra ambiente e uomo non potrebbe essere più forte e netto: gli edifici che una volta rappresentavano il futuro ora vivono un periodo di degrado, dimenticati dalla società e, a volte, in attesa di essere abbattuti per fare spazio a qualcosa di nuovo. Con l’amaro in bocca, non possiamo che ammettere che è esattamente ciò che succede alla maggior parte degli anziani, costretti a vivere in una società focalizzata sempre di più sui giovani e che spesso e volentieri lascia indietro, dimentica i suoi rappresentati più vecchi.  

In “Souvenir d’un Futur” questa sensazione di abbandono e oblio è sottolineata da diverse scelte tecniche e di stile: Laurent Kronental ha deciso di scattare al mattino presto, con le strade vuote e senza persone in giro per dare una maggiore sensazione di desolazione; ha utilizzato una camera 4×5 che gli ha dato la possibilità di usare la tecnica tilt-shift, perfetta per fotografare edifici e catturare tutta la monumentalità dell’architettura; ha volutamente escluso i giovani – sebbene anch’essi vivano nei “Grands Ensembles” – per lasciare spazio ai veri protagonisti di questi luoghi. 

Laurent Kronental
Joseph, 88, Les Espaces d’Abraxas, Noisy-le-Grand, 2014

E così, attraverso gli scatti di Laurent Kronental seguiamo i segni del tempo sulle facciate di questi edifici evanescenti, ma anche sui volti delle persone, nei loro sguardi, tristi e fieri allo stesso tempo, anch’essi simboli di una generazione che fu giovane e forse continua ad esserlo. 

Seguite Laurent Kronental su Instagram e visitate il suo sito.

Laurent Kronental
Les Tours Aillaud, Cité Pablo Picasso, Nanterre, 2014
Laurent Kronental
Les Orgues de Flandre, 19e arrondissement Paris, 2014
Laurent Kronental
José, 89, Les Damiers, Courbevoie, 2012
Laurent Kronental
Alain, 80, Les Damiers, Courbevoie, 2013
Laurent Kronental
Denise, 81, Cité du Parc et cité Maurice-Thorez, Ivry-sur-Seine, 2015
Laurent Kronental
Jacques, 82, Le Viaduc et les Arcades du Lac, Montigny-le-Bretonneux, 2015
Souvenir d’un Futur, il progetto fotografico di Laurent Kronental
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Gli autoritratti concettuali di Nassia Stouraiti

Gli autoritratti concettuali di Nassia Stouraiti

Collater.al Contributors · 5 ore fa · Photography

Trucco, creatività, una visione concettuale delle cose e uno stile personale unico, sono questi i quattro ingredienti chiave degli autoritratti di Nassia Stouraiti, giovane fotografa autodidatta greca.

Nassia ha 22 anni, ha studiato legge e comunicazione all’Università Nazionale Kapodistriana di Atene e da sempre la sua passione è la fotografia. Nei suoi scatti è la protagonista della scena, usa se stessa come una tela bianca, immortala il suo volto come un quadro e lo arricchisce con trucchi e colori diversi.

La sua visione estetica del mondo prende ispirazione dal cinema e da grandi registi europei come Federico Fellini, Ingmar Bergman, Pedro Almodóvar e Paolo Sorrentino.
Nonostante lavori e sperimenti a fondo con la macchina fotografica, il sogno di Nassia Stouraiti è lavorare con la settima arte. Così, esattamente come questi grandi registi, anche lei, a suo modo, sembra voler scavare a fondo nella sua interiorità e analizzare concetti esistenziali con la fotografia. I suoi scatti portano con sé un messaggio profondo sull’identificazione, l’immagine della donna, il rapporto con l’altro, il sogno e la realtà.

Dopotutto però la sua arte è concettuale, quindi va guardata, apprezzata e interpretata personalmente.

– Leggi anche: Gli autoritratti vittoriani di Iness Rychlik

Guarda qui una selezione dei suoi scatti, seguila su Instagram e visita il suo sito personale.

Articolo di Federica Cimorelli

Gli autoritratti concettuali di Nassia Stouraiti
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