Nike Air Huarache, “stripped to the bare essentials”

Nike Air Huarache, “stripped to the bare essentials”

Andrea Tuzio · 4 settimane fa · Style

Ormai è questione di ore e a distanza di oltre 20 anni dalla prima release verranno rilasciate le Stüssy x Nike Air Huarache.

Le sneaker rappresentano la prima collaborazione non ufficiale tra Nike e Stüssy, infatti il progetto originario fu quasi un antenato delle collaborazioni contemporanee. Fraser Cooke di Nike (padrino tra le altre cose dei progetti Gyakusou, HTM e “The Ten”) e Michael Kopelman di Stüssy UK realizzarono quello che potremmo definire un bootleg delle Stüssy x Nike Air Huarache e vennero vendute in un numero molto limitato nel chapter store di Stüssy a Londra. 
Quelle Huarache andarono a ruba e diedero il via alla formula di collaborazione brand/retailer che siamo abituati a vedere oggi.

Il 12 febbraio Stüssy e Nike rilasceranno di nuovo le loro Huarache nelle colorway OG, in più completeranno la collaborazione tra i due brand una crewneck in pile e un panta in tuta abbinato. Il tutto sarà disponibile in selezionati Chapter store Stüssy, presso Dover Street Market e su stussy.com.

In occasione di questa storica release abbiamo deciso di connettere i punti che raccontano la storia di una delle silhouette più iconiche mai realizzate da Nike. 

Come in quasi tutti i progetti che hanno fatto la storia dell’azienda di Beaverton, la persona alla quale porgere i nostri ringraziamenti è sempre la stessa, Tinker Hatfield.
Il padre delle Air Max 1 e delle Air Jordan dalla III alla XV, nel 1991 realizzò una sneaker spogliata fino all’essenziale – “stripped to the bare essentials” – come recitava uno dei primi advertising dedicati alle Nike Air Huarache. 

La scarpa “che abbraccia i piedi” fu la realizzazione plastica del design funzionale ed estetico più innovativo dell’epoca per Nike. 

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, Tinker Hatfield aveva intenzione di provare a disegnare la scarpa del futuro e iniziò a buttare giù un po’ di schizzi di quella che sarebbe poi diventata la Nike Huarache ma che all’epoca si chiamava “Harrachi”. 

Leggenda narra che Hatfield trasse ispirazione per le Huarache mentre faceva sci nautico e dopo una caduta – molto frequenti in questo sport – rimase incantato ad osservare il calzino in neoprene utilizzato come aggancio agli sci e si accorse che aderiva perfettamente al suo piede. 

Immediatamente si rese conto che aveva la possibilità di risolvere uno dei problemi più importanti delle sneaker dell’epoca: ogni sneaker calzava in maniera differente rispetto alla forma del piede. 

Grazie al calzino in neoprene però cambia tutto. È quest’ultimo che si adatta perfettamente a qualunque tipologia di piede fasciandolo, abbracciandolo appunto, donando una comodità mai provata prima. 

Una volta buttati giù gli schizzi della “Harrachi”, mise insieme tutto il lavoro fatto e lo mostrò al collega Sandy Bodecker che non solo ne riconobbe immediatamente il valore ma contribuì in maniera decisiva al nome finale della sneaker: con una penna rossa scrisse sulla bozza di Hatfield “Sneaker of the Gods”, semplicemente perché pensò che quelle scarpe così avveniristiche e all’apparenza comodissime, potessero rappresentare i sandali di una qualche divinità greca come Zeus. 

Da qui l’idea di Hatfield di chiamare quelle sneaker Huarache, il nome di un tipico sandalo messicano di origini pre-colombiane tutt’oggi realizzato in vari materiali ma principalmente in pelle, molto simile a quelli che ancora oggi vediamo nelle rappresentazioni delle divinità greche. 

Le Nike Air Huarache atterrarono sul pianeta sneaker nel 1991 ma nonostante il grande entusiasmo degli addetti ai lavori, sul piano commerciale fu un vero e proprio disastro: ne vennero ordinate soltanto 50 paia. 

Questo fallimento completo però non fermò Tom Archie, Marketing Director del brand all’epoca che, credendo fortemente in quel progetto così avveniristico, ne fece produrre 5000 paia e le portò in prima persona allo stand Nike della Maratona di New York di quell’anno. 

Vennero vendute tutte, i partecipanti alla maratona ne furono entusiasti: i colori brillanti, la silhouette futuristica e soprattuto l’incredibile aderenza al piede grazie al calzino in neoprene sparigliarono le carte e resero le Nike Air Huarache un’icona da quel giorno in avanti.  

Indossate da Michael Jordan e Jerry Seinfeld, Michael Johnson le sfoggiò in un famoso spot pubblicitario, le Nike Air Huarache sono diventate un simbolo, un’icona con una legacy ben precisa e ormai radicata che ha fatto si che, nel corso di questi anni, venissero prodotti tantissimi modelli ispirati proprio a quella silhouette che Tinker Hatfield realizzò grazie a una gita e allo sci nautico.

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Martin Neuhof, un fotografo e ritrattista evocativo

Martin Neuhof, un fotografo e ritrattista evocativo

Federica Cimorelli · 3 giorni fa · Photography

Martin Neuhof, classe 1984, è un fotografo e ritrattista tedesco con base a Lipsia, in Germania. Il suo rapporto con questa forma d’arte inizia da piccolissimo: Martin segue le orme di suo nonno Friedrich Gahlbeck, noto fotografo tedesco dello scorso secolo, poi lavora per permettersi una macchina fotografica e così comincia a sperimentare con le immagini.

La sua fotografia è chiara ed elegante, mette al centro del discorso il volto umano e scava nell’interiorità del soggetto che immortala. Secondo Martin Neuhof il volto è una porta di accesso sulle emozioni umane, è un ostacolo da superare e una barriera da infrangere. 

Leggi anche: I profondi ritratti fotografici di Laura Zalenga

Le sue composizioni fotografiche riescono ad abbattere ogni apparenza, sono scatti creativi che mettono in luce il protagonista dell’immagine e intanto colpiscono lo spettatore, lo provocano e innescano qualcosa nella sua interiorità.

Guarda qui una selezione dei suoi scatti, seguilo su Instagram e sul suo sito personale

Martin Neuhof, un fotografo e ritrattista evocativo
Photography
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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

Giulia Guido · 2 giorni fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle. 
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @to.street, @caterina_cantu, @martinacuscuna, @veber.photos, @littlejos_, @ivananoto_, @elaverre, @radekzawadzki, @tonepantone, @fotopabo.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram
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Margaret Durow e la fotografia come cura

Margaret Durow e la fotografia come cura

Giulia Guido · 2 giorni fa · Photography

Lontano dalla East e dalla West Coast, viaggiando verso il centro degli Stati Uniti e lasciandosi alle spalle città come New York, Washington o San Francisco, è possibile scoprire un’altra America. Margaret Durow ci porta a passeggio tra il Wisconsin e i suoi suggestivi paesaggi. 

Classe 1989, Margaret Durow è una fotografa che ha iniziato a scattare da adolescente immortalando le giornate trascorse con gli amici. Poi l’obiettivo della sua macchina fotografica ha iniziato a posarsi su altro: su ciò che la circondava, ma anche lei se stessa. 

Scorrendo il suo profilo Instagram o visitando il suo sito possiamo infatti notare come foto di tramonti e di infiniti campi d’erba si alternano a quelle del suo copro fragile ma indistruttibile. Margaret utilizza il mezzo fotografico per raccontare la sua storia, gli stati d’animo che prova, cercando di entrare in empatia con lo spettatore. 

Quando Margaret Durow aveva 5 anni le è stato trovato un tumore benigno alla spina dorsale. Le diverse operazione alle quali si è dovuta sottoporre hanno segnato la sua esistenza e il suo corpo, e oggi ci mostra le cicatrici sulla sua pelle per raccontarci cosa prova sotto quelle stesse cicatrici. 

Margaret Durow

Margaret imprime i suoi stati d’animo e noi non possiamo fare altro che lasciarci trasportare dai suoi scatti: in punta di piedi diventiamo testimoni della sua vita, il suo corpo diventa il nostro e il sollievo che proviamo guardando i paesaggi che fotografa non potrebbe essere più vero. 

Leggi anche: La bellezza della tranquillità negli scatti di Alberto Polo Iañez

Noi abbiamo selezionato solo alcuni scatti di Margaret Durow, ma seguitela su Instagram e visitate il suo sito per non perdervi i suoi prossimi lavori.

Margaret Durow
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Margaret Durow e la fotografia come cura
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Bobby Mandrup, un fotografo in continuo divenire

Bobby Mandrup, un fotografo in continuo divenire

Federica Cimorelli · 5 giorni fa · Photography

Vivere in un costante stato di divenire, è così che Bobby Mandrup – fotografo danese classe 1985 – si descrive al pubblico che lo segue. Noi non possiamo proprio contraddirlo, d’altro canto la sua fotografia sembra cucita esattamente intorno a queste parole. 

Bobby Mandrup scatta principalmente ritratti e lo fa quasi come un pittore.
I suoi scatti analogici sono immediati e intimi, si avvicinano alla figura umana con emozione e imprevedibilità e riescono a catturarne ogni sentimento e ogni sfumatura.

Non mi piacciono gli scatti costruiti in una scena, li trovo sprecati. Per me fotografare è come mostrare l’individualità di ogni momento fugace.

Guardando le sue fotografie nel complesso si riesce a costruire un tragitto simile e complementare ad ogni immagine. Bobby ricerca i difetti dei soggetti che immortala, cattura la vita imprevedibile di ogni persona e disegna un mondo imperfetto, caotico e disturbante.

Leggi anche: Le infinite espressioni del corpo umano negli scatti di Ophelia

Guarda qui una selezione dei suoi scatti, seguilo su Instagram e visita il suo sito personale

Bobby Mandrup, un fotografo in continuo divenire
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