Art Off Screen – Alejandro González Iñárritu: oltre il cinema
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Off Screen – Alejandro González Iñárritu: oltre il cinema

Off Screen è la rubrica che guarda oltre lo schermo. Racconta i registi che non si limitano al cinema, ma portano la loro visione tra fotografia, installazioni e linguaggi visivi ibridi. Perché alcuni film continuano anche quando la pellicola finisce.
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Leila Stabile
Alejandro-G.-Inarritu-Ph-Marta-Marinotti | Collater.al

C’è sempre di più un confine molto sottile tra cinema e arte contemporanea. Performance, installazioni, realtà virtuale: gli spazi espositivi accolgono opere che un tempo sarebbero state confinate in sale buie, Off Screen nasce per raccontare proprio questi registi che non si accontentano dello schermo, ma trasformano la loro visione in qualcosa di più grande, tangibile e alle volte abitabile.

Alejandro González Iñárritu è uno di questi. Classe 1963, messicano, cinque Oscar, quattro Golden Globe, tre BAFTA. Un curriculum che impressiona, certo, ma è quello che ha fatto fuori dalle sale cinematografiche a renderlo perfetto per questa rubrica. 


Dal cargo alla macchina da presa: un regista non convenzionale

Nato a Città del Messico nel 1963, Iñárritu ha avuto una formazione caotica, lontana da qualsiasi accademia. Adolescenza difficile, famiglia in crisi economica, espulsioni da scuola. A vent’anni si imbarca per due volte su un cargo mercantile, facendo lavori umili tra Mississippi, Europa e Africa. Nel secondo viaggio resta via un anno intero con mille dollari in tasca, leggendo Camus, Sartre, Dostoevskij. Quell’esperienza – fisica, intellettuale, esistenziale – gli ha plasmato lo sguardo.

Tornato in Messico studia comunicazione, lavora come DJ radiofonico per WFM (diventa la radio più ascoltata dai giovani di Città del Messico), compone colonne sonore e studia teatro. Solo dopo questo percorso accidentato, quasi quarantenne, esordisce con Amores Perros (2000).

Il film è uno shock: Città del Messico violenta e frammentata, tre episodi collegati da un incidente stradale e dal filo rosso dei cani, creature amate, abbandonate, sfruttate e uccise. Vince il premio della critica a Cannes e lancia il Nuevo Cine Mexicano insieme a Cuarón e Del Toro.

Con 21 grammi (2003) e Babel (2006) conferma la sua poetica: narrazioni frammentate, personaggi in crisi, geografie emotive dove i luoghi sono estensioni psichiche dei protagonisti. Babel, tra Marocco, Messico, Stati Uniti e Giappone, gli vale la palma d’oro per la regia a Cannes. Primo messicano nella storia a vincerla.

Poi arrivano Birdman (2014) e Revenant (2015). Il primo, girato come un unico finto piano-sequenza, vince quattro Oscar. Il secondo – sopravvivenza brutale nella wilderness americana del 1820 – gli fa vincere il secondo Oscar consecutivo come miglior regista. Nel 2022 torna con Bardo, il suo film più personale. Un’odissea onirica attraverso la crisi di un giornalista messicano che vive a Los Angeles e torna in patria. È barocco, eccessivo, visionario e profondamente legato al tema della memoria come spazio abitabile – tema che esploderà nelle sue installazioni.


Carne y Arena: quando entri fisicamente nel cinema

Milano, 2017. Fondazione Prada presenta Carne y Arena (Virtually Present, Physically Invisible), la prima installazione VR di Iñárritu. L’opera era nata in un hangar alle porte di Cannes, poi approdata alla sede milanese. Si tratta di un’esperienza che ribalta completamente il rapporto tra spettatore e schermo.

Per realizzarla Iñárritu ha lavorato con Carsten Höller, il laboratorio di George Lucas e il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (tre Oscar per Gravity, Birdman e Revenant). Il risultato è qualcosa che non esiste più e di cui non esistono immagini complete. Una scelta deliberata: preservare l’unicità dell’esperienza.

Quando si entrava in Carne y Arena, la prima cosa che capivi era che non eri più spettatore, il tuo corpo veniva messo in scena. Ti chiedevano di liberarti da tutti i tuoi averi, di togliere scarpe e calzini, di camminare a piedi nudi su sabbia e pietre. Poi entravi in uno spazio vuoto, indossavi il visore VR e ti ritrovavi nel deserto tra Messico e Stati Uniti insieme a un gruppo di migranti che tentano l’attraversamento. La differenza rispetto al cinema tradizionale era radicale. Al cinema esiste il fuori campo: quello che non vedi ma sai essere presente oltre lo schermo. In Carne y Arena non c’era fuori campo, avevi una visione a 360°, potevi muoverti in tutte le direzioni, seguire i migranti, avvicinarti, avere paura esattamente come loro. 

Ma conservavi anche una “distanza di sicurezza”. Capivi che era finzione e che la tua libertà di movimento era relativa: vedevi solo quello che il regista aveva previsto. All’inizio tentavi di mantenere le distanze, poi sentivi il bisogno di avvicinarti. Le scene cambiavano a seconda del tuo sguardo: ogni spettatore viveva un’esperienza diversa.

Alla fine, fotografie dei volti dei profughi reali, le persone che avevano raccontato a Iñárritu le loro storie, ti guardavano. Chi erano? Ce l’hanno fatta? Sono ancora vivi?

Il sottotitolo diceva tutto: Virtually Present, Physically Invisible. Eri presente ma invisibile, sia agli “attori” virtuali che a te stesso (non vedevi il tuo corpo). L’empatia si combinava con una distanza irreducibile. Se ti avvicinavi troppo, la finzione crollava.

Per questa installazione rivoluzionaria, nel 2017 Iñárritu ha ricevuto un Oscar speciale, il primo mai assegnato a un’opera di realtà virtuale.


Sueño Perro: la resurrezione della pellicola

Settembre 2025. Iñárritu torna a Fondazione Prada con Sueño Perro: Instalación Celuloide. È il ritorno dopo Carne y Arena e celebra i 25 anni dall’uscita di Amores Perros. Ma non si tratta di nostalgia.

L’installazione nasce da una scoperta quasi archeologica: oltre 300 chilometri di pellicola 35mm – sedici milioni di fotogrammi – rimasti sul pavimento della sala di montaggio di Amores Perros e poi sepolti per 25 anni negli archivi dell’Universidad Nacional Autónoma de México. Materiale scartato, la “placenta” del film, come la definisce Iñárritu. “Tutto il materiale grezzo mi ha ricordato una sorta di placenta scartata che contiene tanta ricchezza.”

Invece di fare un director’s cut o una retrospettiva classica, Iñárritu trasforma quegli scarti in un’opera nuova. “Questa installazione non è un tributo, bensì una resurrezione,”spiega. Un invito a sentire ciò che non è mai venuto alla luce.

L’allestimento è un labirinto di sei stanze immerse nella penombra, illuminate solo dalla luce sulle pareti generata da proiettori analogici 35mm. Enormi macchine – ingombranti, ferrose, reliquie di un’epoca pre-digitale – proiettano flussi continui di frammenti: scene tagliate, prove sul set, ciak imperfetti, pellicola graffiata. “È tutto crudo,” dice Iñárritu. “Metto in piazza i miei panni sporchi.“

Servono almeno 50 minuti per attraversare l’installazione, ma potresti restare ore. Ti muovi guidato solo dalla luce degli schermi e dal sonoro: il rumore meccanico dei proiettori, il fruscio della pellicola che si srotola. Lo sfarfallio, la grana, i difetti diventano sostanza estetica. È cinema fatto di carne contro la perfezione fredda del digitale.

Il titolo ribalta Amores Perros: se il film metteva in scena amori maledetti, l’installazione ti invita in un “sogno cane” dove le immagini escluse 25 anni fa riaffiorano come visioni spettrali. “Non sono un rivisitatore del passato, il passato è pericoloso, ci fa annegare. Invece mi piace la realtà intermedia, quella del sogno.” dice Iñárritu. 

Chi ha visto Amores Perros ritrova frammenti di una storia che conosce, ma senza trama, proprio come in un sogno. Chi non lo ha visto riconosce sensazioni universali. In entrambi i casi, perdi la cognizione del tempo. Bobine dimenticate, graffi, frammenti diventano paesaggio della memoria, archeologia emotiva. È un monumento all’imperfezione del cinema, una rovina da esplorare con tutti i sensi.

La mostra terminata da poco viaggerà a Città del Messico e al LACMA di Los Angeles nel 2026.


Alejandro González Iñárritu: spazio, corpo, memoria

Cosa unisce Carne y Arena e Sueño Perro? La convinzione che il cinema non sia solo proiezione, ma architettura fisica ed emotiva. Iñárritu non crea solo film: costruisce spazi abitabili, geografie interiori che bisogna attraversare con il corpo, non solo con lo sguardo.

Nei suoi film lo spazio non è mai neutro, ogni ambiente è proiezione dello stato mentale dei personaggi, un luogo che li abita tanto quanto loro lo abitano. Nelle installazioni questo processo si radicalizza. In Carne y Arena attraversavi il deserto messicano insieme ai migranti. In Sueño Perro cammini tra pellicole sospese, luce che “fuma” nell’aria, proiettori che diventano sculture. Il cinema smette di essere rappresentazione e diventa esperienza incarnata.

La rivisitazione di queste migliaia di metri di pellicola è avvenuta con uno sguardo completamente nuovo in fase di realizzazione del film la ricerca era dei tasselli precisi per la narrazione, qui, invece questa nuova esplorazione si è concentrata su un flusso di immagini senza schema, abbandonandosi all’esperienza sensoriale. Ciò che era stato escluso dal montaggio trasmetteva un messaggio e una ricchezza molto diversa. 


Alejandro González Iñárritu incarna perfettamente lo spirito di Off Screen. Non è un regista che “fa anche” installazioni. È un artista totale che usa cinema, VR, pellicola analogica, spazio espositivo come strumenti equivalenti per esplorare identità, memoria, morte, esilio, corpo. Le installazioni non sono spin-off dei film: sono estensioni del suo universo creativo, esperimenti che il cinema tradizionale non può contenere. È un architetto di paesaggi interiori. E come ogni grande architetto, sa che lo spazio più importante non è quello che si vede, ma quello che si abita.

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Scritto da Leila Stabile

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