Cosa è cambiato negli ultimi 10 anni secondo Prada

Cosa è cambiato negli ultimi 10 anni secondo Prada

Andrea Tuzio · 4 mesi fa · Style

“Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne sono solo attori”.
William Shakespeare riuscì a racchiudere una parte dell’esperienza umana in questa metafora divenuta famosissima. 

Con la FW22 Menswear di Prada presentata ieri pomeriggio al Deposito della Fondazione Prada a Milano, la maison italiana ha messo in scena, a distanza di dieci anni esatti, un nuova sfilata che ha visto tra i modelli che hanno portato in passerella questa nuova collezione disegnata da Miuccia Prada e Raf Simons, 10 attori hollywoodiani così come accadde per la FW12. 

Per comprendere a pieno le similitudini ma soprattutto le differenze e provare a unire i puntini che accomunano la sfilata FW12 e la FW22 di Prada dobbiamo fare un salto temporale all’indietro e tornare proprio a quel gennaio del 2012 quando sulla passerella sfilarono tra i modelli, alcuni attori che col tempo sono diventati volti iconici del brand.
È evidente come Miuccia e Raf Simons abbiano preso spunto dallo show di 10 anni fa ma ne abbiano ribaltato i concetti, come in una sorta di riallineamento storico in base agli elementi circostanziali che stanno determinando la nostra società e la nostra quotidianità. 

Se con la sfilata del gennaio del 2012 Prada volle rappresentare il potere (e l’uomo di potere) interpretato da attori del calibro di Willem Dafoe, Adrien Brody, Tim Roth e Gary Oldman – che segnarono un momento storico per la moda contemporanea –  stavolta i 10 attori scelti interpretano in passerella l’uomo normale calato all’interno della sua quotidianità con le sue “divise” da lavoro.

“Body of Work”, questo il titolo della collezione, mette al centro della narrazione proprio il lavoro e le sue uniformi alle quali Miuccia e Raf hanno donato fierezza e orgoglio attraverso la sartorialità, e sottolineando la dignità dell’impegno quotidiano di ognuno di noi.

“L’approccio è quello di rendere tutti i capi ugualmente importanti. Sotto i cappotti e i completi si indossano tute in materiale leggero, deux-pièces, che richiamano l’idea di lavoro, movimento, attività e tempo libero. Vengono rimaterializzate, per conferire un’importanza diversa. In seta tech, pelle, cotone di lusso, sostituiscono la tradizionale camicia/cintura/cravatta storica, dando una nuova energia e realtà, persino un’attitudine più giovane. Sempre rispettando l’importanza del classicismo sartoriale, pur muovendosi verso il futuro”, ha dichiarato Raf Simons.

Kyle MacLachlan (che ha aperto lo show), Asa Butterfield, Damson Idris, Filippo Scotti, Thomas Brodie-Sangster, Tom Mercier, Jaden Michael, Louis Partridge, Ashton Sanders e Jeff Goldblum (che lo ha chiuso), questo il cast che compone il gruppo di attori che hanno sfilato ieri nel bel mezzo di una sala cinematografica grazie all’allestimento dello studio AMO – ormai una collaborazione costante quella tra la divisione che si occupa di ricerca e progettazione dello studio OMA di Rem Koolhaas e Prada. 

Un palcoscenico sul quale si è svolta una rappresentazione in cui tutti gli esseri umani meritano la stessa uguale dignità e in cui non esiste più una gerarchia, nemmeno i vestiti ce l’hanno. Gli abiti non sono più una glorificazione del ruolo che si ricopre all’interno della società ma sono invece un elogio potente della persona che lo indossa, della sua umanità e del suo impegno giornaliero. 
“Questa interazione permette di conferire merito e valore all’impegno umano a tutti i livelli: le uniformi da lavoro, così percepite, assumono una nuova importanza. L’attività quotidiana diventa un momento di occasione e acquista rilevanza e valore, enfatizzando l’importanza del lavoro all’interno della società”, ci rivela la nota che accompagna la collezione.

Un cambio di rotta radicale, una contrapposizione ben precisa e voluta quella sviluppata da Prada in questa FW22. La celebrazione del potere e dell’uomo di potere lascia spazio all’esaltazione del lavoro, qualsiasi esso sia, come impegno quotidiano dell’uomo che dona dignità e fierezza a prescindere dalle gerarchie e dai ruoli.
Chiudo questa riflessione sul potere, la dignità del lavoro e delle sue uniformi che la sfilata di Prada di ieri ci ha fatto fare con una citazione tratta da una serie TV, Il Trono di Spade, pronunciata dal maestro dei sussurri Varys che di potere e delle sue sfaccettature se ne intendeva come pochi: “Il potere risiede dove gli uomini credono che il potere risieda. È un trucco, un’ombra sul muro. E un uomo molto piccolo è in grado di proiettare un’ombra molto grande”.

Qui di seguito potete vedere l’intero show della FW22 di Prada.

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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Prima dei social, prima della diffusione istantanea dei progetti e di un certo individualismo, i collettivi nati nelle accademie d’arte vivevano in un forte clima di condivisione, espresso nel profilo instagram e progetto di crowdsourcing @90sartschool.
Iniziato poco meno di un anno fa, il progetto è nato da una base di foto di archivio di Matt Atkatz, ex studente della Rhode Island School of Design. Da quel momento tanti ex alunni hanno iniziato a condividere foto delle loro serate underground nei luoghi simbolo della vibrante scena artistica di quegli anni.

Le notti ribelli di una gioventù bruciata che ha prodotto poi artisti di ogni genere, che hanno sviluppato il proprio stile in un clima di assoluta libertà e stranezza. @90sartschool è un viaggio nel tempo per diverse generazioni, una più adulta che ha vissuto la propria gioventù proprio negli anni ’90 e che riesce a cogliere i riferimenti culturali presenti in molti scatti. Per i teenager l’archivio non è un racconto nostalgico ma piuttosto una fonte di ispirazione e una macchina del tempo all’interno di ambienti che tutt’ora loro vivono ma che ha subito una forte trasformazione identitaria.

90sartschool | Collater.al
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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90
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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ai margini della società globalizzata – quella della sindrome da workaholism – e ai margini del giorno ha sempre vissuto una società che non si è mai posta confini o limiti di alcun tipo. È qui, tra le gente della notte, che dal 2018 al 2021 la fotografa Carolina Lopez ha vagato munita della sua macchina fotografica. 

Carolina Lopez è una giovane fotografa di origini latinoamericane che lavora tra gli Stati Uniti e l’Europa, dove ha preso vita il suo ultimo progetto fotografico “Les Nuits Fauves”. Le donne che popolano la vita notturna di città come Berlino, Praga, Londra, Las Vegas, Parigi e Milano sono le protagoniste dei suoi scatti. 

Con un’estetica super satura e un taglio quasi documentaristico il lavoro di Carolina è un’analisi sulla società consumistica, superficiale ed evidentemente ossessionata dalla moda e dall’estetica. Il flash accecante sella macchina fa luce su alcuni elementi, lasciandone altri totalmente al buio e restituendo quell’aspetto fugace e misterioso della notte. 

Grazie a una campagna di crowdfunding “Les Nuits Fauves” è diventato un libro ed è stato pubblicato dalla casa editrice italiana Selfself Books. Qui sotto potete trovare alcuni scatti del progetto, ma scopritelo per interno sul sito di Carolina Lopez e sul suo profilo Instagram

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
Photography
Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
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Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Nella giornata di oggi, giovedì 7 aprile, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022, il concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria al quale hanno partecipato oltre quattro mila fotografi provenienti da 130 paesi.
Una giuria ha premiato i migliori scatti realizzati in occasione di reportage giornalistici, già pubblicati nelle più importanti testate mondiali come il New York Times e National Geographic. I vincitori, suddivisi in diverse categorie, hanno avuto la meglio tra 64823 altri scatti, a colori e in bianco e nero, realizzati in ogni latitudine, cogliendo pratiche antichissime, riti o gli effetti dei grandi disastri ambientali successi negli ultimi anni.

La foto vincitrice del premio assoluto come World Press Photo of the Year è quella della canadese Amber Bracken, nella quale si vedono gli abiti rossi appesi a Kamloops, per commemorare le 215 tombe non contrassegnate alla trovate alla Kamloops Indian Residential School.
La storia giornalistica dell’anno è invece quella fotografata da Matthew Abbott per National Geographic, che racconta il modo con cui gli indigeni australiani bruciano spontaneamente il sottobosco per prevenire incendi in scala più grandi. Questa pratica viene messa in atto in Australia da migliaia di anni ed è stata documentata perfettamente da Abbott.
Ci sono anche reportage portati avanti per anni, come quello di Lalo de Almeida, brasiliano che in Distopia amazzonica ha raccontato la deforestazione del polmone verde del Brasile anche a causa delle politiche ambientali del presidente Jair Bolsonaro. I volti spaesati degli indigeni hanno regalato scatti dalla forte importanza giornalistica e antropologica.

I vincitori oltre al montepremi avranno la possibilità di comparire nel World Press Photo Yearbook 2022, annuario che raccoglie le immagini più belle e i commenti della giuria per ciascuna foto, pubblicato in sei lingue e disponibile a partire da inizio maggio. Sempre nello stesso periodo partirà il tour mondiale della mostra, che nel 2021 ha toccato 66 città in 29 stati.

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Gli scaffali sono pieni di narrativa che entra a fondo nella storia artistica e personale di Jean-Michel Basquiat, pioniere del graffitismo americano elevato a forma d’arte rispettata, da collezione ed esposta nei più importanti musei del mondo.
Se le amicizie con Andy Warhol e Keith Haring sono ormai raccontate da molti dei partecipanti della scena artistica newyorkese degli anni ’80, se la storia d’amore con Madonna fa parte del lato più pop della storiografia legata a Basquiat, il 9 aprile a Manhattan inaugura una mostra che svela aspetti più intimi del pittore, attraverso le fotografie dell’album di famiglia. Il progetto si chiama “Jean-Michel Basquiat: King Pleasure©” ed è curato dalle sorelle Lisane e Jeanine, più piccole dell’artista e che lo hanno vissuto prima come fratello maggiore, timido e scherzoso, poi come un artista di fama mondiale.

Oltre 200 opere inedite tra scatti e manufatti legati alla famiglia di SAMO©, dal rapporto di amicizia con il padre Gerard a quello con la madre Matilde, colei che ha fatto scattare la scintille dell’arte al piccolo Basquiat portandolo a spasso per i musei di New York.
Attraverso le foto di famiglia si ripercorrono gli anni a Flatbush e poi a Boerum Hill a partire dal 1972. Alcuni scatti mostrano anche il biennio in Porto Rico, nel quale la famiglia si era trasferita per un’opportunità di lavoro del padre Gerard. Il ritorno a Brooklyn nel 1976 coincide con l’inizio dei primi seri esperimenti artistici, che porteranno alla prima opera venduta a Warhol nel 1979 (Stupid Games, Bad Ideas) e alla prima personale del 1982 alla Annina Nosei Gallery.
Nella mostra si racconta di un Jean-Michel Basquiat divertito nel costruire pupazzi di neve in mezzo alla strada, o a raccogliere mele con tutta la famiglia. I ritratti con in braccio le due piccole sorelle restituiscono un’atmosfera familiare facile da cogliere a molti, raccontata proprio dalle due curatrici in un articolo su Wepresent. Una mostra che è il contrario del pop, contenitore dentro il quale è spesso stato inserito Basquiat, non spirito collettivo ma nucleo minimo di affetti e creatività.

Jean-Michel-Basquiat | Collater.al
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat
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