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La progettazione secondo (AB)NORMAL

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Giorgia Massari

Quando si parla di progettazione le possibilità diventano davvero infinite. Nonostante ciò, sono poche le figure e le realtà che si aprono a queste diramazioni, scegliendone spesso una e incasellandosi in uno specifico ambito. Non è il caso di (AB)NORMAL, uno studio di architettura interdisciplinare con sede a Milano. Nonostante i tre direttori Mattia Inselvini, Davide Masserini e Luigi Savio, siano architetti di professione, non si sono limitati a rimanere nel loro campo di competenza ma si sono spinti oltre abbracciando diverse discipline e puntando alla sperimentazione. In effetti l’interdisciplinarità sembra essere la chiave di questo nuovo decennio. Progettisti, creativi e artisti si trovano a rispondere alle richieste di un ambiente sovrastimolato, da un lato per soddisfare le aspettative sempre più alte dall’altro per tenere accesa l’attenzione del pubblico. Per questo realtà come (AB)NORMAL diventano necessarie per i brand, per le istituzioni e, in generale, per tutte quelle attività che necessitano una comunicazione estetica che li rappresenti. Dagli allestimenti di mostre alle scenografie per sfilate di moda, il progetto di (AB)NORMAL ci ha incuriositi proprio per la capacità di accogliere diversi tipi di output e metterli insieme generando soluzioni sempre rilevanti. Dalla recente scenografia realizzata per Camper x SUNNEI al set design del The Vogue Closet, in questa intervista i tre founder ci spiegano come i loro “capricci tridimensionali” e le loro “ossessioni formali” siano diventati il loro lavoro.

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(AB)NORMAL – Studio Skate Market, New York Pop-up

Com’è nato (AB)NORMAL? Sappiamo che siete tutti architetti, come mai avete preso questa direzione più ibrida?

(AB)NORMAL inizia come un progetto collettivo, un diario condiviso nel quale raccogliere idee, ossessioni formali e progetti mai portati a termine. Sentivamo la necessità di utilizzare i metodi di rappresentazione architettonica appresi durante gli anni universitari e nel corso della nostra carriera professionale, come linguaggio per veicolare messaggi non legati all’Architettura.

Abbiamo iniziato producendo immagini che, attraverso l’accostamento di oggetti, generavano significato. Questi capricci tridimensionali, diventavano espressione di istanze ed interessi che riguardavano la nostra personale percezione della contemporaneità e la incorporavano nelle geometrie complesse e stratificate che costruivamo. L’architettura era quindi una modalità espressiva piuttosto che un fine. Proprio attraverso questi primi esperimenti abbiamo sviluppato una spiccata propensione per l’interdisciplinarietà e la sperimentazione, caratteristiche che ci contraddistinguono anche oggi e che ritroviamo in tanti altri settori creativi. Essere “ibridi” ci aiuta a rimanere attenti e reattivi a ciò che accade attorno a noi, donando ai nostri lavori una particolare capacità comunicativa.

Qual è il vostro metodo? Da cosa partite quando lavorate a un nuovo progetto? Quali sono le vostre ispirazioni?

Siamo convinti che sia impossibile creare qualcosa di veramente nuovo. Non facciamo altro che reinterpretare, anche inconsciamente, tutto ciò che attraversa le nostre retine, riconfigurando video, immagini, oggetti, opere d’arte e suoni, in una forma abitabile, in uno spazio narrante, volendo dare una definizione. L’Architettura che parla non è affatto una nostra invenzione, è una definizione che abbiamo trafugato dai manuali di Storia dell’Architettura, copiando metodi e finalità espressive dal neoclassico francese, ed in particolare dai tre architetti che più di tutti hanno usato l’architettura come veicolo espressivo: Claude Nicolas Ledoux, Étienne-Louis Boullée, e Jean-Jacques Lequeu

I progetti di Ledoux, Boullèe e Lequeu sono concepiti e disegnati per esprimere lo spirito del tempo, sono architetture dal forte impatto narrativo, che abbandonando ogni velleità di efficienza e fattibilità si concentrano nel generare stupore e al contempo una misteriosa familiarità in chi li osserva. Le geometrie pure, le facili allegorie spaziali e il surreale utilizzo del figurativo come apparato ornamentale sono impiegate nei loro progetti come lettere di un alfabeto architettonico. Tornando a noi, i progetti sono il risultato del naturale intersecarsi di riferimenti di carattere variegato. Spesso dove non arriva l’architettura, arriva il cinema, o l’arte figurativa, ogni tanto anche la geopolitica e molto spesso la tecnologia. Tutte queste tematiche vengono dosate e utilizzate per cucire attorno alle richieste del cliente, progetti potenti e fortemente comprensibili, perché fatti di cose e riferimenti comuni nella cultura popolare.

Come tutti, abbiamo visto il vostro recente progetto per SUNNEI x Camper da Cassina Projects. Com’è nata la collaborazione e come si è sviluppata la fase progettuale?

Conosciamo e apprezziamo SUNNEI da tempo, direi dal suo esordio. Fin da subito abbiamo riscontrato la stessa propensione al racconto che contraddistingue (AB)NORMAL in tutti gli aspetti che caratterizzano i prodotti e le strategie di comunicazione di SUNNEI. E’ da qualche anno in realtà che stiamo cercando reciprocamente di trovare una modalità per collaborare, e la presentazione delle nuove sneaker di SUNNEI X Camper era l’occasione perfetta. Si tratta di un prodotto molto particolare, una scarpa che non avendo una distinzione tra destra sinistra mette in discussione la storia della calzatura. L’allestimento del pop-up, conseguentemente, è stato pensato per invogliare i visitatori a provare la scarpa, e per dissolvere eventuali reticenze nei confronti di un prodotto così anticonformista. Abbiamo proposto quindi una geometria pura e semplice, una piramide di scatole come dispositivo per mettere in mostra le variabili cromatiche delle scarpe, posta al centro degli spazi di Cassina Projects. Il resto degli ambienti è stato disseminato di segni a terra che suggerivano una coreografia ai visitatori fatta di gesti e percorsi.

Sono stati utilissimi due riferimenti in questo progetto. La piramide di scatole è la replica dell’installazione Recovery of Discovery di Cyprien Gaillard per Il KW Insitute di Berlino, un gesto semplice ed informale che invita i visitatori ad appropriarsi dell’opera d’arte, una piramide di birre, trasformandone la geometria nel tempo. Mentre per i disegni sul pavimento abbiamo tratto ispirazione dalla celeberrima serie di diagrammi The Manhattan Transcript di Bernard Tschumi. Come nei diagrammi di Tschumi, volevamo progettare non solo uno spazio, ma anche l’evento, e le azioni che avrebbero dato vita allo spazio in sé. Lavorare con SUNNEI è stato molto stimolante ed essendo molto soddisfatti del risultato finale, saremmo più che contenti di replicare la collaborazione in altre occasioni.

A proposito di brand, come scegliete quelli con cui collaborare per costruire un’identity solida? 

Siamo aperti a qualsiasi collaborazione, se ne intravediamo del potenziale. Con i brand di moda abbiamo certamente affinità evidenti, e questa vicinanza permette una forte condivisione di intenti nel progetto, difficile da trovare in altri settori. Ma non disdegniamo in alcun modo collaborazioni con marchi che promuovono altre tipologie di prodotto. Normalmente cerchiamo di collaborare con realtà che non hanno paura di sperimentare con l’allestimento di spazi estrementi, e che hanno interesse a portare avanti messaggi diretti e posizioni culturali.

Come vi adattate al brand e all’istituzione con cui lavorate?

Cerchiamo il più possibile di stabilire un rapporto di affinità con le persone per cui lavoriamo. Ci piace iniziare il percorso progettuale con un documento di intenti, che definisce subito un terreno comune fatto di riferimenti visivi, possibili accostamenti materici, scelte cromatiche e di texture. Tentiamo inoltre di rispondere creativamente alle loro esigenze, lavorando a stretto contatto con gli artistic director e i reparti di produzione interni al brand. Spesso accade che interagiamo attivamente nello strutturare le strategia di comunicazione, occupandoci in alcuni casi anche della direzione creativa dell’evento. Se il cliente ce lo permette proponiamo la nostra visione del brand attraverso l’allestimento scenografico.

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(AB)NORMAL Italian Radical Design – Stand Salone del Mobile 2024 – Ph.Tiziano Ercoli & Riccardo Giancola

Sappiamo che le vostre personalità sono molto differenti anche in termini di interessi. Come si conciliano queste differenze all’interno del team?

Sono proprio gli interessi condivisi che ci accomunano. E’ stato fin dall’inizio un rapporto basato sulle affinità artistiche e dall’urgenza comune di proporre progetti radicati su una profonda ricerca estetica. Non è facile conciliare differenze caratteriali e altri tipi di idiosincrasia, ma abbiamo imparato negli anni ad utilizzare le differenze per colmare le reciproche lacune. In fin dei conti, l’architettura è un lavoro di squadra, il quale risultato è sempre condiviso tra variegate professionalità, e proprio in quanto architetti abbiamo imparato fin da subito ad accettare, rispettare ma anche esaltare le differenze.

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(AB)NORMAL Portrait Piercarlo Quecchia DSL Studio
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(AB)NORMAL, Polimoda Anthos ph. Tiziano Ercoli & Riccardo Giancola
(AB)NORMAL, Versace SS24 Installation Fashion Show 2023
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Scritto da Giorgia Massari
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