Alcune esperienze che appartengono alla quotidianità e che, proprio per questo, rischiano di diventare difficili da raccontare. Essere genitori, crescere dei figli, attraversare insieme giornate fatte di piccoli rituali, imprevisti, stanchezza e momenti di complicità è una di queste. Per Zachary P. Stephens, però, la fotografia diventa il modo per rendere visibile ciò che normalmente rimane nascosto: la dimensione emotiva e psicologica della paternità.


Artista e fotografo, Zachary P. Stephens costruisce attraverso il self-portrait e il tableau fotografico un universo in cui le situazioni familiari vengono portate oltre il loro aspetto ordinario. Il risultato sono immagini accuratamente messe in scena, dove ciò che sembra familiare inizia lentamente a perdere i propri riferimenti e a trasformarsi in qualcosa di straniante.
Il punto di partenza per le sue fotografie è la sua esperienza di padre single di tre figlie. Ma le fotografie non vogliono essere semplicemente un diario visivo della sua famiglia, sono piuttosto una traduzione di ciò che questa esperienza significa interiormente: le responsabilità, le paure, la vulnerabilità, la gioia e quella particolare forma di caos che accompagna la crescita dei figli. Nelle fotografie di Stephens, niente sembra lasciato completamente al caso e ogni scena viene costruita e composta con precisione, trasformando situazioni quotidiane e momenti fantastici in immagini volutamente amplificate.
La luce può diventare eccessiva, le prospettive possono deformarsi, le composizioni possono assumere configurazioni apparentemente impossibili. Sono proprio queste alterazioni a spostare le immagini da una rappresentazione realistica della vita familiare verso una dimensione più mentale.


Stephens non cerca quindi di fotografare la paternità così come appare, ma di rappresentare come può essere percepita. La differenza è fondamentale perchè una fotografia può mostrare un padre e le sue figlie, ma non può, da sola, rendere immediatamente visibile il peso delle responsabilità, la paura di sbagliare o la sensazione di trovarsi contemporaneamente dentro momenti di estrema calma e improvviso disordine. Il fotografo prova allora a trasformare queste sensazioni in elementi visivi e le situazioni che mette in scena sono allo stesso tempo reali e immaginate. Partono da qualcosa di riconoscibile per poi alterarlo, fino a renderlo quasi estraneo.
Le sue fotografie non costruiscono un mondo completamente fantastico: il loro punto di partenza rimane la vita di tutti i giorni. È il modo in cui questa realtà viene osservata a cambiare. Un ambiente domestico, un gesto apparentemente semplice o la presenza dei figli possono diventare l’occasione per costruire una scena sospesa, nella quale qualcosa sembra non funzionare secondo le regole abituali. La fotografia diventa così uno spazio intermedio tra ciò che accade realmente e ciò che il fotografo sente.
Il surrealismo diventa il linguaggio attraverso cui Stephens prova a raccontare una condizione emotiva. Il familiare diventa distorto, il rassicurante può assumere una componente inquieta e ciò che normalmente viene considerato ordinario acquista una nuova intensità. È una sensazione che attraversa tutto il progetto: quella di riconoscere ciò che si sta guardando, pur percependolo contemporaneamente come qualcosa di diverso.

Stephens descrive le immagini come espressioni della propria esperienza, modellata dalle richieste, dalle soddisfazioni e dalle difficoltà dell’essere genitore. Per questo le fotografie non funzionano soltanto come ritratti familiari. Sono autoritratti anche quando il corpo del fotografo non è necessariamente il protagonista della scena.
Attraverso la costruzione dell’immagine, Stephens mette in scena una parte di sé: le proprie paure, le proprie fragilità e il modo in cui cerca di trovare equilibrio all’interno della vita familiare. La macchina fotografica diventa così uno strumento per osservare non soltanto ciò che accade davanti all’obiettivo, ma anche ciò che succede dentro di lui. Le sue fotografie parlano di una situazione molto personale ma riescono a toccare un’esperienza più ampia: il tentativo di dare un senso a qualcosa che, nella realtà, è spesso impossibile da controllare completamente.
C’è una tensione costante nelle immagini di Zachary P. Stephens: da una parte il caos, dall’altra la quiete. Essere genitore significa infatti convivere con entrambe le condizioni, spesso nello stesso momento. La serenità può essere interrotta dall’imprevisto, mentre una situazione apparentemente caotica può contenere momenti di intimità e connessione. Il fotografo traduce questa oscillazione attraverso immagini che sembrano appartenere a un mondo leggermente alterato rispetto al nostro.


È qui che la costruzione scenica acquista il suo significato più forte. Gli elementi surreali non servono a fuggire dalla realtà, ma a renderla più leggibile. L’impossibile diventa una metafora per quelle forze invisibili che influenzano l’esperienza della genitorialità e che difficilmente potrebbero essere rappresentate attraverso una fotografia puramente documentaria.
Il lavoro di Zachary P. Stephens nasce quindi da una contraddizione: raccontare qualcosa di estremamente concreto attraverso immagini che, a prima vista, sembrano lontane dalla realtà. In quello spazio sospeso tra realtà e finzione, Stephens trova quindi una forma per raccontare ciò che normalmente rimane invisibile. E così, dietro una scena impossibile, una prospettiva deformata o una luce esasperata, rimane qualcosa di estremamente reale: il tentativo di un padre di comprendere il proprio ruolo, mentre cresce insieme alle persone che sta cercando di accompagnare nel mondo.






