Re:Humanism, la mostra sul rapporto tra  arte contemporanea e Intelligenza Artificiale

Re:Humanism, la mostra sul rapporto tra arte contemporanea e Intelligenza Artificiale

Giulia Guido · 2 anni fa · Art

Da mercoledì 5 a domenica 30 maggio, lo Spazio CORNER MAXXI del Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, a Roma, aprirà le sue porte per ospitare la seconda edizione della mostra Re:Humanism – Re:define the Boundaries.

Dieci artisti indagheranno il rapporto tra Intelligenza Artificiale e arte contemporanea invitando a riflettere su un futuro sempre più legato alla tecnologia in ogni suo aspetto. Per questo motivo le opere toccheranno temi legati alla società, ma anche alla biodiversità, alla coscienza ecologica, all’identità di genere. 

COSA:
Re:Humanism – Re:define the Boundaries
QUANDO:
5 – 30 MAG
DOVE:
Spazio CORNER MAXXI del Museo nazionale delle Arti del XXI secolo (Roma)

Gli artisti in mostra saranno gli Entangled Others, Yuguang Zhang, Johanna Bruckner, Irene Fenara, il collettivo Umanesimo Artificiale, il duo formato da Elizabeth Christoforetti & Romy El Sayah, Mariagrazia Pontorno, Egor Kraft, Numero Cromatico e Carola Bonfili, e i loro progetti in mostra sono i vincitori di Re:Humanism Art Prize

Quello del rapporto tra l’arte contemporanea e l’Intelligenza Artificiale è un tema che non può essere ignorato e, oltre a farci scoprire mondi e tecnologie lontane dal nostro quotidiano, può far nascere un dibattito sano sul futuro dell’arte e non solo.
Noi di Collater.al abbiamo avuto la fortuna di poter fare qualche domanda a Daniela Cotimbo, curatrice e Presidente dell’associazione Re:Humanism, che ci ha raccontato cosa troveremo in mostra e il suo punto di vista sull’argomento. Non perdetevi l’intervista qui sotto e alcune immagini delle opere e per saperne di più visitate il sito ufficiale!

Prima di parlare della mostra parliamo un po’ di te. Da sempre la tua ricerca si concentra sull’analisi e l’indagine di problematiche legate al presente attraverso diversi e nuovi mezzi espressivi e attraverso le nuove tecnologie. Da dove nasce l’interesse per questa materia e queste tematiche? 

La fascinazione per il mondo delle tecnologie ha sempre fatto parte di me credo. Appartengo a quella generazione di persone che ha visto diffondersi internet e le successive tecnologie connesse tramite device quali smartphone, pc e altro. Dietro quelli che sembrano semplici strumenti leggo tutta la complessità del progresso umano e delle sue implicazioni sociali. Se l’arte mi ha accompagnato in tutta la carriera scolastica, la tecnologia è entrata in maniera importante nelle mie ricerche, a partire dal mio percorso di tesi triennale, dove esploravo i mondi dell’arte all’interno di Second Life. L’approccio all’intelligenza artificiale nasce invece dall’incontro con Alan Advantage, azienda promotrice del premio che fin dall’inizio mi ha stimolato con temi trasversali e con conoscenze tecniche più approfondite. Oggi credo sia davvero difficile tener fuori la tecnologia dai discorsi umanistici.

Dal 5 al 30 maggio aprirà le sue porte “Re:Humanism – Re:define the boundaries”, cosa troverà davanti a sé una persona che deciderà di visitare la mostra? 

Bella domanda, sicuramente non una mostra canonica, nel senso che se ci si aspetta di essere circondati da robot, cavi e computer (sebbene io ami l’estetica della tecnologia) si potrebbe rimanere delusi. In realtà questo premio testimonia come i linguaggi tecnologici come quello dell’IA stiano pian piano penetrando sempre di più nel tessuto dell’arte contemporanea. Gli artisti li utilizzano sia in maniera fine a sé stessa, per capirne meglio la natura e le implicazioni, sia come strumento a supporto delle loro idee o immaginando nuove tipologie di interfacce. Così potrà capitare di vedere in mostra un arazzo che ci fa riflettere sul concetto di estinzione delle tigri (Irene Fenara), un acquario popolato da una barriera corallina generata da algoritmi (Entangled Others), un letto animato da una gestualità non umana (Yuguang Zhang) o il richiamo sonoro di un DNA modificato (Umanesimo Artificiale). Al contrario ci sono altre opere che raccontano come l’intelligenza artificiale ci aiuti a rivisitare linguaggi antichissimi come quello della pittura cinese (Egor Kraft), l’intraducibile manoscritto Voynich (Mariagrazia Pontorno) o i versi poetici contenuti negli epitaffi (Numero Cromatico). Infine, ci sono opere che sfruttano il linguaggio e la cultura che ruotano intorno all’IA per immaginare nuove forme di relazione tra specie (Johanna Bruckner), tra corpo e spazio (Elizabeth Christoforetti & Romy El Sayah) e di esistenza all’interno del digitale (Carola Bonfili). 

re:humanism
Molecular Sex, Johanna Bruckner

Quando si cerca di mettere in relazione discipline distanti e separate, come l’arte e le nuove tecnologie, spesso nasce qualcosa di straordinario, ma che non tutti riescono a capire subito. Come spiegheresti a queste persone la necessità di creare nuovi modi di produzione artistica? 

Su questo occorre fare una premessa, l’arte è sempre andata di pari passo con quella che prima chiamavamo tecnica e che oggi per mezzo dell’avanzamento tecnologico è diventato un vero e proprio linguaggio. Quando ad esempio è nata la pittura rupestre, qualcuno ha capito che poteva usare degli strumenti o il suo stesso corpo per comunicare con l’altro in un linguaggio simbolico. Se pensiamo questo in relazione alle tecnologie, ci rendiamo conto che quello a cui stiamo assistendo altro non è che un naturale processo di evoluzione dell’arte come espressione della realtà che ci circonda. Sicuramente la tecnologia oggi corre più veloce che mai e non è sempre facile stare al passo con le nuove scoperte e i più recenti sviluppi. Tuttavia, è uno sforzo che occorre fare perché le implicazioni, e qui mi riferisco soprattutto all’IA, sono tantissime e ci riguardano ormai molto da vicino. Forse è vero il contrario, ossia che è l’arte che, sovvertendo le regole del gioco, ci aiuta a comprendere meglio la tecnologia.

Tra le opere che saranno in mostra quella che ha attirato maggiormente la mia attenzione è “Epitaphs for the human artist” di Numero Cromatico. Si tratta di una sorta di epitaffio che decreta definitivamente la morte dell’artista umano. Pensi che questa figura in futuro scomparirà completamente o credi che l’artista umano resisterà nel tempo ma dovrà dividere il ruolo di creatore con apparati tecnologici, intelligenza artificiale e algoritmi? 

L’opera dei Numero Cromatico agisce su più livelli semantici. Sicuramente ci aiuta a riflettere su come forme poetiche che si sono tramandate spontaneamente, come possono essere i versi normalmente contenuti negli epitaffi, in un futuro molto vicino saranno totalmente appannaggio degli algoritmi. Il punto, ancora una volta, non è se sarà l’artista umano a scomparire ma come si riverseranno su di noi queste forme di espressione. Siamo disposti ad affidare una memoria intima come quella che accompagna il nostro vissuto ad una IA? E in tal caso come ne faremo esperienza? Per rispondere ancor meglio alla tua domanda, gli algoritmi di IA hanno già un potenziale “creativo” molto sviluppato, la così detta Black Box, uno spazio semantico latente che non ci è ancora ben chiaro come sia in grado di elaborare i dati che gli forniamo. Tutto questo è molto affascinante ma la vera domanda che dovremmo porci è: a cosa “serve” l’arte e perché un’IA dovrebbe sostituirsi a un artista in questo senso? La risposta che so darmi oggi è che l’IA potenzia le possibilità creative di un artista in tanti modi che sono molto curiosa di esplorare.

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Epitaphs For The Human Artist, Numero Cromatico

Negli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi mesi, stiamo notando come non solo la produzione artistica si stia legando sempre di più al mondo tecnologico, ma anche la vendita e la fruizione dell’arte si stiano digitalizzando.
Credi che in questo modo, a lungo andare, l’arte sarà più alla portata di tutti o al contrario diventerà più esclusiva? 

Immagino che tu ti riferisca in particolare all’ascesa degli NFT (Non-fungible token) che in questo momento rappresentano un fenomeno molto interessante all’interno del mondo dell’arte e non solo. Personalmente non amo le settorializzazioni, credo che la tecnologia faccia ormai parte degli strumenti a disposizione degli artisti ma sicuramente, non essendo strumenti neutri, ogni volta che ne introduciamo uno dobbiamo ampliare lo sguardo al contesto di produzione. Cito gli NFT perché in effetti rappresentano un bel cambio di paradigma, ci spingono a concepire l’arte non più come un oggetto, qualcosa da possedere necessariamente in maniera fisica, nella maggior parte dei casi parliamo di formati digitali che possono essere presentati su schermi ma anche semplicemente essere conservati in una cartella sul nostro pc. Sicuramente una tecnologia di questo tipo sta rivoluzionando anche il modo di approcciarsi all’arte, favorendo l’ascesa di nuove tipologie di collezionisti e appassionati. Occorre però specificare che questi fenomeni collettivi potrebbero essere temporanei e dovuti all’entusiasmo iniziale, quello che facilmente potrebbe accadere è che tutto ritorni nei canoni del mercato dell’arte tradizionale. Dunque, per risponderti, devo dire che la complessità dell’arte contemporanea non è qualcosa a cui possiamo rinunciare e non è detto che le tecnologie facilitino l’accesso ai contenuti complessi, tuttavia credo in un più grande bisogno da parte degli artisti di misurarsi con i temi del nostro tempo e questo, probabilmente può davvero facilitare questo incontro con il pubblico.

Re:Humanism
(Non-)Human: The Moving Bedsheet, Yuguang Zhang
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Body As Building, Elizabeth Bowie Christoforetti & Romy El Sayah
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Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art

Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art

Laura Tota · 6 giorni fa · Photography

Quando si parla di professioni legate alla fotografia, se dovessimo fare un censimento delle attività legate a questo mondo, resteremmo sorpresi nello scoprire quanto è prolifico il settore lavorativo legato all’immagine.
Ogni mese, chiederemo a degli addetti ai lavori legati alla fotografia di raccontarci il dietro le quinte legato alla loro attività: scopriremo gioie e dolori di queste professioni contemporanee e daremo alcuni tips utili a chi vuole avvicinarsi a questo mondo.

Per questo primo appuntamento, abbiamo posto qualche domanda a Iole Carollo, una dei soci fondatori di Église Art, un luogo di formazione dedicato alla fotografia nonché uno spazio espositivo tra i più suggestivi non solo di Palermo, ma forse di tutta l’Italia. Come suggerisce il nome, Église Art è infatti ospitato all’interno di una chiesa seicentesca nel cuore della Kalsa del capoluogo siciliano, uno spazio ricco di suggestioni e caratteristiche peculiari che influenzano e determinano in maniera importante i contenuti di volta in volta ospitati. 

Eglise Art | Collater.al

Far nascere uno spazio dedicato alla fotografia vuol dire, sin da subito, definire le finalità: questa scelta, già decisiva di suo, determinerà poi tutte le attività dello spazio stesso: nel caso di Église Art, qual’è stata la sua mission e in che modo le attività/finalità si sono evolute nel tempo?

Église è un’associazione con finalità sociali e culturali, fondata nel 2016 da Alberto Gandolfo, Peppe Tornetta e me, tra il 2019 e il 2021 si sono uniti Simona Scaduto e Michele Vaccaro. Gli intenti iniziali erano quelli di creare un luogo di formazione alla fotografia e uno spazio espositivo. Nel 2018, in concomitanza con il progetto #18Esplorazioni curato da Benedetta Donato, abbiamo deciso che Église diventasse uno spazio indipendente con lo scopo di promuovere la cultura visiva, attraverso attività espositive, di formazione, di scambio e di collaborazione con operatori e professionisti del settore.

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Palermo è nell’immaginario italiano (e mi azzarderei a dire mondiale) un crocevia di culture, un melting pot vivo di istanze culturali che insistono, si incontrano e si scontrano su un territorio particolarmente complesso. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa impresa in una città così particolare come Palermo? Quanto è importante la relazione con il territorio in cui si vive e le altre realtà che si occupano di fotografia?

Palermo è una città ricca di storia e cultura, in cui hanno convissuto persone di origini differenti che hanno facilitato lo scambio e il ricambio di idee e soluzioni che sono un valore aggiunto per chiunque si avvicini a Palermo; a questo si aggiunga il costo della vita, ancora conveniente, che si traduce in costi di gestione sostenibili per spazi come il nostro.
Nel corso degli anni abbiamo osservato l’avvio di splendide realtà, come PUSH, Minimum, Baco about Photographs, Maghweb, Booq, piccole case editrici, teatri e spazi indipendenti, gestiti spesso da artisti, e, a dispetto dei pochi lettori, anche librerie al cui interno sono organizzate diverse attività. Aspetto che conferma il grande fermento culturale che caratterizza la città.
Tuttavia, Palermo è una città dura, e questo fermento è di fatto legato alla crescita delle singole realtà e degli individui che le vivono e alle relazioni, più o meno buone, che si intessono. Palermo è di fatto un crocevia, ci sono tante persone che vi si trasferiscono, ci sono moltissimi artisti che vengono da ogni parte del mondo, si innescano rapporti e scambi utili per tutti, ma alla fine è quasi obbligatorio lasciare Palermo per poter crescere ancora e ancora. 

Ma fintanto che si decide di restare, la relazione con il territorio è fondamentale, direi. La rete di relazioni che si intessono è alla base del sistema comunità, e questo vale anche per gli spazi indipendenti, tutti, al di là del settore di interesse.
È importante espandere il tessuto sociale e culturale di riferimento, fare rete è utile affinché le cose funzionino, sia nella parte strettamente programmatica sia per creare nuove possibilità per se stessi.
Per noi fare rete è imprescindibile, oltre alle collaborazioni già avviate come quelle con Laboratorio Zen Insieme, Block Design e La Bandita, abbiamo fondato un distretto artistico, proprio nel periodo in cui è scoppiata la pandemia da Covid – 19 che ha rallentato e modificato le relazioni. KAD Kalsa Art District lo abbiamo fondato con altri spazi indipendenti, operatori culturali, artisti e curatori. Inoltre, portiamo avanti collaborazioni con fotografi/e, come Mimi Mollica (fondatore del Photo Meet London) che da anni organizza nella Valle del Belìce dei workshop fotografici, da 3 anni presso Église Art ne tiene uno dedicato proprio alla città con ospiti importanti come Bruce Gilden e Amber Terranova.

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Gestire uno spazio dedicato alla fotografia è sicuramente cosa complessa e suppongo richieda un impegno costante da parte di chi decide di gestirlo. Quali competenze è necessario che lo staff abbia per gestire uno spazio dedicato alla fotografia in maniera ottimale?

Quando si decide di avviare uno spazio dedito alla cultura, prima delle competenze è necessario avere delle specifiche propensioni, quali la curiosità, l’attitudine alla ricerca, la capacità di lavorare in gruppo e un forte interesse nel settore in cui si opera. Le competenze si possono acquisire in seguito, ma sono necessarie, senza dimenticare che non si smette mai di imparare e che è importante fare tesoro degli errori che si commettono.
Il nostro gruppo presenta competenze e interessi molto diversificati che dipendono anche dai singoli percorsi, Michele viene dal reportage, Simona utilizza la fotografia come pratica artistica, io sono archeologa e sono specializzata nel fotografare opere e allestimenti, gli altri due soci invece hanno lavori non legati alla fotografia, quindi con specifiche skills legate ai loro settori.

Facendo parte di Église siamo anche operatori culturali, organizzare e gestire attività utili alla promozione e alla diffusione della cultura comprende, anche, la gestione del project management, della produzione dei progetti, della comunicazione, a queste attività si deve affiancare l’analisi del contesto in cui si opera. Bisogna essere sempre aggiornati e in grado di approfondire le tematiche che si affrontano e, quindi, di contestualizzarle al tempo e allo spazio che si vivono, cogliendo tutte le opportunità di scambio e collaborazione con altri professionisti.

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Ho visitato Église Art in diverse occasioni, e devo dire che sono rimasta quasi stordita dalla bellezza di questo luogo: la possibilità di recuperare uno spazio pressoché abbandonato, di riportarlo in vita e vestirlo con cultura e arte è il sogno di chiunque lavori in questo settore. In più, l’estrema complessità architettonica credo costituisca una sfida davvero interessante per chi si occupa di fotografia e progettualità culturale.
Quanto lo spazio di Église Art influisce sulle scelte curatoriali della programmazione, considerando soprattutto i limiti espositivi e quindi quanto il fatto che non sia una classica galleria determina la selezione dei progetti?

A oggi, gli spazi di Église Art sono la piccola chiesa seicentesca e il Lab, subito adiacente alla prima, entrambi hanno delle connotazioni forti.
Il Lab di fatto è un piccolo appartamento, con un giardino nella parte posteriore, qui siamo riusciti a ricavare uno spazio in cui è possibile ospitare fotografi/e e altri due condivisi, in cui sono anche la nostra biblioteca a scaffale aperto e la fanzinoteca di Zines Palermo, il festival dedicata alle zine di cui siamo cofondatori con Block Design e Lino Ganci.
La chiesa, invece, è il luogo dedicato alle mostre fotografiche, è un luogo storico, in cui è necessario intervenire con dei lavori di restauro e ristrutturazione, la copertura momentanea è sorretta da un’impalcatura di tubi Innocenti, l’arco, che divide l’aula principale dallo spazio che era subito dietro l’altare, ha la chiave di volta rotta, così è sorretto da un’impalcatura di sicurezza. La chiesa è un luogo affascinante, di primo acchito visivamente tende a vincere su quanto è esposto, ma la presenza delle impalcature comporta un grande lavoro di progettazione curatoriale ed espositiva. Non basta un luogo per rendere un progetto culturale speciale, servono visioni e voglia di sperimentare ed è questo che, in questi anni, abbiamo messo in atto. 

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Aprire uno spazio fotografico è il coronamento di un sogno per chi vuole perseguire una propria linea di ricerca in maniera autonoma e sviluppare una proposta curatoriale indipendente. Ma tralasciando la variante del desiderio e del sogno e avvicinandoci più alla concretezza del reale, quali sono i fattori da tenere in considerazione nel momento in cui si vuole aprire uno spazio dedicato alla fotografia? Quali quelli da non sottovalutare?

I fattori da valutare e tenere in considerazione sono diversi, dipendenti tutti dalla strada che si vuole percorrere, mettendosi sempre in una posizione di ascolto e pronti a cambiare direzione se serve.
Come detto prima, lo studio e il mantenersi sempre aggiornati sono fattori imprescindibili, poi bisogna avere pazienza e forza di volontà per intraprendere un cammino lento ma funzionale alla crescita. È necessario porsi davanti una serie di traguardi, alcuni più semplici da raggiungere, così da riuscire a fronteggiare inevitabili frustrazioni, altri più irti di ostacoli, sapendo anche che molti dei risultati che si otterranno saranno intangibili. Bisogna focalizzarsi su quello che si ritiene essere utile e stimolante, senza guardare necessariamente al nome di tendenza.
Gli spazi indipendenti sono luoghi stimolanti, fedeli a se stessi ma mai uguali, tuttavia sono tra i più vulnerabili dal punto di vista economico, perché non hanno la forza economica utile alla continuità di programmazione delle attività. È necessario tenere conto dell’aspetto economico, viviamo in un periodo storico in cui il denaro è utile per crescere, migliorarsi, per essere davvero indipendenti e, quindi, non scendere a compromessi, mantenendo salda la propria identità: è necessario investire e reinvestire, davvero, sia su stessi, sul gruppo che sullo spazio. 

Credo che uno dei fattori che spesso si sottovaluta sia l’impatto della burocrazia, ma ovviamente vale per ogni settore del nostro paese, non solo in ambito culturale. Altro fattore da non sottovalutare è il passare del  tempo: cambia tutto, fattori macroeconomici, società, le persone che si hanno intorno, gli obiettivi personali e comuni, i gusti del pubblico e le sue esigenze. Bisogna avere una visione molto chiara e una buona dose di intuito per arginare i cambiamenti. 

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Ultimamente, si assiste alla chiusura di numerose realtà dedicate all’arte e alla fotografia. Spesso la causa è prettamente finanziaria.
Ti chiedo dunque: come può sostenersi da un punto di vista economico uno spazio che non è finalizzato alla vendita?

I primi anni ci siamo autofinanziati, situazione a lungo andare diventata insostenibile, così abbiamo iniziato a collaborare con altre realtà locali, offrendo loro servizi e collaborando a progetti finanziati. L’unione fa davvero la forza, la collaborazione e la condivisione sono aspetti molto importanti.
Bisogna avere prontezza di spirito e trovare soluzioni differenti per i singoli progetti. Da qualche mese, stiamo lavorando anche con un paio di professionisti per l’ideazione e la realizzazione di progetti, nonché per la partecipazione a bandi nazionali e internazionali.
Certo, sarebbe maggiormente utile il riconoscimento da parte delle istituzioni, specialmente dopo la pandemia si è generato uno sconforto diffuso, alcuni spazi o hanno chiuso o sono destinati alla chiusura, noi stessi ci siamo ritrovati a discutere sul da farsi: un sostegno economico a merito sarebbe davvero importante, così come avviene in altri paesi europei.

Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

Tommaso Berra · 5 giorni fa · Photography

Che cos’è la fotografia stenopeica? Si tratta un’immagine scattata attraverso il procedimento fotografico della stenoscopia, una tecnica che come le fotocamere più moderne sfrutta il principio della camera oscura, utilizzando però un piccolo foro come obiettivo, che attraverso la diffrazione crea immagini.
Justin Quinnell è considerato tra i principali esperti di questa tecnica, sia per i suoi quasi trent’anni da docente in tutto il mondo sia per la sua produzione artistica di fotografie sperimentali.
Da Bristol, dove vive, realizza fotografia utilizzando camere stenopeiche, creando situazioni e punti di vista insoliti, grazie alle possibilità del mezzo e alle deformazioni dell’immagine.

Tra le serie fotografiche più bizzarre di Justin Quinnell c’è quella realizzata utilizzando una smileycam, una macchina fotografica che l’artista inserisce completamente dentro la propria bocca, sfruttando così la forza di un punto di osservazione – POV per utilizzare una definizione di moda – insolita e molto bizzarra. nell’inquadratura compaiono quindi tutti i denti di Quinnell, che l’osservatore finisce di conoscere meglio del dentista dello stesso artista. Oltre i denti di volta in volta si presentano diversi soggetti, che descrivono la quotidianità di Justin, si parte infatti con lo spazzolino alla mattina, passando per i pasti e il cocktail da condividere alla sera. Dalla bocca del fotografo teniamo traccia anche dei suo viaggi, così tra un incisivo e un canino spunta Piazza San Marco a Venezia e il Teatro dell’Opera di Sidney.

La stenoscopia non prevede nessuna particolare messa a fuoco, per questo le foto sembrano molto amatoriali. In passato ha rappresentato un punto alto per la tecnologia, ora, superata da obiettivi e lenti decisamente più performanti, viene utilizzata per progetti più sperimentali e artistici, grazie alla possibilità di poter creare punti di vista strani e risultati imprevedibili. Il lavoro di Quinnell ne è un esempio molto chiaro, se poi aveste voglia di scoprire cosa vede la vostra bocca, qui potete trovare anche la smileycam.

Justin Quinnell | Collater.al
Justin Quinnell | Collater.al
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

Per due mesi, dal primo febbraio al 30 marzo 2023, a Bologna lo spazio espositivo il concept studio THE ROOOM ospiterà una nuova mostra, curata da Mulieris Magazine.
Il titolo del progetto è DREAMTIGERS, una citazione allo scrittore argentino Jorge Luis Borges e al suo straordinario immaginario in cui gli animali ricoprono un ruolo fondamentale per stimolare ricordi e immaginazione.

DREAMTIGERS è una mostra che grazie alle opere di Lula Broglio, Alejandra Hernández, Joanne Leah, Sara Lorusso, Sara Scanderebech, Ayomide Tejuoso (Plantation), assieme alle installazioni di The Mosshelter di Marco Cesari, si serve dell’immaginazione. Questa dimensione apre così un mondo di possibilità non solo per la mente ma anche per la rappresentazione di ciò che è reale.
Una fusione, quella tra reale e immaginario, che Sigmud Freud definiva l’ombelico del sogno, luogo indefinito in cui è possibile affrontare con libertà i temi che in questi anni hanno fatto conoscere al pubblico la realtà di THE ROOOM e Mulieris Magazine. Tra questi temi sicuramente c’è la condanna a qualsiasi forma di discriminazione e la parità di genere, affrontate negli anni attraverso la divulgazione, splendidi volumi e progetti artistici molto interessanti che continueranno con la mostra Bolognese.

Mulieris Magazine | Collater.al
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Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi

Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

La serie BlackDust realizzata dal fotografo parigino Olivier Valsecchi continua i suoi precedenti lavori che hanno come elemento centrale l’azione dei corpi e della polvere. La scelta di Valsecchi è quella di uniformare la composizione attraverso un monocromo nero che toglie identità di genere ai soggetti, uniformando corpi e sfondo senza far perdere risalto alla plasticità dei soggetti e alle forme dei muscoli in tensione.
BlackDust è una ricerca di tre anni sul corpo umano, l’ultilizzo della cenere e del carbone si allaccia al tema dei cicli della vita, molto caro a Olivier Valsecchi. Le pose scelte dall’artista, che in questo caso svolge la funzione di coreografo e direttore d’orchestra, sono tutte di tensione ed esplosività. Le braccia si contorcono e i tendini tirano le fibre, trasformando un ammasso di carne in una montagna su cui franano detriti vulcanici lanciati in cielo e pronti a sedimentarsi. Valsecchi ha scelto di concentrarsi sul momento di azione, in una narrazione che prima di voler vedere i sedimenti si gode lo spettacolo dell’esplosione.

Olivier Valsecchi | Collater.al
Olivier Valsecchi | Collater.al
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Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi
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Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi
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