Richardson e la celebrazione dell’estetica porno

Richardson e la celebrazione dell’estetica porno

Andrea Tuzio · 2 mesi fa · Style

È notizia di pochi giorni fa che Richardson e Supreme sono tornati a collaborare, in occasione dell’apertura del nuovo flagship store della rivista inglese a Tokyo.
Una tee con una stampa fotografica che ritrae l’attrice, modella e stilista Chloë Sevigny, fotografata dal regista americano William Strobeck, che aveva già diretto gli skate video di Supreme, Cherry (2014, BLESSED (2018) e CANDYLAND (2019) e che sarà disponibile dal 28 marzo.

Supreme ha sempre sostenuto la causa di Richardson, sin dal primo numero uscito nel 1998. Hanno collaborato in tante occasioni come ad esempio per il calendario 2005 del regista di Kids, Larry Clark, che descrisse con realismo e in modo crudo, l’estetica e la rabbia della scena skate di New York della metà degli anni ’90.  

Ma cos’è Richardson di preciso? Qual è il segreto del successo di una rivista che celebra l’estetica porno-chic che fino a poco fa era prerogativa di un’altra rivista, Playboy, costretta a chiudere la versione cartacea dopo 67 anni di onoratissimo servizio?

Il suo fondatore è Andrew Richardson, nato a Marlow, una città fuori Londra, figlio di un ingegnere civile e di una casalinga. A 19 anni lascia gli studi e diventa store manager per Kenzo nella capitale inglese, e inizia a frequentare la vita notturna londinese, che comprendeva le feste organizzate dalla Mutoid Waste Company, un gruppo di artisti e performer londinesi, e i rave al loro stadio embrionale. Ossessionato dalla moda, sognava di “comprare un paio di pantaloni Comme des Garçons”, alla fine degli anni ’80 si trasferisce a New York per lavorare in un’azienda che disegnava abiti da uomo per Chiarivari, la storica boutique nell’Upper West Side di Manhattan, che ha chiuso i battenti nel 1998.
Il turning point della sua vita però avvenne in un loft sulla 26esima strada: durante una festa conobbe una serie di assistenti fotografi che guadagnavano molto più di lui, andavano in giro per il mondo ed erano sempre circondati da belle donne, decise che nella vita avrebbe fatto quello. 

La sua “educazione” allo styling e alla fotografia la riceve da Brana Wolf e Steven Meisel, con il quale, nel 1992 realizza il libro di Madonna, Sex, che sarà l’ispirazione per quella che, da lì a 6 anni, diventerà la sua rivista. 

Nel dicembre del 1998, grazie all’editore giapponese Little More, venne pubblicato il primo numero di Richardson con in copertina la pornoattrice Jenna Jameson, prima che diventasse un’icona del genere. Andrew rimase colpito dalla Jameson dopo una surreale ospitata che la stessa Jenna fece nel programma radiofonico di Howard Stern, il più importante e influente intrattenitore radiofonico degli ultimi 30 anni. 
Lo scatto della copertina del primo numero fu affidato a Glen Luchford, il fotografo che, al tempo, firmava le campagne di Prada e quello fu il momento in cui si pose la prima pietra di un successo inaspettato e deflagrante che ha portato i più importanti fotografi di moda del mondo come Terry Richardson, Mario Sorrenti e Steve Klein, a prestare servizio per il magazine.

Ma anche penne raffinatissime hanno scritto per Richardson, come Bret Easton Ellis che, in occasione del 20° anniversario del magazine, ha intervistato Kim Kardashian West con la quale approfondisce temi come il sesso, la maternità, il dominio del web e Donald Trump. 

Il Magazine rappresenta un unicum sul piano editoriale, una rivista verticale sul sesso e la sessualità, sull’estetica chic del porno e che strizza l’occhio al mondo fashion, in un contesto completamente diverso rispetto a quelli in cui viene affrontato l’argomento. Una voce punk e anti-establishment in un mondo standardizzato come quello delle riviste cartacee che si occupano di moda. 

L’espansione di Richardson a livello globale, esplode nel 2003 con la prima collaborazione con Supreme, per poi fondare, nel 2004, una linea completa di abbigliamento streetwear che comprende denim, felpe, t-shirt, capispalla, accessori sempre e comunque ispirati dal concetto di provocazione che è intrinseca del magazine, e in questa ottica rientra la collaborazione con Pornhub per una capsule collection del 2018. 

Richardson Magazine gioca con il porno in modo rispettoso, mai aggressivo ma allo stesso tempo duro, è una comunicazione forte e decisa ma mai urlata, in un mondo invece, in cui tutti cercano di strillare più forte dell’altro.

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The Guestbook: la nostra intervista a João Marques

The Guestbook: la nostra intervista a João Marques

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ci sono bastati pochi secondi sul suo profilo Instagram, per innamorarci degli scatti di João Marques, fotografo di Lisbona.

Se dovessimo trovare una parola con cui descrivere le sue fotografie è contemplazione, legata sia ai soggetti che scatta sia agli spettatori. Infatti, molte delle sue immagini ritraggono figure di profilo o viste di schiena con gli occhi puntati verso il cielo, di notte, di giorno, al tramonto, pieno di stelle o illuminato dalle luci della città. Come loro, anche noi rimaniamo completamente incantati dai suoi lavori.

Incuriositi abbiamo fatto qualche domanda a João Marques che ci ha raccontato come è nata la sua passione per la fotografia.

Raccontaci come ti sei avvicinata alla fotografia. C’è un momento in particolare che ti ricordi?

È iniziato tutto quando avevo circa 13 anni, a quel tempo ho chiesto a mio padre di provare la sua macchina fotografica digitale, era una Olympus e per me è stata una figata. Ho iniziato a fare per lo più ritratti dei miei amici ed è stata una cosa che mi è sempre rimasta impressa negli anni della scuola. Vivevo in una città molto piccola e la fotografia è diventata il mio hobby, filmavo e fotografavo sempre i miei amici. A 17 anni mi sono trasferito a Lisbona per finire il liceo e l’anno successivo ho frequentato la scuola di cinema. In quei tre anni mi sono concentrato soprattutto sul cinema, ho guardato molti film e ho coltivato di più la mia passione per il cinema. Solo nel 2018, dopo aver finito la laurea e aver diretto il mio primo cortometraggio “Incomum”, mi sono fermato un attimo e ho pensato che poteva essere una buona idea approfondire le mie conoscenze sulla fotografia, che ha fatto parte della mia vita per tanto tempo ma mai consapevolmente. Sono andato alla Ar.Co e ho fatto un corso di un anno e in quel momento ho ricominciato a farlo, e ho continuato ad andare avanti.

Cosa è per te la fotografia e cosa cerchi di raccontare attraverso i tuoi scatti?

La maggior parte delle volte lavoro d’istinto, quindi non c’è molta riflessione dietro il mio lavoro. A questo punto una cosa che ho capito di me stesso è che ho il bisogno di creare e di esprimermi artisticamente in qualche forma. Amo il fatto che la fotografia mi abbia dato questa opportunità di produrre istantaneamente, di creare un’idea o di esprimere la mia percezione di un sentimento su un’immagine. Per qualcuno come me che ha già un background anche sul mondo del cinema, dove tutto è molto più complesso e coinvolge molte persone, la fotografia mi dà la possibilità di fare quasi da moodboard a come voglio che siano i miei film. 

Quali attrezzature utilizzi per scattare? Quali strumenti porti con te quando scatti e perché?

Ho girato sia in analogico che in digitale. La mia fotocamera digitale è una Sony A7 III e la mia fotocamera a pellicola è una Pentax K1000. È divertente perché in realtà non ho mai avuto altre fotocamere a pellicola. Stavo pensando di passare a una macchina fotografica da 120 mm, ma per ora continuo a usare questa. Non mi piace fare molta pianificazione, quindi credo che la maggior parte delle volte non prendo nient’altro oltre alla macchina fotografica. Se prendo qualcosa sarebbe una piccola luce o qualche oggetto di scena che vorrei usare per lo scatto.

C’è uno scatto a cui sei più legato? Puoi raccontarcelo?

Se dovessi scegliere una sola immagine, forse questa. Questa immagine è stata scattata intorno alle 2 del mattino del 1° gennaio 2019. Questo è stato il giorno in cui ho iniziato questa serie che ho intitolato ‘the sky is a painting’ di scatti notturni. Questa rappresenta tutte le altre immagini notturne simili che ho fatto. Mi sono sempre sentito legato alla notte e al cielo. Ero abituato a fissare molto il cielo e ad avere uno di quei momenti in cui mi rendo conto di quanto siamo piccoli. Mi piace giocare con questa idea dell’umano contro l’universo. In futuro vorrei fare un libro fotografico con tutti i miei scatti atmosferici notturni.

Ci sono artisti che segui o ai quali ti ispiri?

Certo, ci sono altri fotografi che seguo attraverso i social media che trovo stimolanti, per lo più penso che ciò che mi attrae sia un punto di vista personale del mondo e della vita. Alcuni artisti che consiglio vivamente di vedere sono Mia Novakova, Maya Beano, Tristan Hollingsworth e Edie Sunday, per esempio. Tuttavia penso che ciò a cui mi ispiro di più siano i film. Alcuni registi che mi hanno ispirato sono David Lynch, Jonas Mekas, Teresa Villaverde, Wong Kar-Wai e Robert Bresson.

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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

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Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle. 
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @carla_sutera_sardo, @odetteombra, @lmashtalerova, @siria.d.angelis, @moulayahmed2.0, @paolatala_10, @francescaersilia1, @adriano.losacco, @valeriaroscini, @martinanorii_.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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EST. TRAMONTO – #ontheroof

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#viteinlockdown #selfportrait

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Erotic Photography, l’ultimo libro di Leonardo Glauso

Erotic Photography, l’ultimo libro di Leonardo Glauso

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Sensuali e passionali, belli come le ragazze che ritraggono e in bianco e nero, sono gli scatti di Leonardo Glauso racchiusi nel suo ultimo libro “Erotic Photography”. 

Classe 1989, Leonardo è nato e cresciuto a Firenze, città che dopo tutti i suoi viaggi e i suoi trasferimenti lo ha visto tornare. Infatti dopo aver lavorato a Milano e nelle più importanti città europee oggi vive e lavora nella sua città natale. Dopo essersi laureato Graphic Design ha deciso di dedicarsi interamente alla fotografia, proseguendo gli studi presso la Scuola internazionale di Fotografia di Firenze. 

Con il tempo si è specializzato in fotografia di nudo artistico e di moda e oggi conta svariate collaborazioni con nomi nazionali e internazionali come GQ, Icon EL PAÍS, Schön! Magazine e tanti altri. 

È proprio sul nudo artistico che si focalizza Erotic Photography il suo ultimo libro che arriva dopo altre cinque pubblicazioni degne di nota Naked Girls, Private Nudes, Model Casting, Women in Film e Nude Book

Erotic Photography è una collezione di scatti tutti rigorosamente in bianco e nero che svelano i corpi delle ragazze protagoniste come se fossero delle sculture in marmo. Il gioco di luci e ombre, che a volte rivela e altre nasconde, sottolinea le linee e le forme delle modelle, unico vero elemento delle fotografie. Niente elementi di disturbo, niente fronzoli, nulla ci distrae dalla bellezza sensuale, pura e intima dei corpi. 

È possibile acquistare Erotic Photography a questo link, se invece siete curiosi di scoprire di più su Leonardo Glauso andate a visitare il suo sito

Erotic Photography, l’ultimo libro di Leonardo Glauso
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“The great empty” visto dal New York Times

“The great empty” visto dal New York Times

Emanuele D'Angelo · 2 mesi fa · Photography

Da Parigi a New York, passando per Monaco, Los Angeles, Hong Kong, Pechino, Milano e Nuova Delhi, il nuovo progetto del New York Times, racconta il lockdown causato dal covid-19 nel progetto “The great empty”.
Sempre più paesi sono costretti ad adottare restrizioni di uscita più o meno severe per combattere la pandemia. Mentre paesi come l’Italia hanno adottato regole di contenimento totale, altre nazioni hanno finora “semplicemente” chiuso alcune aree. Tutto il mondo vive un’atmosfera irreale, i luoghi pubblici vengono abbandonati dalla gente e i supermercati presi d’assalto.

Il New York Times presenta al meglio il suo progetto: “Questo vuoto attuale è una necessità sanitaria. Può far pensare alla distopia, non al progresso. Ma alla fine conferma anche che, ascoltando gli esperti e restando a casa, non abbiamo perso la nostra capacità di unirci per il bene collettivo. Queste immagini ti perseguitano e ti perseguiteranno, sembrano film apocalittici, ma in un certo senso trasmettono anche un messaggio di speranza”.

Il progetto del New York Times contempla il vuoto creato dall’isolamento in luoghi solitamente affollati, caotici, pieni di gente. Un modo per illustrare e ricordare il cambiamento radicale delle nostre abitudini in questi tempi di crisi sanitaria globale. 
Dai luoghi turistici ai piccoli ristoranti tipici, è l’assenza di vita a sconvolgere questi posti comuni, ognuno più suggestivo dell’altro.

Scatti che racontano il silenzio di tante città, con l’auspicio che si possa tornare più in fretta possibile alla vita di tutti i giorni.

“The great empty” visto dal New York Times
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“The great empty” visto dal New York Times
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