Abbiamo intervistato Sandro Giordano in occasione della sua mostra __IN EXTREMIS

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Siamo stati all’opening di __IN EXTREMIS, la nuova esposizione milanese di Sandro Giordano, in arte _remmidemmi, dove abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista.

WHEN: 08.02.2018 > 08.04.2018

Siamo stati all’opening della nuova mostra milanese di Sandro Giordano, noto su instagram come __remmidemmi.

Per chi non sapesse di chi sto parlando, si tratta di un fotografo romano ma gira mondo. Studia e lavora per diversi anni come attore teatrale ma non solo; fa anche esperienze cinematografiche non da poco, lavora infatti sia con Carlo Verdone che con Dario Argento.

Nel 2013 inizia a tracciare le linee di in extremis, progetto che lo porterà ad esporre in gallerie in tutto il mondo dalla grande mela fino a Parigi che lui definisce così:

“Le mia fotografie sono “racconti” di un mondo in caduta e gli schianti emblema della società contemporanea, punti di non ritorno. Ogni scatto narra di personaggi stremati che, come in un black out improvviso della mente e del corpo, si lasciano andare senza alcun tentativo di salvarsi, opressi dall’apparire piuttosto che dall’esistere.”

Il fotografo però recentemente ha compiuto anche un’ altra avventura degna di nota. Ha realizzato una serie di documentari per rai 5 dal titolo Ghost town in cui vediamo Sandro Giordano armato di torcia e talvolta fucile, esplorare le città fantasma in giro per il mondo alla scoperta di luoghi difficilmente immaginabili.

L’evento è stato ricco di sorprese tra una performance in acustico di Marianne Mirage e un performance live dell’artista (in cui ricreava alcuni dei suoi scatti schiantando al suolo chiunque volesse).

Tra la baraonda generale siamo riusciti con grande piacere a scambiare quattro chiacchiere con l’artista in questione.
Questo è quello che ne è venuto fuori:

Hai iniziato studiando cinema, successivamente hai collaborato su diversi set. In che modo ritieni che queste esperienze siano state formative e utili per il tuo lavoro?

Ho studiato come disegnatore scenografo poi ho lavorato per 20 anni come attore teatrale. A detta di molti e anche secondo me, le foto in extremis sono molto teatrali. E come essere passati dall’ altra parte della camera. Non faccio il regista cinematografico ma faccio il regista fotografico: infatti io considero queste foto come dei cortometraggi statici. Diciamo che tutta la teatralità che ho assorbito nel corso degli anni la applico sul set.

Cosa ti ha lasciato girare il mondo alla scoperta delle ghost town?

Beh sicuramente un bagaglio culturale enorme, sono venuto a conoscenza della storia, le origini, le abitudini di tante civiltà, quindi è stata un’ esperienza formativa molto importante per me.

Girare e toccare con mano quelle enormi rovine deve averti lasciato emozioni forti. Quale tra le otto località ritieni sia stata la più suggestiva ed impressionante da vedere? Perché?

E’ stato molto emozionante, a volte commovente quindi anche un po’ triste, camminare in mezzo alle rovine, entrare nelle case delle persone dove ancora ci sono i letti e le credenze con le tazzine. Quello che mi partiva subito era l’immaginazione: pensare come la gente potesse vivere in un borgo con quella storia, quindi le usanze e la quotidianità dei cittadini. Era un po’ come tornare nel passato e immaginare una vita che non c’è più. Come tornare alle origini, alla terra e questo devo dire che è commovente; questo soprattutto in Italia. La città invece invece che mi ha impressionato di più è stata Pyramiden, uno degli ultimi baluardi sovietici e forse la città più a nord del mondo, giusto sotto al circolo polare artico. Quello è stato veramente un’esperienza forte perché ritrovarsi in mezzo a dei ghiacciai, con temperature assurde e vedere un impianto urbanistico con un riferimento all’ ex unione sovietica quindi lontano anni luce al nostro. Si entrava nel cuore di una comunità con delle abitudini completamente differenti dalle nostre.

In extremis è forse il tuo progetto più importante: ti ha fatto girare il mondo, esponendo praticamente ovunque. Com è nato tutto? Qual è stata l’idea che fatto partire tutto quanto?

In extremis è la mia vita, vivo per questo progetto. Me ne occupo quasi in ogni momento della giornata, mi fa girare tantissimo, mi fa conoscere persone e luoghi. E’ molto gratificante per me, forse la cosa più bella che abbia mai fatto. Anche perché essere autore del proprio lavoro e responsabile totale fa crescere molto e per la prima volta forse mi sono sentito adulto. Tutto è nato 4 anni fa con una caduta che io feci in bici, ho fatto un volo di 3 metri, avevo una barretta proteica che mi stavo mangiando e nella caduta mi sono reso conto di non essermi riparato con la mano perché stavo ancora stringendo forte la barretta. Dopo un mese un mio amico si è rotto una gamba tra gli scogli al mare tentando di salvare l’iPhone e si è fatto 40 giorni di ospedale. Da li ho iniziato a pensare che viviamo in un’epoca molto strana e soprattutto noi del mondo occidentale siamo sempre più attaccanti alle cose materiale. Come se ciò che possediamo diventasse più importante di ciò che siamo. E’ come vivere un disagio sociale in cui le persone sono molto sole e per colmare questa solitudine acquistano sempre più cose. Questo è l’aspetto più preoccupante e demoralizzante della nostra società. Quello che faccio io nelle foto è denunciare questo aspetto in chiave grottesca ed ironica.

Da dove prendi l’ispirazione per realizzare uno scatto?

La mia più grande fonte d’ispirazione è la vita quotidiana, osservo e mi nutro di quello che accade intorno a me e da lì parte tutto il mio studio e la mia analisi della società. C’è anche da dire che sono cresciuto con i film di Charlie Chaplin e Stanlio e Ollio e in questi film capitavano cose assurde, i personaggi cadevano, sbattevano contro le porte, mi chiedevo se si facessero male ma ridevo di gusto. Poi non so perché penso che la caduta schianto a faccia in avanti sia tremendamente comico. Ti stordisce e realizzi :oddio, perché ho sbattuto, che sta succedendo dietro di me? Penso sempre che lo schianto e la caduta siano una conseguenza di una caduta che avviene a livello interiore. Quando noi cadiamo e ci facciamo male sono sicuro che succede perché stiamo percorrendo una strada sbagliata per la nostra esistenza. E se il pensiero non arriva a questa riflessione, il corpo ti costringe all’immobilità, magari per settimane a letto. Queste sono quelle sospensioni della vita che ti costringono a riflettere. Certo bisognerebbe fermarsi prima di sbattere ma siamo sempre così presi a fare mille cose contemporaneamente che non ci prendiamo mai il lusso di fermarci a riflettere.

Nelle tue foto si nota un cura quasi maniacale per ogni dettaglio, dal vestito giusto al props di scena ricercato, un’attenzione particolare al lavoro di styling e set design. Come ti relazioni a questo?Hai un team fisso con il quale lavori sempre o invece gestisci tutto di volta in volta in base alle esigenze?

Allora come si usa dire il diavolo sta nel dettaglio. Per me è importantissimo non lasciare le cose al caso. Ogni elemento usato nella foto per me è molto importante perché mi aiuta a raccontare il background del personaggio, chi è, cosa faceva prima di cadere, cos’ha provocato la caduta. Penso sia indispensabile per una buona comprensione. Essendo una foto devo raccontare tutto all’interno di uno scatto. Questo non è facile ma è sicuramente uno degli aspetti più interessanti e divertenti per me durante la pre-produzione. In questo mi aiuta tantissimo il mio amico Marco Longo, style director per la realizzazione delle foto. Con lui ho una magnifica sinergia, ci capiamo e quando devo trovare il vestito giusto e l’accessorio giusto in questo lui è infallibile. Non ho un team fisso, ce l’avevo ma nel corso di questi anni ho capito che dovevo muovermi da solo e poi di volta in volta come si fa nel cinema, creo una sorta di cast tecnico per la produzione di determinate foto.

Interface HUB/ART ospiterà fino all’8 Aprile alcune opere del progetto fotografico InExtremis, (bodies with no regret).

Intervista a cura di Andrea Jean Varraud.

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