Sigle a regola d’arte (da non skippare)

Sigle a regola d’arte (da non skippare)

Giulia Guido · 1 anno fa · Design

Cosa hanno in comune Watchmen, Game of Thrones, The Crown, The Young Pope e True Detective? Certo, sono senza ombra di dubbio alcune delle serie tv meglio riuscite degli ultimi 10 anni, ma non è solo questo che le unisce.
Il minimo comune denominatore di questi e altri show dal successo mondiale risponde al nome di Elastic. Elastic è uno studio di design e di animazione che negli anni si è specializzato in sigle, diventando punto di riferimento per case di produzione nel campo del cinema e della televisione. 

Quella della realizzazione di sigle è da considerarsi una vera e propria arte, basti pensare che tra i premi dei Primetime Creative Arts Emmy Awards (i cosiddetti Oscar della televisione) dal 1976 esiste la categoria Outstanding Main Title Design.

Se inizialmente si trattava di sigle realizzate con semplici montaggi, illustrazioni e dissolvenze, negli anni le case di produzione hanno cominciato a fare sempre più attenzione e a investire maggiormente sugli opening credits, puntando spesso a dar vita a tormentoni. 

Ciò che molti non sanno è proprio che dietro alla stragrande maggioranza di sigle che ci sono rimaste in testa e non skipperemmo per nulla al mondo c’è la stessa mano, quella di Elastic appunto. 

Fondato nel 2008 dal designer Angus Wall, Elastic nasce dalla necessità di creare un piccolo studio in cui fosse possibile lavorare unendo le vecchie tecniche con le nuove tecnologie. Grazie agli agganci di Wall, lo studio cominciò a curare le sigle di show come Carnivàle, Roma e Big Love, finché nel 2010 non c’è stata la svolta. Conoscendo il lavoro di Angus Wall sia personale sia all’intero di Elastic, l’allora head of scripted entertainment di HBO Carolyn Strauss si rivolse a lui per un nuovo progetto: Game of Thrones.

 

Ciò che i produttori di GoT chiesero al team di Elastic era molto più di una banale intro, serviva qualcosa che presentasse il mondo nato dalla mente di George R.R. Martin e che introducesse i diversi luoghi, riuscendo di volta in volta a fare un recap della puntata precedente.

È così che è nata una delle sigle più emblematiche degli ultimi anni, una di quelle che è proprio impossibile saltare. 

Il team di designer ha lavorato a stretto contatto con un team di artigiani, che per creare tutti i meccanismi che svelano i palazzi, le valli, le montagne, si è ispirato a niente meno che alle macchine di Leonardo Da Vinci.

Una volta costruiti i modellini, i designer li hanno ricostruiti in computer grafica, permettendo allo sguardo dello spettatore di entrare e uscire dalle torri, di volare sopra il Mare Stretto e arrivare fino alla sala del trono di spade. 

Il suo successo è stato immediato e oltre a vincere un Emmy nel 2011 ha aperto a Elastic decine e decine di porte, portando lo studio a collaborare non solo con HBO, ma anche con Netflix, Marvel, Disney+, Amazon Prime Video

Ciò che ha fatto sì che Elastic consolidasse il successo ottenuto nel 2011 è stata la capacità di condensare in pochi secondi l’anima di una serie, di una storia. Spesso e volentieri non vediamo nessun personaggio, lo sviluppo dei personaggi rimane compito dello show, ciò che Elastic fa da sempre è dare agli spettatori gli strumenti necessari per affrontare una puntata. Lo vediamo in The Man in the High Castle, per cui ci catapultano in un mondo nazista, in The Crown dove il focus è sull’unica cosa che conta, la corona, o ancora nel più recente Only Murders in the Building per il quale è candidato agli Emmy che avranno luogo il prossimo 12 settembre. 

The Crown

Anche la capacità di spaziare da uno stile all’altro ha portato lo studio a essere la prima scelta di molte produzioni: un taglio più documentaristico è stato scelto per serie come The Last Dance o Conversations with a Killer: The Ted Bundy Tapes, un’identità più minimale e concettuale è stata adottata per The Morning Show, mentre 3D, live-action e VFX sono state le parole d’ordine per Carnival Row, The Politician e l’ultima loro fatica The House of the Dragons

The Politician

Non è infatti passato inosservato ai fan di Game of Thrones come l’atteso spin-off dedicato alla casata dei Targaryen abbia svelato nella seconda puntata una sigla che ha riportato tutti al 2011. Stessa costruzione, stessi meccanismi a incastro che svelano sale nascoste e luoghi che ormai conosciamo molto bene e anche stessa musica che canticchiamo da giorni.

In sintesi, se state guardando una sigla che non skippereste mai probabilmente state guardando un lavoro di Elastic. 

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Street photography e smartphone, il viaggio di Xiaomi e Leica continua

Street photography e smartphone, il viaggio di Xiaomi e Leica continua

Giulia Guido · 2 giorni fa · Photography

Il mondo cambia e quello della tecnologia sembra farlo più velocemente degli altri. La prova sono le decine di novità che ogni mese vengono presentate e ogni volta che pensiamo che non si possa andare oltre veniamo smentiti da una nuova invenzione. Qualcosa però resta uguale, ovvero l’importanza del legame tra telefonia mobile e fotografia. Quante volte, infatti, l’acquisto di uno smartphone si basa sulle qualità della fotocamera? Alla fine ciò che vogliamo è un dispositivo su cui contare non solo per chiamare, messaggiare o lavorare, ma anche per fermare in uno scatto il nostro quotidiano, quello che succede intorno a noi per strada, i volti che incrociamo ogni giorno. Questa cosa Xiaomi l’ha capita meglio degli altri ed è dal 2022, ovvero da quando ha deciso di unire le forze con Leica, che offre la possibilità di avere un dispositivo in grado di trasformare chiunque in fotografo professionista. 

Lo scorso 25 febbraio a Barcellona, Xiaomi ha ribadito la sua posizione presentando la nuova Xiaomi 14 Series di cui fanno parte i due smartphone Xiaomi 14 e 14 Ultra

Abbiamo deciso di mettere alla prova lo Xiaomi 14 e le sue tre fotocamere e quale posto migliore di Barcellona per farlo. Il reticolato di strade della capitale della Catalogna, che alterna ampie vie a stretti vicoli, ci ha dato la possibilità di giocare con zoom e grandangolo per catturarne tutti gli elementi, mentre per fermare nel tempo il dinamismo della città è arrivata in nostro aiuto la lunga esposizione. 

Non potevamo non sfruttare l’apporto che Leica ha dato. Lo stile Leica Vivace è venuto in nostro soccorso in uno dei luoghi più caotici di Barcellona, ovvero la Boqueria. Qui i colori e le luci al neon degli stand sono tanti quanti i profumi e gli odori dei prodotti tipici ai quali è impossibile resistere. 

Ci siamo spostati dall’altra parte della città, precisamente al Padiglione di Barcellona progettato dell’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe per l’Esposizione Universale del 1929, per utilizzare al meglio lo stile Leica Autentico. Qui la luce naturale tipica di Barcellona esalta le forme lineari e severe della struttura, esaltando i colori dei diversi marmi utilizzati. Lo Xiaomi è riuscito a catturane la bellezza, senza lasciare indietro neanche i riflessi dei due specchi d’acqua presenti nel Padiglione. 

Infine abbiamo puntato l’obiettivo dello Xiaomi 14 sulle persone, la vera anima della città. Con tanti chilometri nelle gambe e la galleria piena di foto ci siamo fermati per sfruttare al meglio la tecnologia dello smartphone che integra una tecnologia AI all’avanguardia e che ci ha permesso di donare agli ultimi giorni di febbraio barcellonesi un sole limpido e dei romantici tramonti. 

Il 25 febbraio Xiaomi ha presentato anche gli ultimi prodotti Smart Life: Xiaomi Pad 6S Pro 12.4, Xiaomi Smart Band 8 Pro, Xiaomi Watch S3 e Xiaomi Watch 2. Scoprite tutto il loro mondo sul sito di Xiaomi

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Ciro Pipoli e la sua Napoli

Ciro Pipoli e la sua Napoli

Anna Frattini · 3 giorni fa · Photography

“Ciro. Il nome che identifica un popolo” è il primo libro fotografico di Ciro Pipoli, il fotografo partenopeo che racconta la straordinaria avventura di un ragazzo e della sua città. I volti sono l’aspetto che lo affascina di più, persone e gesti del quotidiano, immortalati attraverso 159 scatti. Lo abbiamo incontrato e insieme a lui, in occasione della presentazione del volume a Milano, abbiamo parlato dei suoi inizi su Instagram e di cosa cerca davvero nei volti delle persone che fotografa. Ma sopratutto di cosa vuole comunicare della sua Napoli ormai conquistata dal turismo.

Raccontaci chi è Ciro Pipoli e come ti sei avvicinato alla fotografia.

Sono un ragazzo di 27 anni e vengo dai Quartieri Spagnoli. Negli ultimi anni ho trovato nella fotografia il mio modo di raccontare quanto più verosimile la realtà di Napoli. Ho sempre pensato che la realtà partenopea sia stata filtrata e raccontata in maniera poco imparziale, ma mai da chi probabilmente ha modo di poterla raccontare quotidianamente. Questa passione è nata intorno ai 16 anni, quando scaricai Instagram. All’epoca l’approccio della piattaforma era diverso. Al tempo, c’era solo un profilo di Napoli che raccontava la città e secondo me mancava un canale ufficiale che la potesse raccontare. Iniziai a scattare con il cellulare. Poi, a 18 anni, quando mio padre mi ha regalato la macchina fotografica, mi sono appassionato. Il resto è storia.

Quando scatti, cosa cerchi nei volti delle persone?

Quello che cerco nei volti delle persone quando esco per la città a scattare è di poter raccontare la Napoli di una volta. Da qualche tempo noto un cambiamento drastico nella città dovuto al turismo che sta cambiando tutto. Quando esco in strada a scattare cerco l’autenticità che mi ricorda quella Napoli in cui sono cresciuto.

Hai dato il tuo nome a “Ciro. Il nome che identifica un popolo”, il tuo primo libro. Raccontaci di questa scelta.

Non è stata mia l’idea. Anzi, se devo dire la verità, ero molto restio a questo titolo perché lo trovavo troppo autoreferenziale. Ho sempre pensato che non fosse la scelta giusta. Questo libro mi ha proposto sfide e mi sono convinto solo dopo essermi confrontato con le persone a me più vicine che mi hanno rassicurato.

Qual è la Napoli che vuoi raccontare?

Provo a raccontare, nel mio piccolo, la Napoli più sincera e quotidiana possibile. Vedo che all’interno della città ci sono delle piccole realtà che meritano di essere raccontate, anche se a volte la fotografia può essere limitante perché molte cose non arrivano. Spesso ho voluto raccontare storie di riscatto fra le tante che mi vengono raccontate ma che purtroppo non arrivano attraverso la fotografia. Nel mio piccolo cerco di farlo arrivare comunque.

ph. courtesy Ciro Pipoli

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Un mondo in caduta negli scatti di Sandro Giordano

Un mondo in caduta negli scatti di Sandro Giordano

Giorgia Massari · 6 giorni fa · Photography

L’artista romano Sandro Giordano (1972) – su Instagram @__remmidemmi – dal 2013 dedica interamente la sua ricerca artistica al progetto fotografico IN EXTREMIS (bodies with no regret). «Si tratta di un progetto nato un po’ per gioco, dopo una brutta caduta in bicicletta» – ci racconta –  «Ricordo che in quell’occasione non lasciai andare una barretta proteica che tenevo stretta in mano. Avrei potuto gettarla via e tentare di attutire il colpo, ma l’istinto ha agito in modo contrario.» Da qui, Giordano inizia una serie di scatti che raffigurano persone comuni, in scene di vita quotidiane, durante una brutta caduta. L’approccio è ironico e divertente ma, allo stesso tempo, vuole intavolare una discussione riguardo il materialismo e la nostra propensione verso gli oggetti piuttosto che verso noi stessi. «Siamo ormai tutti vittime di ciò che possediamo, anche se in realtà sarebbe giusto dire il contrario: sono “loro” che posseggono noi. Siamo schiavi dei nostri beni materiali.»

Abbiamo già intervistato Sandro Giordano in passato, agli esordi di questo progetto, oggi – dopo cinque anni – lo abbiamo incontrato nuovamente per scoprire le sorti di IN EXTREMIS, che negli ultimi tre anni ha visto uno stop. «Ho scattato l’ultima del progetto pochi giorni prima che andassimo in lockdown, era marzo del 2020. Ho raccontato quello che di lì a poco sarebbe successo in tutto il mondo e mi sono messo in pausa. Dopo sei anni di duro lavoro e ritmi serrati sentivo il bisogno di riposare. Ora sono pronto a tornare “in scena”.» 

Proprio quest’anno, il progetto compie dieci anni e, per l’occasione, Sandro sta realizzando un libro-archivio dal titolo ANTHOLOGY 2013/2023, che sarà pronto per l’autunno. «Il 3 settembre ricomincerò a scattare. Il titolo della nuova foto sarà “TOY BOY JOY”, che vedrà come protagonista un’anziana signora in fuga nella sua auto d’epoca dopo aver violentato, picchiato e imbavagliato, un giovane e muscoloso toy boy, “schiantato” accanto a lei. Insomma, chi credeva fossi morto o sparito dalla circolazione, ecco, si sbagliava di grosso.»

Sandro Giordano | Collater.al
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Sandro Giordano | Collater.al

Courtesy Sandro Giordano

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Tua sorella è sui muri delle città

Tua sorella è sui muri delle città

Collater.al Contributors · 1 settimana fa · Photography

«Ci sono due ricordi molto forti che mi rimarranno impressi per tutta la vita», racconta l‘artista Veronica Barbato (1981, Caserta), «l’odore del tossico e il materasso bruciato dalle sigarette». Con queste poche parole delinea lo scenario del progetto Tua sorella, il più importante della sua vita. Tua sorella racconta di Mary, la sorella di Veronica che a soli ventitré anni si è tolta la vita dopo un periodo di tossicodipendenza. Con un’estrema delicatezza, Barbato ricerca nella morte, nella sua crudeltà e nel suo dolore, un aspetto eterno, che possa donare dignità e memoria a Mary. «Adesso Mary non è più un nessuno, ma la sorella di tanti», dice Veronica, che ha portato la sua immagine sui muri delle città. Il progetto nasce infatti in strada ed è sempre stato esposto lì. «Ho lanciato una campagna di comunicazione mediante affissioni per rendere Mary un’icona. Testimoniando il ruolo fondamentale dell’arte nel definire la percezione. Una mostra fotografica in continuo movimento».

L’opera di Veronica Barbato nasce dall’incontro tra il collage, la fotografia e l’arte visuale. I ricordi, fatti di lettere, fotografie, documenti sono manipolati dall’artista che aggiunge colori sgargianti, in riferimento agli effetti allucinogeni, e glitter che descrivono la falsa illusione delle droghe. Quello che Barbato riassume è un periodo, gli anni Ottanta, caratterizzati dalla lotta armata e dall’eroina. Così che Mary possa diventare la sorella perduta di una generazione.

Veronica Barbato (1981, Caserta) è un’artista Partenopea che vive a Lugano. Ha una formazione teatrale che le regala l’aspetto performativo. Un’altra componente fondamentale per la sua arte è la danza contemporanea che ha direzionato la sua ricerca verso l’unione tra performance e arte. Ha un Master in Fotografia con Mustafa Sabbagh, conseguito allo Spazio Labó di Bologna.

Courtesy & Copyright Veronica Barbato

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