La città di pan di zenzero progettata dagli architetti di tutto il mondo

La città di pan di zenzero progettata dagli architetti di tutto il mondo

Giulia Guido · 7 mesi fa · Design

Le case non sono più fatte solo di mattoni. Ormai la sfida in ambito architettonico è quella di utilizzare materiali sempre più avanzati e nuovi. Parliamo di edifici fatti in vetro, in legno, in metallo, stampati in 3D, con plastiche riciclate o di pan di zenzero. Sì, avete letto bene, proprio pan di zenzero.
È questa la sfida che da qualche anno il MoA – Museum of Architecture lancia a studi, designer e architetti. 

Ma spieghiamoci meglio. Dal 2016 il MoA ogni anno (escluso il 2020) organizza The Gingerbread City, un progetto che parte da una call to action rivolta a specialisti del settore. Qualsiasi studio, designer o architetto può partecipare aggiudicandosi un lotto di una città in miniatura che prederà vita all’interno di una delle sale del museo proprio durante il periodo natalizio. 

Ogni anno c’è un tema da seguire, quello dell’edizione 2021 ad esempio è Nature and the City: re-wilding and creating space for biodiversity and balance, ma in realtà l’unica vera regola è che qualsiasi struttura, elemento o edificio deve essere costruito in pan di zenzero

Negli anni sono stati molteplici i nomi che hanno partecipato a questa iniziativa, da Zaha Hadid Architects a Foster + Partners, diventando di edizione in edizione sempre più grande e portando gli architetti a realizzare delle creazioni mai viste prima. Oltre al lato più ludico, il progetto ha come obiettivo quello di raccogliere fondi che durante l’anno vengono devoluti a diverse realtà. 

Ovviamente per garantire la buona riuscita dei singoli progetti i partecipanti possono essere aiutati da forni e pasticcerie, l’importante è che ogni singolo elemento sia commestibile e che siano in grado di resistere per 30 giorni, durata del The Gingerbread City. 

Le creazioni a metà tra architettura e pasticceria sono state presentate al pubblico il 4 dicembre e rimarranno esposte all’interno del MoA al 6-7 di Motcomb St a Londra fino al 9 gennaio. In concomitanza con l’esposizione il museo ha organizzato diversi workshop dedicati proprio alla creazione di casette in pan di zenzero. 

Tenete d’occhio il profilo Instagram di The Gingerbread City per scoprire tutte le creazioni e tutti i nomi che hanno partecipato quest’anno.

The Gingerbread City 2016
The Gingerbread City 2017
The Gingerbread City 2018
The Gingerbread City pan di zenzero
The Gingerbread City 2018
The Gingerbread City pan di zenzero
The Gingerbread City 2019
The Gingerbread City pan di zenzero
The Gingerbread City 2019
The Gingerbread City pan di zenzero
La città di pan di zenzero progettata dagli architetti di tutto il mondo
Design
La città di pan di zenzero progettata dagli architetti di tutto il mondo
La città di pan di zenzero progettata dagli architetti di tutto il mondo
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Kaisar Ahamed  e “la città dei mille giardini” che non esiste più

Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

Il quartiere di Hazaribagh, nella città di Daka (Bangladesh), in lingua farsi significa “la città dei mille giardini”, e il nome rende l’idea di ciò che era il paesaggio, prima che le fabbriche di pellami inquinassero tutto.
Il fotografo Kaisar Ahamed ha raccontato nel suo ultimo progetto il paesaggio intorno al fiume Buriganga, reso biologicamente morto dai veleni riversati nelle acque dalle concerie. Il corso del fiume ora appare come un paesaggio irreale, scenografia di un film apocalittico in cui l’acqua sporca diventa un elemento di terrore più che di vita.
Kaisar Ahamed è un chimico, ma ha scelto di condurre le sue analisi sull’acqua di Hazaribagh attraverso la fotografia. Ha scattato campioni di acqua prelevati dal fiume Buriganga in diverse località, costruendo una sorta di laboratorio in cui la fotografia aiuta a raccontare un disastro ambientale.
Il titolo “A Thousand of Gardens” suona così un po’ ironico, una beffa al quale l’osservatore è messo subito al corrente.

È possibile sostenere la pubblicazione di un volume dedicato al lavoro del fotografo Kaisar Ahamed attraverso la raccolta fondi lanciata da SelfSelf, clicca qui per scoprire come aiutare a realizzare questo progetto fotografico.

Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
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Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
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Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
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Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico

Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico

Tommaso Berra · 5 giorni fa · Photography

Non dev’essere stato facile far volare un drone all’interno di un campo da squash di 20mq, ma il fotografo Brad Walls ha ritenuto fosse l’unico modo per esaltare in pochi scatti geometrie e movimento. La serie “Vacant” raffigura la geometria dei corpi, che si muovono un una coreografia all’interno di scene ispirate al surrealismo e al retrofuturismo.
L’idea di scegliere quel particolare luogo è nata da una visita dell’artista al campo da squash nel quale giocava ai tempi del liceo. Lo spazio vuoto le linee del campo hanno ispirato l’artista a realizzare una delle sue serie aeree, che avessero al centro il corpo umano distaccato dal contesto ma perfettamente inserito nell’impianto geometrico.

Squash | Collater.al

Una delle sfide di Brad Walls era quella di evitare un effetto claustrofobico, per questo il bianco è il colore predominante degli scatti, ripetuto anche nei vestiti delle modelle, una scelta che farebbe felici anche gli organizzatori di Wimbledon.
Proprio i vestiti sono un elemento che rinforza il concetto di retrofuturismo, creando una tensione tra passato e futuro grazie all’inserimento di un guardaroba futurista in un contesto anni ’80 come quello del campo da squash.
In attesa di pubblicare il suo primo libro, in uscita in autunno e intitolato intitolato “Pools from Above”, Brad Walls ha definito “Vacant” così: “La geometria fornisce un accenno di coerenza in un mondo sempre più incoerente. Gli esseri umani ne sono innatamente attratti. Io, forse, ancora di più“.

Squash | Collater.al
Squash | Collater.al
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Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico
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Brad Walls sa che lo squash è uno sport geometrico
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All for the Gram – Soviet Innerness

All for the Gram – Soviet Innerness

Tommaso Berra · 5 giorni fa · Photography

Ospite questa settimana di All for the Gram non è solamente un profilo seriale ma un vero e proprio archivio che raccoglie dettagli di un’estetica che per quanto decaduta, suscita ancora un grande fascino. Soviet Innerness è un viaggio nel design sovietico attraverso gli interni di case abbandonate, tra carte da parati strappate e piastrelle fredde e sbeccate.

La carta da parati è stata sostituita in alcuni casi da pagine di giornale che riportano notizie e foto dagli anni ’80, i muri scrostati si presentano come una stratificazione di colori ormai sbiaditi, così come i disegni di fiori che un tempo probabilmente apparivano più colorati.
Le pareti di Soviet Innerness sono piene di geometrie stanche, blocchi di colore e moduli che danno sempre l’idea di non finito, o di qualcosa che è finito troppo in fretta, lasciando il tempo alle crepe di rendere tutto così bello e decadente.

Il progetto curato da Elena Amabili e Alessandro Calvaresi descrive l’estetica del blocco orientale e i temi che erano presenti in tutte le case. Ci sono illustrazioni sulle pareti delle campagne nello spazio dell’URSS, ma anche la grande industrializzazione delle città comuniste e il ricordo di Misha, la popolare mascotte delle Olimpiadi di Mosca del 1980.

All for the Gram – Soviet Innerness
Photography
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Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi

Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi

Tommaso Berra · 6 giorni fa · Photography

D’estate mandrie intere di bestiame si spostano dalle valli fino ai prati di montagna, a migliaia di metri di altezza, dove l’aria è più rarefatta e i ritmi sono dettati solo dai bisogni della natura. Insieme agli animali viaggiano pastori, che in alpeggio diventano parte di un unico ciclo della vita, che non subisce pause ma scorre lento e costante.
Giulia Degasperi ha rappresentato questa pratica millenaria delle montagne del Trentino, senza mostrare direttamente la bellezza dei paesaggi ma quella del lavoro, dello sforzo e della tradizione. La serie “These Dark Mountains” è uno studio antropologico che descrive l’abbandono dei piccoli centri di montagna e la difficoltà di conservare abitudini che legano da sempre uomo e natura.
La scelta di scattare in bianco e nero rende le fotografie quasi senza tempo. Non si riesce ad inquadrare un periodo storico perché tutto è rimasto uguale, dai luoghi fino ai vestiti dei pastori.

È possibile sostenere la pubblicazione di un volume dedicato al lavoro della fotografa Giulia Degasperi attraverso la raccolta fondi lanciata da SelfSelf, clicca qui per scoprire come aiutare a realizzare questo progetto fotografico.

Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
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Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi
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Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi
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