The Guestbook – Leandro Colantoni

The Guestbook – Leandro Colantoni

Giulia Guido · 3 anni fa · Photography

Leandro Colantoni nasce ad Agrigento nel 1991 ed è proprio la sua terra, la Sicilia, ad essere al centro della sua ricerca artistica. A testimoniarlo è la sua serie fotografica “Ultimo Paesaggio Siciliano”, attraverso la quale fa un’attenta analisi della cultura e del paesaggio. Oggetti legati alla tradizione, agli usi e ai costumi, alle abitudini alimentari ci accompagnano in un viaggio alla scoperta di un luogo fortemente legato al suo passato e alla sua storia, ma che, nonostante ciò, sta cambiando.

Affascianti dal suo lavoro, abbiamo fatto qualche domanda a Leandro che ci ha parlato di come è nata la sua passione, del suo stile e molto altro.

Leggi la nostra intervista qui sotto e per non perderti i prossimi lavori di Leandro Colantoni seguilo su Instagram e dai un’occhiata al suo sito.

Raccontaci come ti sei avvicinato alla fotografia. C’è un momento in particolare che ti ricordi?

Non riesco a focalizzare un momento esatto, ma credo che se oggi sono ossessionato dalla fotografia è grazie al lavoro di Luigi Ghirri, forse inconsciamente ho deciso di diventare un fotografo dopo avere scoperto le sue immagini. È stato tutto graduale, circa 5 anni fa. Ho iniziato a studiare fotografia da autodidatta da una enciclopedia della Kodak degli anni ’80-’90 che mi ritrovavo a casa, mesi prima di acquistare una macchina fotografica. Forse anche questo ha influenzato il mio modo di fotografare, le prime fotografie le ho solo immaginate. Con i primi risparmi ho comprato la mia prima macchina fotografica, da lì ho iniziato a fotografare sul serio. 

Cos’è per te la fotografia e cosa cerchi di raccontare attraverso i tuoi scatti?

È una domanda complicata, per me la fotografia è tante cose: è linguaggio, è ricerca, è intuito. La uso per esprimermi, ma anche per indagare su me stesso e su tutto quello che mi circonda. È inevitabile attribuire ai miei scatti un valore documentaristico rispetto alla Sicilia, luogo in cui sono nato e vivo, in parte è quello che racconto. Ma mi piace pensare che ognuno possa trovare dentro quelle immagini quello che sente, voglio sempre lasciare a chi osserva la completa interpretazione dell’immagine. 

Ci sono artisti che segui o ai quali ti ispiri?

Certo, ci sono tanti artisti che seguo e che mi ispirano. Come ho già citato prima, Ghirri, ma anche altri come William Eggleston, Stephen Shore, Guido Guidi, Jason Fulford o fotografi più contemporanei come Sam Youkilis, Piero Percoco, Pat Martin, Sam Gregg e tanti altri. Un’altra disciplina che per me è una fortissima fonte d’ispirazione è il cinema, posso citare i primi autori che mi vengono in mente come Wes Anderson, David Lynch, Michelangelo Antonioni, Win Wenders e tanti altri, da appassionato di cinema la mia lista potrebbe diventare lunghissima. 

La tua ultima serie fotografica da titolo “Ultimo Paesaggio Siciliano” è interamente realizzata con un iPhone. Cosa ti ha portato a preferire la fotocamera del telefono a una macchina fotografica?

Lavorando non potevo dedicare tutto il mio tempo alla fotografia, per fare combaciare le due cose avevo bisogno di uno strumento fotografico che fosse sempre con me in ogni situazione, così ho capito che la fotocamera dell’iPhone era perfetta per quello che volevo fare. È stata una scelta di comodità. Oggi uso principalmente quello per fotografare, mi piace la sua estetica e penso che rappresenti il nostro tempo, ma non nego che posso cambiare idea, ho iniziato con una reflex digitale, ho fotografato anche a pellicola, oggi uso un iPhone, domani non lo so, sono molto propenso ai cambiamenti. L’importante è fare fotografia, lo strumento passa sempre in secondo piano. 

C’è uno scatto a cui sei più legato? Puoi raccontarcelo?

È difficile sceglierne uno, anzi molte volte si crea una specie di distacco dalle singole foto, non è semplice da spiegare. Ma posso dirvi che sono legato alla serie “Ultimo Paesaggio Siciliano”, per me è come un testamento visivo sull’ultima Sicilia, che mi ha aiutato ad apprezzare di più i luoghi in cui vivo, con le sue persone e la sua cultura. 

Quale consiglio daresti a chi vuole approcciarsi alla fotografia? 

Prima di tutto avere passione e credere in quello che si fa senza fermarsi mai, per nessuno motivo. Studiare, in accademia se si ha la possibilità, se non si può va bene anche a casa, ma studiare è importante, oggi si trovano risorse ovunque. Non avere paura d’esporsi, e anche se arrivano delle critiche bisogna avere la capacità di trasformarle in insegnamenti.
Infine fotografare, fotografare e fotografare con ogni mezzo. 

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Il nudo artistico e la liberazione nelle foto di Lucie Nechanicka

Il nudo artistico e la liberazione nelle foto di Lucie Nechanicka

Tommaso Berra · 5 giorni fa · Photography

Forma di libertà e autoaffermazione nei confronti di un mondo di convenzioni e vincoli, fotografando il proprio corpo nudo l’artista Lucie Nechanicka vuole raggiungere questa condizione di libertà personale ed emotiva.
Nata in Repubblica Ceca e ora con base nel Regno Unito, Lucie rappresenta questa libertà innanzitutto spogliandosi di qualsiasi velo che può condizionare lo sguardo, per allontanarsi da una visione tradizionale della nudità e tornando a una tradizione del corpo, visto come unità pura, elemento che più condivide meccanismi con la Terra e la natura.
Tecnicamente Lucie Nechanicka rappresenta il concetto di libertà attraverso la distorsione prospettica oppure nascondendo il proprio corpo o giocando con le ombre, che sono sia naturali sia portate da altri oggetti che creano decori sulla pelle. L’utilizzo di angoli insoliti aiuta ad uscire dalla monotonia della narrazione sul corpo umano in fotografia, così come altri elementi che sembrano mettersi tra il soggetto e lo spettatore, come lenti, filtri o specchi, capaci alterare una prima impressione che è tutta la riscrivere, rivedere e analizzare fuori dagli schemi tradizionali.

Il nudo artistico e la liberazione nelle foto di Lucie Nechanicka
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Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità

Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità

Tommaso Berra · 7 giorni fa · Photography

La fotografia a tecnica mista di Karen Navarro è uno strumento attraverso il quale l’artista argentina esplora lati del proprio passato, della propria identità e delle cause che hanno portato a definire certi tratti personali, condivisi con un intero popolo.
L’artista multidisciplinare realizza foto, collage e sculture incentrate sul tema dell’appartenenza, a un luogo fisico e ad un altro dell’anima, utilizzando ritratti e ricorrendo all’uso della parola scritta. Tutta la produzione artistica di Navarro è influenzata dal suo essere immigrata (ora lavora negli Stati Uniti, a Houston) e discendente da popolazioni indigene del Sud America.

La migrazione nel lavoro di Karen Navarro è infatti vista come un processo di trasformazione interiore, di formazione di un’identità collettiva che plasma di riflesso quella personale. L’interpretazione dei simboli della propria cultura è presente sia nelle installazioni ma soprattutto nelle foto, in cui i soggetti spiccano proprio grazie a questi dettagli, insieme al lavoro di trasformazione dell’immagine e decostruzione dell’opera.

Karen Navarro | Collater.al
Karen Navarro | Collater.al
Karen Navarro | Collater.al
Karen Navarro | Collater.al

Karen Navarro | Collater.al
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Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità
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Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

Per due mesi, dal primo febbraio al 30 marzo 2023, a Bologna lo spazio espositivo il concept studio THE ROOOM ospiterà una nuova mostra, curata da Mulieris Magazine.
Il titolo del progetto è DREAMTIGERS, una citazione allo scrittore argentino Jorge Luis Borges e al suo straordinario immaginario in cui gli animali ricoprono un ruolo fondamentale per stimolare ricordi e immaginazione.

DREAMTIGERS è una mostra che grazie alle opere di Lula Broglio, Alejandra Hernández, Joanne Leah, Sara Lorusso, Sara Scanderebech, Ayomide Tejuoso (Plantation), assieme alle installazioni di The Mosshelter di Marco Cesari, si serve dell’immaginazione. Questa dimensione apre così un mondo di possibilità non solo per la mente ma anche per la rappresentazione di ciò che è reale.
Una fusione, quella tra reale e immaginario, che Sigmud Freud definiva l’ombelico del sogno, luogo indefinito in cui è possibile affrontare con libertà i temi che in questi anni hanno fatto conoscere al pubblico la realtà di THE ROOOM e Mulieris Magazine. Tra questi temi sicuramente c’è la condanna a qualsiasi forma di discriminazione e la parità di genere, affrontate negli anni attraverso la divulgazione, splendidi volumi e progetti artistici molto interessanti che continueranno con la mostra Bolognese.

Mulieris Magazine | Collater.al
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

Che cos’è la fotografia stenopeica? Si tratta un’immagine scattata attraverso il procedimento fotografico della stenoscopia, una tecnica che come le fotocamere più moderne sfrutta il principio della camera oscura, utilizzando però un piccolo foro come obiettivo, che attraverso la diffrazione crea immagini.
Justin Quinnell è considerato tra i principali esperti di questa tecnica, sia per i suoi quasi trent’anni da docente in tutto il mondo sia per la sua produzione artistica di fotografie sperimentali.
Da Bristol, dove vive, realizza fotografia utilizzando camere stenopeiche, creando situazioni e punti di vista insoliti, grazie alle possibilità del mezzo e alle deformazioni dell’immagine.

Tra le serie fotografiche più bizzarre di Justin Quinnell c’è quella realizzata utilizzando una smileycam, una macchina fotografica che l’artista inserisce completamente dentro la propria bocca, sfruttando così la forza di un punto di osservazione – POV per utilizzare una definizione di moda – insolita e molto bizzarra. nell’inquadratura compaiono quindi tutti i denti di Quinnell, che l’osservatore finisce di conoscere meglio del dentista dello stesso artista. Oltre i denti di volta in volta si presentano diversi soggetti, che descrivono la quotidianità di Justin, si parte infatti con lo spazzolino alla mattina, passando per i pasti e il cocktail da condividere alla sera. Dalla bocca del fotografo teniamo traccia anche dei suo viaggi, così tra un incisivo e un canino spunta Piazza San Marco a Venezia e il Teatro dell’Opera di Sidney.

La stenoscopia non prevede nessuna particolare messa a fuoco, per questo le foto sembrano molto amatoriali. In passato ha rappresentato un punto alto per la tecnologia, ora, superata da obiettivi e lenti decisamente più performanti, viene utilizzata per progetti più sperimentali e artistici, grazie alla possibilità di poter creare punti di vista strani e risultati imprevedibili. Il lavoro di Quinnell ne è un esempio molto chiaro, se poi aveste voglia di scoprire cosa vede la vostra bocca, qui potete trovare anche la smileycam.

Justin Quinnell | Collater.al
Justin Quinnell | Collater.al
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Justin Quinnell | Collater.al
Justin Quinnell | Collater.al
Justin Quinnell | Collater.al
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell
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