Ugo Gattoni firma il poster delle Olimpiadi 2024

Ugo Gattoni firma il poster delle Olimpiadi 2024

Giorgia Massari · 1 mese fa · Art

Inizia tutto nel 1912, quando durante i Giochi Olimpici di Stoccolma gli stessi organizzatori proposero il progetto di un manifesto grafico ufficiale delle Olimpiadi. Da quel momento non è mancata un’edizione che non avesse il suo poster ufficiale realizzato da un artista della nazione ospitante. Quest’anno per le Olimpiadi 2024, che si terranno a Parigi dal 26 luglio all’11 agosto, il Comitato Organizzatore ha scelto il lavoro dell’illustratore francese Ugo Gattoni. Il manifesto è il primo della storia in orizzontale, per la precisione si tratta di un dittico, quindi un’ immagine orizzontale divisa in due parti. Il mondo coloratissimo e ricco di dettagli di Gattoni si rivela vincente per la realizzazione del poster che, a differenza dei precedenti, è carico di tantissime simbologie ed elementi che rimandano sia alla città di Parigi sia ai Giochi Olimpici e Paralimpici.

Ugo Gattoni firma il poster delle Olimpiadi 2024 | Collater.al
Ugo Gattoni firma il poster delle Olimpiadi 2024 | Collater.al

In passato infatti, i poster erano molto più semplici e grafici, meno illustrati, meno artwork. È interessante notare l’evoluzione degli stessi manifesti che, in qualche modo, ci permettono di ripercorrere le diverse tendenze che hanno caratterizzato la storia del graphic design. Facciamo qualche passo indietro e scopriamone alcuni.

Da manifesti minimalisti a quello super colorato di Gattoni

Realizzato in stile Liberty, il primo manifesto olimpico ufficiale è realizzato per i Giochi Olimpici estivi di Stoccolma, ricalcando in tutto e per tutto lo stile del tempo. In realtà, questa non è la prima immagine che abbiamo delle Olimpiadi, ci sono esempi precedenti però mai resi ufficiali. Quello del 1912 è quindi il primo a diventare l’immagine ufficiale, nonché comunicazione grafica dell’evento. È poi dal 1924 che, via via, l’immagine ha iniziato a diventare promotrice e ad assumere un ruolo pubblicitario, talvolta diventando più stilizzata e mettendo al centro il logo olimpico caratterizzato dai cinque anelli intrecciati. Nel corso della storia è evidente come il minimalismo prenda piede a partire dagli anni sessanta, prediligendo l’utilizzo di poco testo, pochi colori e immagini. Per questo è interessante la scelta fatta quest’anno da Parigi, che sceglie l’estetica super colorata di Ugo Gattoni, che tutto è fuorché minimalista.

Il poster delle Olimpiadi 2024 è un affresco utopico e surreale di Parigi

Il manifesto ufficiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Parigi 2024 è firmato Ugo Gattoni. Ma chi è? Si tratta di uno degli illustratori più quotati al mondo. Parigino di nascita, Gattoni ha collaborato con alcune delle case di moda più conosciute al mondo, tra cui Hermès e Nike. Le sue illustrazioni propongono mondi immaginari, surreali, vertiginosi. Ricche di dettagli e di colori, con il suo stile cartoonesco è in grado di creare uno storytelling visivo che cattura l’attenzione. Per il poster ufficiale delle Olimpiadi 2024, Gattoni gioca con i simboli della città, come la Torre Eiffel, la Senna e i giardini di Versailles, qui in dialogo con le mascotte delle Olimpiadi e con più di quaranta sport, minuziosamente disegnati. Nel complesso, il dittico appare come «un affresco dello sport in città, un’ode al nostro motto: “Giochi aperti” che racconta la storia dei nostri Giochi, una storia che è allo stesso tempo festosa, commovente e universale, e che parla a ognuno di noi», si legge nel comunicato. Lo stesso Ugo Gattoni ha dichiarato di aver «subito immaginato una città-stadio aperta al mondo», continuando: «Per me, questo progetto deve essere senza tempo. Si basa sul rapporto aureo e ha un forte fondamento accademico, con molta architettura presente. La sua originalità risiede sia nel suo aspetto surreale e utopico, sia nella composizione che racchiude migliaia di dettagli».

Ugo Gattoni firma il poster delle Olimpiadi 2024 | Collater.al

Courtesy Ugo Gattoni & Olympics

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East Ended, Shoreditch attraverso le lenti Dougie Wallace

East Ended, Shoreditch attraverso le lenti Dougie Wallace

Emanuele D'Angelo · 4 giorni fa · Photography

East Ended è un progetto fotografico di Dougie Wallace sul processo di gentrificazione in corso nel quartiere di Londra. Diretto e schietto il fotografo scozzese attraverso i suoi scatti denuncia la realtà e gli eccessi di Shoreditch. Immagini evocative e provocanti fanno luce su quanto accade, una sorta di protesta contro il caro immobili, che ormai da anni affligge la zona.
Ma non solo, documenta la storia mutevole raccontata sui muri di questo quartiere e sottolinea che prima che diventassero una forma d’arte urbana riconosciuta, i graffiti erano sinonimo di degrado e abbassavano al minimo i valori delle proprietà circostanti.

I muri dipinti a spruzzo ora emanano un’implicita autenticità e diventano una preda per i tanti acquirenti, le più note case di moda si sono concentrate molto con la pubblicità nell’East End, attirando l’attenzione di tanti appassionati. Gucci ad esempio, a Londra come a Milano, ha disegnato e poi dipinto delle intere facciate di grandi palazzi.
La trasformazione dell’East End londinese dal degrado urbano alla moda è l’esempio definitivo del potere dell’arte di rigenerare un quartiere per renderlo attraente per la classe creativa emergente.

Dougie Wallace, con degli scatti pungenti, ha anche immortalato il lavoro di molti artisti di successo, tra cui Ben Eine, storica creativa della capitale britannica con un distinto stile tipografico sui muri.
Ogni dettaglio percepito dalla macchina fotografica può essere interpretato sia come una forma d’arte che come una chiamata alle armi. Uno stile duro che l’ha sempre contraddistinto e adesso da abitante di Shoreditch, portavoce di una protesta complessa ma profonda sui cambiamenti sociali e non solo che attraversano Londra.


East Ended, Shoreditch attraverso le lenti Dougie Wallace
Photography
East Ended, Shoreditch attraverso le lenti Dougie Wallace
East Ended, Shoreditch attraverso le lenti Dougie Wallace
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Laura Lobos fotografa le donne della nuova generazione

Laura Lobos fotografa le donne della nuova generazione

Federica Cimorelli · 4 giorni fa · Photography

Il tempo passa e inevitabilmente il mondo cambia. Ogni nuova generazione porta con sé tradizioni, ritmi, abitudini e vizi diversi, ci sono sempre delle voci fuori dal coro, ma dobbiamo ricordare che l’eccezione conferma la regola. Ignorare il cambiamento è sbagliato, guardarlo da vicino invece può essere un esercizio utile e costruttivo. È proprio questo ciò che fa Laura Lobos con la fotografia.

Laura Lobos, fotografa freelance con base a Barcellona, usa la sua arte per raccontare il mondo da una prospettiva diversa. Il suo obiettivo è descrivere la vita, la quotidianità e le relazioni interpersonali delle donne della nuova generazione.

Sono affascinata dalla relazione che i giovani hanno con i social media, la sessualità e la femminilità. Penso che la nuova generazione stia creando una nuova forma di comunicazione con il mondo, specialmente attraverso Internet. Le ragazze non scrivono più lettere d’amore, ma praticano sexting e mandano nudes. La loro celata vulnerabilità mi fa venire il desiderio di fotografarle.

Gli scatti di Laura Lobos sono la prova concreta e tangibile dei questa epoca e un ritratto contemporaneo della Gen Z. Guardate qui una selezione dei suoi lavori, seguitela su Instagram e sul suo sito personale.

Courtesy Laura Lobos

Laura Lobos fotografa le donne della nuova generazione
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Laura Lobos fotografa le donne della nuova generazione
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Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)

Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)

Giorgia Massari · 3 giorni fa · Photography

Non sono sicura che sia la componente sessuale ad attirare la mia attenzione. Forse sono alcuni elementi, in particolare le lumache, a suscitare in me un senso di familiarità, ma anche di nostalgia verso qualcosa che non riesco ben a identificare. Un richiamo alla mia infanzia c’è e sono proprio le lumache a evocarlo. Erano loro le mie uniche compagne di gioco quando passavo l’estate in una località di montagna sperduta, nel giardino della casa dei miei nonni che dopo un temporale diventava l’habitat perfetto per queste piccole creature tanto viscide quanto curiose. Allora le prendevo dal guscio, le appoggiavo sulle mie braccia e le facevo strisciare su di me, divertita dalla scia di bava che lasciavano sulla mia pelle. Io non lo sapevo, ma le stavo assimilando. In effetti, è proprio questo quello di cui parla Ivana Sfredda negli scatti che mi ha mostrato qualche settimana fa nel suo studio di Milano. Soak up è il titolo della serie ancora in work in progress che la fotografa molisana porta avanti dal 2022, o forse anche da prima. Interpretando alla lettera il termine anglosassone soak up, questo si riferisce proprio alla sensazione di godimento che si percepisce nell’atto di assimilare. Un bisogno umano e animale senza eguali, quello di unirsi a qualcuno o a qualcosa, di essere connesso e di «annientare i confini che delimitano un corpo».

ivana sfredda
ivana sfredda

Gli scatti in macro di Ivana Sfredda non contemplano alcuna gerarchia di soggetto. Una fragola nella bocca di un uomo, un gruppo di vermi attorcigliati tra loro, una goccia che sta per cadere da un vecchio rubinetto, tutti appaiono uno dopo l’altro in un carosello di immagini che mano per la mano ballano in un girotondo perpetuo, senza strattoni né prepotenze. Mano nella mano, uniti, assimilati l’uno all’altro, nell’altro. Così che nell’atto di incontro tra due corpi, non esiste più un corpo mio e un corpo tuo. Le dinamiche di potere che l’uomo stesso ha costruito nel rapporto tra l’artefatto e il naturale si annullano. Forse è qui che si inserisce il mio ricordo infantile, dove è chiaro che in quell’arco spazio-temporale io non conoscessi quest’imposizione e nessun costrutto aveva ancora avuto tempo di insediarsi nella logica tale per cui oggi in me esiste la disequazione uomo > animale o ancora di più artificio > natura.

ivana sfredda
ivana sfredda

una tensione che muove l’uno verso l’altro

Ma c’è qualcosa che va oltre a questa incoscienza o coscienza non ancora corrotta. Me lo spiega Ivana citando Mario Perniola, filosofo, scrittore e teorico dell’arte contemporanea, addentrandosi nella sessualità citata all’inizio. Perché è chiaro che nell’unione di due corpi vi sia una tensione che muove l’uno verso l’altro, ma che non deve per forza essere carica di un fine godurioso. Forse è solo un bisogno inconscio di perdere la propria forma originaria?

«Perniola individua nella sessualità un punto di sospensione che definisce sessualità neutra: ovvero il distacco dal proprio corpo che implica un sentire estraniato, cibernetico e, appunto, neutro. Questa pulsione erotica si slega dalla ricerca del godimento carnale in funzione di un contatto intenso in cui il corpo organico e inorganico diviene una superficie significante. Un sistema di comunicazione molto potente che salta oltre le categorie di umano/artificiale, umano/animale, animale/artificiale – relativo all’essere in quanto tale – che traccia le architetture fluide di un corpo alternativo».

ivana sfredda
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nell’incontro con l’altro l’io è come soddisfatto

Come mi spiega Ivana Sfredda, nell’incontro con l’altro l’io è come soddisfatto. Questo mi fa pensare a un libro che ho letto tempo fa, quando ero in cerca di una nuova me più consapevole. Un nuovo mondo di Eckhart Tolle – recuperato nella sezione “esoterismo” di una libreria -, in effetti parlava proprio di questo. Di come l’io esiste solo nel riflesso nell’altro, quando avviene l’annullamento dell’ego che non fa altro che definire i confini di una prigione entro cui vive una falsa narrazione di noi stessi. Quindi negli scatti di Ivana Sfredda, che, come mi spiega, sono una sorta di esercizio e di gioco, tutto ciò è tradotto visivamente, come a esplicitare l’esistenza quotidiana e diffusa di continue connessioni paritarie e armoniche tra elementi apparentemente distanti sia su un piano gerarchico che semantico.

«La serie si focalizza sul significato di contatto e di energia relazionale, un esercizio a immaginare come queste relazioni incomplete possano rappresentare dei profondi portali di insegnamento.»

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Courtesy & Copyright Ivana Sfredda

Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)
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Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)
Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)
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Alec Gill e la storia di Hessle Road

Alec Gill e la storia di Hessle Road

Anna Frattini · 3 giorni fa · Photography

Alec Gill è un fotografo, storico e psicologo inglese nato a Hull, una città nella contea dell’East Riding dello Yorkshire, notoriamente portuale. Qualche anno fa è partita una raccolta fondi su Kickstarter per celebrare i cinquant’anni dalla prima foto realizzata per il progetto dedicato a Hessle Road con un libro e ne parliamo qui oggi. L’archivio di 7,000 fotografie – scattato con la sua Rolleicord twin-lens reflex – risale al decennio fra il 1970 e il 1980. Sono 240 le immagini finite in The Alec Gill Hassle Road photo archive e in ognuna di queste si respira a pieni polmoni l’atmosfera di un momento storico difficilissimo per gli abitanti. Si tratta del declino dell’importazione della pesca e le demolizioni della mass housing nella zona.

alec gill photo archive

The Alec Gill Hassle Road photo archive

Il libro, lanciato il 18 maggio scorso, è stato scritto e pensato a Iranzu Baker e Fran Méndez. In questa intervista di Port, Baker racconta alcuni aspetti del lavoro con Alec Gill. Il fotografo – nel corso della stesura del libro – si è infatti dimostrato «estremamente curioso, determinato e dedicato». In quegli anni, Gill si è concentrato anche sulla mancanza di aree gioco per i bambini e sul modo in cui le generazioni più giovani si sono adattate ai cambiamenti nella zona. Un altro obbiettivo è sicuramente stato quello di fermare il tempo prima della fine di un’era. Quella della pesca nella zona, terminata con le Cod Wars a partire dal 1958 fino al 1972 e al 1975. Un pezzo di storia che grazie a Gill non è stato dimenticato.

Quella di Gill è una vera e propria propensione per le storie degli underdog. La volontà è stata quella di assicurarsi che le storie di questi venissero raccontate, sia adesso che al tempo degli scatti. The Alec Gill Hassle Road photo archive non è solo uno studio sociale, quindi. Si tratta della testimonianza del rapporto che Gill ha instaurato a livello umano con i suoi concittadini. Le loro storie sembrano raccontarsi da sole davanti all’obbiettivo del fotografo. Ancora, la naturalezza degli scatti non solo riprende il tema infantile ma comunica in modo estremamente funzionale momenti della vita quotidiana degli abitanti di Hassle Road.

Alec Gill e la storia di Hessle Road
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