Art Il rumore delle immagini contro la guerra
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Il rumore delle immagini contro la guerra

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Giulia Guido

Se vi dessimo una data, il 26 aprile 1937, e vi chiedessimo cosa è accaduto quel giorno, probabilmente pochi saprebbero rispondere. Molti cercherebbero di rispolverare ricordi legati al libro di storia delle superiori o di qualche interrogazione a sorpresa.
Se invece vi dicessimo “Guernica”, sapreste tutti di cosa stiamo parlando. Era il 26 aprile 1937 quando durante la guerra civile spagnola l’aviazione filo-franchista rase al suolo la cittadina basca di Guernica, in quel momento popolato principalmente da donne, anziani e bambini. Ma perché conosciamo tutti questo evento storico? Perché, sebbene sia passato tanto tempo dagli anni di scuola, è una di quelle cose che non riusciamo a dimenticare? Se da allora Guernica è sinonimo di guerra, di ingiustizia, di atrocità è grazie all’omonimo capolavoro di Pablo Picasso, oggi nella Sala 205 del Museo Reina Sofia di Madrid. È il caso simbolo di come l’arte sia in grado di arrivare dove il giornalismo non riesce e abbia un forza tale da sopravvivere alla prova del tempo e dello spazio.
Da oltre sette mesi, a sole tre ore di volo da noi, Gaza, una striscia di terra lunga circa 40 chilometri, è stata trasformata nella moderna Guernica.

Il conflitto Israelo-Palestinese è da sempre al centro non di uno, ma di due racconti, pensieri, schieramenti: quello occidentale e quello orientale. Da oltre sette mesi, ciò accade a Gaza è sempre riportato in due modi differenti e sono pochi quelli che, rimasti all’interno della Striscia, provano con ogni mezzo, lottando contro la mancanza di internet, di elettricità, di cibo, acqua e medicine, a dare un’immagine più reale possibile di ciò che succede. L’obiettivo? Farsi sentire. Togliere la modalità muto che abbiamo applicato al mondo che ci circonda raccontandoci che non è affar nostro. Guardiamo impassibili le foto sui quotidiani e i servizi dei telegiornali come se non avessero un suono, come se anche la guerra, per noi, non fosse più in grado di far più rumore. 

Artwork by Paola Delfin based on an image by photojournalist Belal Khaled. ©Lunapark

Unmute Gaza, si chiama così il progetto nato durante i primi giorni del conflitto come sforzo comune per permettere a quelle immagini di continuare a fare rumore e ancora una volta, per intensificare la forza del messaggio, è stata scelta l’arte come mezzo per farlo.
«L’arte fornisce un punto di accesso prezioso per conversazioni complesse, specialmente quelle in cui siamo inclini a desensibilizzarci attraverso la paura o la tristezza. In mezzo a narrazioni contrastanti, l’arte ci aiuta a riconnetterci alla nostra umanità condivisa, che serve come verità». Hanno commentato così i creativi che si nascondo dietro al progetto e che ci tengono a mantenere l’anonimato. 

Utilizziamo sempre le loro parole per spiegarvi l’iniziativa: «Unmute Gaza è un’azione collettiva guidata da individui creativi profondamente preoccupati per il continuo genocidio e distruzione a Gaza. Il progetto è nato con l’obiettivo di amplificare le voci dei foto-giornalisti a Gaza attraverso la collaborazione con artisti visivi, creando un ponte tra artisti, foto-giornalisti e il pubblico. […] Il progetto è iniziato nei primi giorni del conflitto come risposta creativa al preoccupante silenzio da parte dei governi e dei media sulla situazione a Gaza. L’etica del fotogiornalismo proibisce la modifica delle immagini e garantisce che la realtà catturata sia non filtrata, senza rischio di disinformazione e fake news. Attraverso le loro immagini, abbiamo lavorato con gli artisti per re-immaginare questa realtà incoraggiando il pubblico a stamparle e affiggerle per le strade».  

Gaza
NYC Guggenheim, artwork by Escif based on an image by photojournalists Belal Khaled and Mahmoud Bassam. ©Anonymous

Andando sul sito di Unmute Gaza troverete, quindi, oltre 40 artwork realizzati da altrettanti artisti internazionali, tra cui Shepard Fairey alias OBEY, Gonzalo Borondo, Eron, Levalet, Paola Delfin, che con il loro stile hanno interpretato gli scatti dei foto-reporter attivi a Gaza. Essendo un’azione collettiva, qualsiasi artista è libero di dare il proprio personale apporto a questo progetto, ma non finisce qui. Ogni artwork può essere liberamente scaricato da chiunque, in qualsiasi formato, e stampato. È così che le strade di oltre 175 città si sono riempite di queste immagini, manifesti del non voler smettere di sentire. 

L’artista qui veste i panni di testimone della storia, come ci fa notare Gonzalo Borondo: «nella nostra società gli artisti hanno la possibilità di manifestare i propri pensieri riguardo la contemporaneità e credo che in casi di barbarie umane come quello di Gaza sia importante che manifestino le proprie preoccupazioni a riguardo. […] Progetti come Unmute Gaza sono importanti perché parlano di una realtà che a volte sembra svanita, nella quale gli artisti possono creare dei movimenti sociali che amplificano un’idea, un pensiero. L’arte può davvero avere la funzione di stravolgere le linee classiche della comunicazione».

Si allinea al pensiero dell’artista spagnolo anche quello dell’artista messicana Paola Delfin che ha dichiarato: «come artisti possiamo scegliere non solo di essere testimoni, ma di partecipare in modo attivo con il nostro lavoro perché l’arte può trascendere lingue, differenze culturali e idee, può parlare a tutti». 

Non tutti la pensano allo stesso modo, ad esempio secondo lo street artist francese Levalet «non necessariamente a un artista deve essere assegnato un ruolo nel racconto di ciò che accade nel suo tempo. Socialmente, questo ruolo è piuttosto attribuito ai giornalisti e alla stampa». Ci tiene ad aggiungere, però, che sicuramente «l’arte è in grado di operare su un altro livello e coinvolgere lo spettatore dove meno se lo aspetta. Il potere principale dell’arte è prendere una strada diversa dall’approccio diretto del giornalismo». 

Gaza
Artwork by Levalet based on an image by photojournalist Saher Alghorra

Tutti loro hanno risposto attivamente alla chiamata di Unmute Gaza, partecipando ciascuno con un artwork che come punto di partenza ha una fotografia scattata da un foto-giornalista sul campo. È giusto ricordarlo sempre, come ci ha tenuto a fare Paola Delfin che ha dichiarato: «come abbiamo visto ora più che mai, a volte le voci di giornalisti e foto-giornalisti vengono soffocate dai media che scelgono di raccontare queste storie con molti pregiudizi. Credo che Unmute Gaza agisca come partner di questi giornalisti, che sono i protagonisti principali, attivi sul campo e noi artisti possiamo contribuire a comunicare l’impatto del loro lavoro».

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Photojournalist Wael Al-Dahdouh in Valencia holding a print by Argentinian artist Alaniz based on an image by photojournalist Belal Khaled. Photo ©Biel Aliño

L’unica cosa che non bisogna fare è dare per scontato che per questi artisti sia facile schierarsi e prendere una posizione, soprattutto sui social. Secondo Levalet «affrontare certi temi può essere dannoso per l’artista nella misura in cui sostenere una causa significa alienare coloro che combattono contro questa causa, o semplicemente coloro che non ne vogliono sentire parlare». Troviamo d’accordo anche Gonzalo Borondo che ci ha detto che «sicuramente può essere controproducente nel percorso di un artista far parte di una corrente di pensiero, specialmente oggi, in una società in cui tutti cercano di essere “polite”. Ma se tutti la pensiamo uguale le cose non cambieranno mai».

Dello stesso pensiero è Paola Delfin, secondo la quale: «potrebbe essere considerato controproducente affrontare certi temi solo se l’obiettivo è quello di non toccare mai argomenti “sensibili” e di non scostarsi mai dal pensiero del proprio pubblico. […] È molto più controproducente non seguire la propria verità e non sostenere ciò in cui si crede».

Unmute Gaza ci dimostra ancora una volta che l’arte continua ad essere in grado di trascendere i confini. L’arte ha ancora la forza di un secolo fa, quella forza che non è solo all’interno della Sala 205 del Museo Reina Sofia di Madrid, ma anche sulla sua facciata, dove il manifesto di OBEY per Unmute Gaza è stato appeso in un formato gigantesco, ed è in altre centinaia di città dove milioni di persone combattono la totale apatia scegliendo ogni giorno di sentire il rumore delle immagini e amplificarlo

Gaza
©Greenpeace/MarioGomez

Photo cover © Greenpeace/Mario Gomez

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Scritto da Giulia Guido
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