Vinilica vol. 98 – Dario Jacque

Vinilica vol. 98 – Dario Jacque

Emanuele D'Angelo · 4 mesi fa · Music

Oggi vi portiamo alla scoperta di un artista unico, no non si fa per dire, è davvero così. Vi basterà poco tempo per farvi ammaliare dal sound molto personale di Dario Jacque, classe 1990, guidato dalla passione per jazz, soul ed elettronica e dell’approccio mediterraneo legato alla melodia.

Dario Jacque è l’alter ego del bassista, compositore e producer Dario Giacovelli e il 14 maggio è uscito il suo album d’esordio “Wait, What?!” per Totally Imported. I dieci brani raccontano storie uniche e si fanno portavoce ognuna di un messaggio preciso. Si parte dalla rappresentazione emotiva dell’ansia nei confronti del domani con “Burrone” e “Melancholy Future”, al desiderio di abbattere le logiche e le certezze dell’oggi per andare incontro all’ignoto, come accade in “Quantum Gravity” e “Eteranl Disorder”, fino all’urlo provocatorio di “Vamos Burrito” che vuole farsi portavoce di un messaggio connesso alle disparità sociali e culturali.

“Wait, What?!” è una sintesi dell’evoluzione artistica e del percorso di crescita personale del bassista Dario Giacovelli.

A rendere ancor più speciale il progetto di Dario Jacque sono i feat scelti, capaci di aggiungere un tocco personale all’album, senza però dover scendere a compromessi e senza snaturare ciò che ha creato il giovane artista pugliese.
Da Arya a Emanuele Triglia passando per Marco Apicella e Simone Cesarini, tutti gli ospiti sono riusciti ad impreziosire un album già bello e complesso.

“‘Wait, What?!’ rappresenta una parte di me pura e istintiva, da tempo messa da parte. É la parte più legata alla musica dei ricordi, alla musica della scoperta, all’adolescenza, a quel sentimento che mi ha spinto a fare il musicista tanti anni fa.

Siamo certi che la stavate aspettando. Come ogni Vinilica che si rispetti non può mancare la playlist redatta da Dario Jacque in esclusiva per Collater.al Mag con tutte le sue influenze e i suoi pezzi preferiti o quasi.

“Ciao Collater.al!Quanto è difficile fare una lista di brani a cui sei legato?! Sarà che io sono un po’ matto, sarà che amo cambiare, ma per me ogni momento della giornata ha la sua colonna sonora. Ho scelto ‘solo’ 30 brani che ancora oggi mi regalano emozioni; brani che raccontano storie in cui mi ci sono immerso, in cui ho trovato rifugio nei momenti di bisogno, canzoni che sono ricordi di persone, luoghi, che raccontano il mio percorso, che sono fonte di ispirazione per la mia musica, cibo che alimenta il mio mettermi a servizio per la musica, ogni giorno.” 

Leggi anche: Vinilica vol. 97 – VV

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“La terza estate dell’amore” track by track, intervista a Cosmo

“La terza estate dell’amore” track by track, intervista a Cosmo

Emanuele D'Angelo · 4 mesi fa · Music

Benvenuti ne “La terza estate dell’amore”, un disco libero che sprizza libertà da tutti i pori, come il suo autore Marco Jacopo Bianchi meglio noto come Cosmo.

La terza estate dell’amore è una pernacchia in faccia a chi nega l’essenzialità della festa e dello spirito di comunità. Non ce ne facciamo niente delle città cadavere, luoghi di morte dell’anima e del corpo. Le vogliamo cambiare. Vada a farsi fottere il pil, si fotta la Borsa.

Un disco che si muove, anzi va dritto verso il futuro, accompagnato da suoni psichedelici, ritmi più che movimentati, 12 tracce che non vi faranno mai annoiare. La terza estate dell’amore è il manifesto di qualcosa che ancora non ha un nome. Un corpo pulsante e desiderante che spruzza il suo sudore sull’etica del lavoro.

Per capirci qualcosa in più, o meglio entrare ancor di più nel complesso universo di Cosmo, abbiamo fatto quattro chiacchiere per farci spiegare ogni traccia, dalla prima alla dodicesima, nessuna esclusa.

Tra confessioni, svolte nelle produzioni, Cosmo ci ha più o meno sintetizzato il processo di realizzazione che lo ha portato a pubblicare il suo nuovo album. La terza estate dell’amore è un’invocazione, più che una realtà. È una possibilità, ma anche una necessità.

Ma prima, se non l’hai ancora fatto, ascoltalo, non te ne pentirai.

Partiamo dal titolo “La terza estate dell’amore”. Un album che è un manifesto, una rappresentazione della nostra epoca, una restituzione del tempo perso, un’invocazione. È un album, come tu stesso hai scritto, che va verso il futuro, ma dove vuole arrivare? Cosa si impone di fare?

Il disco è solo un disco, una cosa che tu ascolti e che entra a far parte della tua vita. Per me è stata un’opera che ho concepito, concluso e che mando in giro. Poi su dove vuole arrivare, sai, quando la lasci andare una cosa se ne va, non penso di avere grande controllo ne di poter avere chissà che ambizione. La speranza è che passi il messaggio musicale che ho messo dentro, che è quello di una musica libera. Ogni volta che facevo le cose, ogni volta che sentivo che spezzavo una regola o che non stavo costringendo la canzone a seguire uno schema, era in quei momenti che stavo bene. È una cosa che mi piacerebbe passasse. Che passasse  sia nel corpo delle persone che ascoltano ma anche nella testa. Se devo trovare un’ambizione forse è quella che questo disco sia una bella ventata di libertà e che ispiri altra libertà, ecco. Ma anche che altre persone possano iniziare a fare questo tuffo nel vuoto.

Mi permetto di fare un paragone, giusto per iniziare al meglio il nostro track by track. Possiamo considerare “DUM DUM” una sorta di intro come “Bentornato” in Cosmotronic? Un’intro che ci fa capire in che tipo di mondo ci stai per far entrare.

Sì, ha proprio la funzione di introduzione però, rispetto a “Bentornato”, è un po’ più pesante. Penso sia il pezzo più scuro e sperimentale che ho fatto finora, anche come struttura, non ha minimamente un ritornello, non esplode, ha questo finale quasi creepy, strano, dissonante. Voleva essere un inizio in cui viene introdotta subito una conflittualità, una tensione. “DUM DUM” è questo, non è risolto, inizia in un modo strano, parte la cassa e tutto rallenta, il testo è semplice, “ficcante” e poi il finale si sfibra e ti lascia un po’ così. “Bentornato” era un pezzo più introduttivo, era più un flusso di coscienza.

Antipop l’abbiamo pensato un po’ come un manifesto. In una scena dove tutti sono alla ricerca della hit, del primo posto in classifica, possiamo dire che tu ti sei sempre trovato al polo opposto?

Sì, questa volta forse in modo più esplicito. Poi non è sempre stato così, ad esempio “L’ultima festa” era un pezzo nato facendo festa con gli amici, cazzeggiando a casa mia, poi è venuta fuori quella roba lì ed è esplosa una bomba che ha preso trasversalmente la popolazione. Però quello che volevo dire è che fare hit non è lo scopo, almeno non il mio e non dovrebbe esserlo neanche della musica. La musica non è un numerino. Se vogliamo provare a quantificare il successo, la musica vuol dire durare nel tempo, nell’immaginario collettivo, e non per forza una hit che sfonda tutto. Quello che succede attualmente quando tutti vogliono fare i numeri e millantare i dischi di platino è solo bruciarti in fretta. Alla fine bisogna vedere cosa rimane, quante di quelle canzoni rimangono. Io preferisco fare canzoni che mi rimangano attaccate addosso, il fatto di fare la hit ti schiavizza a livello musicale, perché devi cercare di capire cosa piacerà al pubblico, ma è sbagliato fare musica pensando a questo. Io al massimo mi chiedo: “la capiranno?”. Quello che cerco di fare io è di farmi capire, di portare la gente nel mio mondo musicale.

Se ripensiamo a questi mesi, la musica è stata davvero illegale, hai provato con la tua voce anche a cambiare alcune cose, facendoti promotore di importanti discorsi. Ci spieghi com’è nata questa pazza traccia dai suoni psichedelici, che sembra riassumere un po’ quest’ultimo periodo?

È un inno alle feste, a prescindere che siano legali o meno diciamo. È un dato di fatto che la musica sia diventata illegale, nel senso che è diventata un problema con la pandemia. E quindi io mi sono messo ad inneggiare l’esatto opposto. L’idea era quella di far venire voglia alla gente di organizzare o partecipare a una festicciola illegale. 

Quando utilizziamo il termine “Fresco”, non lo si fa mai per caso. È una sorta di complimento assoluto. Per noi tu lo sei, forse anche troppo, per cui ci piacerebbe conoscere il segreto della freschezza di Cosmo.

[Ride] Non lo so, giuro. In realtà “Fresca” è dedicata a mia moglie. “Sei fresca” è lei, è una canzone d’amore dove non sapevo che complimento fare. Cercavo proprio di fare un pezzo che fosse fresco dal punto di vista della produzione, che avesse delle sorprese, delle novità. Ho trovato questa parola e ho pensato fosse perfetta, anche perché ogni tanto gliela dico. Personalmente cerco di tenermi fresco, ad esempio senza dirmi che a 39 anni dovrei fare l’adulto, è una cosa che fa invecchiare.
La freschezza la hanno anche i bambini, è comportarsi e pensare come un bambino, e godersi sempre tutto. È quello che cerco di fare, sono sempre dietro a organizzare momenti di convivialità, feste in famiglia, è una cosa che mi piace, che facevano anche i miei quando ero piccolo.
Forse, poi, per rimanere freschi bisogna giocare, giocare tanto e fare gli scemi, qualcosa che ci è mancato in questo periodo.

Mango invece è un pezzo super carico ma da cui traspare grande leggerezza, come un gelato in pieno agosto. Come mai Mango? Qual era l’idea di partenza del pezzo?

Allora io avevo abbozzato questa produzione con la cassa che invece di andare dritta faceva “bum bum bum”. La vera svolta però è arrivata quando mia cognata mi ha mandato un video di mio figlio Carlo che si era fatto da solo con un filtro cantando “bando dichidi bando”, esattamente con quella vocina che si sente nel ritornello. L’ho sentita e ho pensato “wow!”. Sapevo perfettamente dove inserirla. Forse lui lì stava cercando senza saperlo di imitare Anna nella canzone “Bando”.
Tutto il pezzo è dedicato a mio figlio, ci ho messo la sua leggerezza, la sua energia pazza. Senza volerlo è venuta fuori questa roba qua, giocosa, leggera, esplosiva come lui. Quello che sentite nel pezzo è Carlo Adriano Bianchi.

In Francia c’è un proverbio molto usato che dice così: “Bisogna rimettere la cattedrale al centro del villaggio”. “Cattedrale” è il 6 pezzo dell’album su 12, una coincidenza che potevamo lasciarci sfuggire. Chiaramente il proverbio ha un significato intrinseco molto grande, cioè che dopo un periodo di smarrimento poi ogni cosa tornerà al proprio posto.
Dopo 3 anni di silenzio assoluto, possiamo dire che con quest’album hai rimesso tutto al suo posto?

Sì, diciamo che in questo disco mi sento di aver fatto una bella sintesi tra il mio percorso musicale che si è trovato ad un certo punto nel pop mainstream e il mio passato underground. Dal mio punto di vista questo disco mi sembra quello più centrato su di me, a cui sono arrivato con un lavoro lungo. Poi, magari tra due anni ti dirò no quel disco no, ma adesso sento che è così.
Comunque “Cattedrale” in realtà è finita lì in mezzo, per caso. Il pezzo parla di sesso e quindi farmacia e cattedrale erano due elementi, due metafore che rappresentavano dolore e piacere, due componenti che non riesco mai a scindere. Non sono un sadico eh, mi piaceva fare un pezzo sul sesso con questi termini qui, in cui c’è un gioco, in cui si entra. Appunto, dietro la farmacia trovi la cattedrale, no? 

Arriviamo adesso a “Puccy bom”. Da dove arriva questo strano titolo? E cosa vuole dirci il singolo per intero, visto in alcune parti dici: “come finirà manco Dio lo sa”.

Puccy Bom è un termine venuto fuori a caso, improvvisando, non ha un significato particolare, ma ho deciso di tenerlo perché funzionava. Mi ricordava un po’ quando chiami il gatto “Pucci Pucci”. Il pezzo poi è abbastanza politico, parla dell’organizzazione sociale, della crisi in cui si trova e delle condizioni in cui ci siamo trovati, una sorta di gabbia. “Come finirà manco Dio lo sa” è un riferimento un po’ a Fisher, a “Realismo Capitalista” e la classica frase è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Invece io ribadisco che manco Dio sa cosa accadrà in futuro, infatti il pezzo si conclude con me che bisbiglio: “ma il capitalismo bla bla bla”.
Bisogna sgombrare il futuro da qualsiasi tipo di narrazione pessimistica e aprirla alle possibilità positive. Questo significa che possiamo prenderci in mano la vita adesso e la pandemia l’ha dimostrato. Adesso si parla di modernizzare questo Paese, c’è la volontà politica di affrontare alcune cose, la sostenibilità e via dicendo. Bisogna poi vedere, bisognerà vigilare, però la bella narrazione che ci estingueremo, che va tutto male, che è tutto uno schifo si è presa una pausa.

Come l’ottava traccia andiamo per un attimo “Fuori” dal tuo album. Nelle tue storie, abbiamo visto Pan Dan, artista che ci ha colpito, adesso l’unico feat del disco è con Silvia Kostance. Cosa ci dici di loro?

Non lo sa nessuno, ma Silvia è una cantante di una band italo-spagnola che si chiama Dame Area, un gruppo fighissimo, che consiglio. Sono di Barcellona, vengono fuori dalla scena industrial, sperimentale. Mi ha subito colpito la sua voce, la sua intonazione, questa stonatura, questo modo di cantare molto viscerale, sentito.

Gundala invece è un pezzo per lasciarsi andare, per perdercisi dentro.

“Gundala” è il modo in cui mio figlio Pietro pronunciava la parola musica da piccolo. Lui diceva proprio “Gundala Gundala”. Questa parola l’avevo annotata sapendo che prima o poi l’avrei utilizzata. Questo pezzo si divide un due scene, due parti separate. La prima l’ho scritta in studio durante il primo lockdown. Praticamente, uscito di casa, stavo per attraversare e ho visto mio figlio salutarmi da dietro la finestra e mi è salito un magone tremendo a vederlo chiuso in casa, allora ho scritto questa cosa, quasi una dichiarazione d’amore per lui. Poi il pezzo cambia e la seconda scena è scritta dopo una vacanza in Trentino fatta in bicicletta. Io guardavo mio figlio pedalare di fronte a me, vedevo solo la sua nuca e mi emozionavo, mi viene da piangere anche adesso. Rivederlo che pedalava libero, mi ha molto emozionato.
Quindi la canzone si chiude così in modo indefinito, lo dice anche il testo se siete stati attenti.

L’undicesima traccia si intitola “Io ballo”. Per riprendere quello che dici nel testo: “è un ballo sulla carcassa di una società incapace di godere e di organizzarsi per essere felice”. Cosa possiamo fare per essere felici e ripartire?

La risposta è banale, ballando (ride ndr). Culturalmente quel pezzo è un riferimento al libro di un mio amico sociologo Enrico Petrilli, “Notti tossiche”, una raccolta di studi su pratiche artistiche che possono dimostrare che il ballo, il clubbing, sia una forma di micropolitica, una forma di resistenza alla soggettività in cui il corpo è il campo di battaglia. Il clubbing e certi rituali connessi possono essere uno degli antidoti di resistenza fisica diciamo a questo tipo di soggettivizzazione. Un soggetto che si scopre in qualche modo più fluido, come muove il proprio corpo, quindi nel ballo c’è una carica eversiva da non sottovalutare, è quasi pericoloso. Con il ballo metti in campo, evochi delle forze di sovreccitamento che sono difficili da contenere, fanno paura. La massa di persone sovreccitata fa paura, è un problema. E invece noi dobbiamo proprio spingerci verso quella cosa.

Arriviamo adesso a Vele al vento. È un pezzo così libero che non ci siamo sentiti di ingabbiarlo in una sola domanda, per cui ti lasciamo campo libero, introducilo tu stesso.

Vele al vento è proprio questo, dopo la conflittualità iniziale, verso la fine del disco si arriva a una sorta di pace con sé stessi e con gli alti. In Vele al vento il pensiero principale era di aprire il futuro. Ad un certo punto mi chiedo nel pezzo: “cosa facevamo 200mila anni fa?”, perché se ci pensi l’uomo esiste da tanto tempo. È un modo per chiedersi: cosa siamo davvero noi? Cosa saremo? Nella traccia volevo lasciare questa sorta di viaggio aperto, di sgombrare di nuovo il campo del futuro. Poi mi piaceva la metafora della barca perché a volte mi sento in viaggio in mare con qualcuno che capisce cosa sto provando, qualche incosciente come me che dice: “boh molliamo gli ormeggi e andiamo”. Quindi è un pezzo così, proiettato in avanti.

Purtroppo tutto ha una fine, e noi siamo arrivati alla 12 traccia, “Noi”, che chiude la terza estate dell’amore. Come mai hai deciso, dopo un bel po’ di cassa storta, di chiudere così pacificamente l’album?

Perché “Noi” è la risoluzione del conflitto, cioè nel disco sottolineo diversi punti di conflitto, critico parecchio la società, cerco di levare delle contraddizioni. Invece in “Noi” arriva l’empatia. La base da cui partire è sentirsi parte di un tutto e identificarsi con l’altro, tutto il contrario di ciò che spinge questa società. Quindi è un pezzo in cui c’è un’identificazione con tutta la natura e tutto quello che esiste. Perché alla fine il nostro corpo si dissolverà, lo fa quotidianamente anzi, perdiamo pelle, capelli o escrementi. Il nostro corpo è soltanto attraversato da un flusso di energia e di scambi con la materia che a un certo punto sarà definitivo, come lo era dall’inizio, come lo era prima di noi. Quindi, in qualche modo bisogna cominciare a sentirsi parte del tutto, la soluzione a questa crisi forse è proprio questa: cambiare rotta e passare dal conflitto a un’idea di società basata sull’empatia, perché siamo esseri empatici, e su questo non c’è un cazzo da fare.

“La terza estate dell’amore” track by track, intervista a Cosmo
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“La terza estate dell’amore” track by track, intervista a Cosmo
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Dal lunedì alla domenica in una notte, intervista a BLUEM

Dal lunedì alla domenica in una notte, intervista a BLUEM

Emanuele D'Angelo · 4 mesi fa · Music

Un sound arcaico e lunare, scarno ma potente ed evocativo. Un universo creativo immerso in un’oscurità avvolgente, con lo sguardo volto alla Sardegna, quella più ancestrale e pura. Oggi siamo qui per parlarvi di NOTTE, il primo album in italiano di BLUEM, al secolo Chiara Floris, cantautrice e produttrice sarda con base a Londra.

“NOTTE” è un album magico che si muove in un arco temporale ben preciso, dal lunedì alla domenica, ma è anche un tributo alla notte, un momento mistico e prolifico in cui BLUEM si trova completamente a suo agio.

Un album pieno di seconde voci, testi personali capaci di raccontare sentimenti profondi e dolorosi, beat morbidi e intrecci di percussioni, produzioni tanto minimali quanto intense, voci registrate che si intrecciano alle parti melodiche amplificandone l’energia.

BLUEM

Noi abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei per approfondire ancor di più i suoi nuovi sette brani dal sound unico che affiancano e accompagnano parole intense e a tratti laceranti, che ripercorrono rapporti tossici e relazioni deterioriate.

Ciao Chiara! Giusto per conoscerti meglio, da dove arriva il tuo nome d’arte?

In realtà è un nome che ho scelto tantissimi anni fa, legato a un vecchio progetto di quando ancora cantavo in inglese e non l’ho mai cambiato. Viene da “Blue Moon”, la canzone cantata Billie Holiday di cui sono ossessionata, ho studiato jazz, amo questo genere e viene da quello.
Volevo chiamarmi proprio “Blue Moon” ma era già stato preso, anche se poi si è scoperto che già c’è qualcuno che si chiama Bluem, un casino insomma
.

“Notte” è un progetto ben strutturato, con una logica ben precisa e capace di attirare fin da subito le attenzioni su di sé. Un album che va dal “lunedì” alla “domenica”, una settimana di musica che poi è racchiusa in una notte. Ci spieghi un po’ come l’hai pensato? 

Sì, in realtà la risposta penso sia più banale di quella che vorrebbe sentire la gente, perché io quest’album l’ho scritto in una settimana, scrivendo un pezzo al giorno, per cui di fatto è nato così. A ogni titolo corrisponde un giorno della settimana, dovevano essere provvisori ma poi ho deciso di lasciare tutto così. Era un periodo un po’ complesso per cui ho preso una settimana di ferie dal lavoro e mi sono messa in testa che ogni giorno di quella settimana avrei fatto un brano. Poi si chiama “Notte” perché generalmente scrivo di notte, mi mette più tranquillità.

Un album che si intreccia e si fonde con la Sardegna, regione in cui sei nata e a cui sei molto legata. E si vede anche dalla cover che hai scelto, ci racconti di questo legame?

Musicalmente non avevo pensato di fare qualcosa legato alla mia isola, infatti se ci sono delle influenze sono cose che sono arrivate inconsciamente, non avevo quell’intenzione. Però era un periodo in cui ero molto nostalgica, e visto che il disco era in italiano e per me la Sardegna è tutto, ho deciso di inserire queste cartoline di signore sarde, che tutt’ora ho in camera, realizzate da un’amica di mia madre come cover di ogni pezzo. Mentre facevo il disco mi capitava di vederle, di osservarle per un po’ e da lì ho iniziato a pensare di costruire un immaginario incentrato sulla Sardegna, dedicato un po’ anche alla memoria delle mie nonne. Per cui le ho prima disegnate e poi ho fatto il lavoro di produzione, ricerca di costumi e le abbiamo scattate nuovamente.

BLUEM

Dai andiamo avanti e proviamo a metterti in difficoltà. Un/a artista che ti ha particolarmente ispirato o con cui fare un feat?

Ah be, aspetta, forse la gente con cui vorrei collaborare è irraggiungibile (ride). Allora è un po’ difficile, ti dico un’altra ossessione che è Frank Ocean, quindi lo cito sempre. Per me è stato fondamentale, il modo in cui scrive, in cui canta, in cui imposta le canzoni, il parlato, insomma è unico. Però collaborarci adesso, non penso, difficilino, mettiamola così. Chissà se succederà nella vita. In Italia uno di quelli che mi piace di più è Cosmo, l’ho ascolto tanto.

Adesso che è arrivato “Notte”, quali saranno i prossimi passi di BLUEM?

Guarda vorrei saperti rispondere, in realtà non lo so nemmeno io. Sicuramente continuerò qui la mia vita a Londra. Poi spero in futuro che i progetti italiani comincino ad essere ascoltati anche in Inghilterra, non dico il mio eh, in generale penso. Però mi piacerebbe avere questo tipo di apertura, poter collaborare con tutti, artisti nazionali e internazionali e fare un percorso aperto. Non mi voglio porre dei paletti per ora. Poi Londra è stata fondamentale nella mia crescita artistica, la prima canzone della mia vita l’ho scritta qui.

Chiudiamo così, un po’ simpaticamente, ma non possiamo non chiedertelo visto l’album. Giorno della settimana preferito?

Così a caso? Guarda penso sia proprio venerdì, inizia il weekend.

Allora dai non posso non chiederti il tuo ricordo legato alla traccia “Venerdì”.

Mi metti in difficoltà, perché è quella in cui c’è mia nonna che parla. A me infatti ha fatto un po’ piangere, tremenda un po’… forse meglio cambiare giorno (ride), forse meglio mercoledì, poi sono fissata con i giorni dispari.

Photo credits: Jasmine Färling

Dal lunedì alla domenica in una notte, intervista a BLUEM
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La nostra intervista a Noyz Narcos per la campagna “Remember Your Origins” di Havana Club

La nostra intervista a Noyz Narcos per la campagna “Remember Your Origins” di Havana Club

Emanuele D'Angelo · 4 mesi fa · Music

Havana Club, che da sempre crede nella forza della musica e nella connessione che genera tra le persone, anche in un momento storico tanto difficile per il mondo dell’entertainment, sceglie ancora una volta il linguaggio musicale per il lancio della sua nuova campagna “Remember Your Origins”.

Un claim semplice e chiaro, che valorizza e celebra il patrimonio artistico e artigianale della scena street per ispirare con nuovi contenuti il pubblico e la propria community. 

La campagna prende vita attraverso la collaborazione con tre nomi di punta della scena rap italiana: Noyz Narcos, Ketama126 e Speranza. I tre artisti, anzi i tre amici, si sono ritrovati sulle barre di “Guardami Adesso”. Una street hit nel loro stile, crudo e originale caratterizzata da un beat influenzato dalla drill newyorkese.

“Guardami Adesso” è una canzone forte, dove Noyz e Speranza vanno all’attacco sulle strofe mentre Ketama irrompe con un ritornello corrosivo e indimenticabile. Un singolo che sa di rivalsa per i tre artisti partiti dal nulla ma arrivati in alto solo con la forza della loro musica.

Per l’occasione abbiamo fatto quattro chiacchiere con Noyz Narcos, per scopre qualcosa in più su “Guardami Adesso” e conoscere i suoi prossimi passi.

Siamo abituati a sentirti su sonorità diverse, che definirei più old school. “Guardami Adesso” invece è un pezzo drill, bello tosto, come ti sei ritrovato a livello di barre e tempi con questo genere?

In realtà è un genere che seguo, mi piace molto, appena è esploso mi ha subito colpito. Comunque sia nonostante sia un genere molto diverso dal mio, è un genere mega hardcore che volendo potrebbe essere la versione moderna di quello che abbiamo sempre fatto noi su altre sonorità. Però in generale questo tipo di approccio, come dire un po’ violento, un po’ di strada per noi è congeniale, perfetto. Volevo fare un pezzo drill da parecchio tempo e infatti questa base di Sine era perfetta per farlo, poi Ketama e Speranza si trovano molto bene su questa roba qui.
Una formula perfetta, penso era già scritto che dovevamo spaccarla noi questa base
, l’abbiamo scritta proprio in due ore quasi.

Visto che comunque siete amici non ti chiedo com’è stato collaborare con loro. Provo a metterti in difficoltà con un’altra domanda, cosa ti piace di più di Ketama e Speranza?

Di Ketama mi piace il fatto che ha una capacità di risolvere con semplicità cose per cui io ci metterei molto più tempo. Nel rap bisogna essere diretti, Ketama ha questa peculiarità, riesce ad utilizzare un linguaggio semplice e al tempo stesso arrivare a tutti. Poi è anche molto skillato nelle melodie, lui si mette lì con il suo foglietto di carta, scrive solo lì Ketama, e ha una capacità incredibile anche di trovare queste ritmiche, queste melodie e anche i ritornelli, lui è proprio forte e lo so perché abbiamo lavorato molto insieme a parte oggi. Speranza invece, pur essendo di un’altra regione, pur avendo uno stile differente dal mio, è comunque molto simile. È un assassino sulle strofe, ha una carica della madonna e riesce sempre a metterla dentro nella sua musica. Infatti lui è stata la ciliegina sulla torta per questo singolo, ci serviva un carroarmato come lui.

Ritornando di nuovo sul singolo, qual è la tua strofa preferita di “Guardami adesso”?

Tutto il pezzo, dal ritornello alla strofa. Si è creata un’alchimia perfetta, l’abbiamo registrata ed era già perfetta così nella sequenza, nei tempi, negli scambi, in tutto insomma. È uno di quei pezzi che riascoltandolo pensi è pefetto così, non serve metterci mano ancora.

Chiudiamo la nostra intervista, chiedendoti, quali saranno le prossime tappe di Noyz Narcos? Dopo averti sentito in un pezzo drill possiamo aspettarci altre sorprese?

Non so, a livello di produzioni musicali sono uscito un attimo dalla mia zona di comfort. Per quanto riguarda il rap, pur volendo sperimentare, non voglio fare cose per fare il fenomeno. Io sono apprezzato per quello che faccio, preferisco andare su quella linea lì. Non che non mi piaccia sperimentare, ma non è il mio campo da gioco, la drill è un altro tipo di musica, a me piace più altro. Alla fine secondo me bisogna non forzare la mano e fare ciò che si sa fare e finchè ti diverti e ti piace lo fai. Non farò un altro genere solo per piacere ai fan, non m’interessa più che altro.

La nostra intervista a Noyz Narcos per la campagna “Remember Your Origins” di Havana Club
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Joan Thiele e Ginevra Nervi in live al Castello Sforzesco per Somewhere

Joan Thiele e Ginevra Nervi in live al Castello Sforzesco per Somewhere

Giulia Guido · 3 mesi fa · Music

Dopo mesi di concerti cancellati e live streaming, finalmente possiamo tornare ad ascoltare la musica dal vivo e grazie a Somewhere possiamo farlo in luoghi spettacolari. È dal 2016, infatti, che Somewhere porta la musica elettronica e i linguaggi digitali all’interno di location storiche nel nostro Paese.
Quest’anno il primo evento della rassegna si terrà in uno dei luoghi più suggestivi di Milano e simbolo della città, il Castello Sforzesco. Protagoniste della live due artiste d’eccezione che negli ultimi anni hanno fatto della ricerca musicale la loro principale cifra stilistica, Joan Thiele e Ginevra Nervi

Cantautrice e producer di origini italiane e svizzero-colombiane, Joan Thiele presenta uno stile che mixa pop, atmosfere urban contemporanee e sonorità vintage che si adatta a pezzi che raccontano lo scorrere del Tempo e i suoi effetti. Il suo sound e la sua originalità l’hanno portata a lavorare e a essere prodotta da nomi del calibro di Mace, Venerus e Ceri. Per lei quella milanese sarà una delle date del suo tour che la vedrà dal 20 giugno al 29 luglio in sei città italiane. 

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La musica di Joan Thiele si fonderà con quella di Ginevra Nervi, nuovo volto della musica elettronica italiana. A soli 27 anni, Ginevra ha riscosso un grande successo di pubblico e di critica, lavorando non solo alla sua produzione musicale personale, ma anche a due opere cinematografiche curandone la colonna sonora originale e la canzone originale. Con quest’ultima, ovvero “Miles Away” per il film “Non Odiare” è stata anche candidata ai David di Donatello. 

Se quello di cui avete bisogno è della buona musica in un luogo speciale questo è l’evento che fa per voi. L’appuntamento è per il 26 giugno al Castello Sforzesco di Milano e i biglietti sono già acquistabili QUI

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Joan Thiele e Ginevra Nervi in live al Castello Sforzesco per Somewhere
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Joan Thiele e Ginevra Nervi in live al Castello Sforzesco per Somewhere
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