Vi porto indietro nel tempo. Sei, sette, otto anni, credo che sia stata questa l’età. In quel periodo ero una bambina molto lontana dall’essere un prodigio e passavo più della metà del tempo a fantasticare. Mi bastava chiudere le palpebre e taac, eccomi nella mia piccola grande creazione, dove nessuno, ma proprio nessuno, poteva vietarmi di vagare indisturbata chiedendo e accettando caramelle da chiunque.
Venivo presa in giro da qualsiasi compagno/a che io ricordi, passando dai commenti più benevoli “Hey, Alice nel paese delle meraviglie!” a quelli più cruel “A rincoglionita!”
Negli ultimi anni prima dell’esordio tecnologico e pre-social network, quando il mio primo monitor era quasi grande quanto l’intera scrivania, i videogame risiedevano spesso nella mia piccola testa. E così, lasciando perdere Tomb Raider II e The Sims, per addormentarmi capitava mi addentrassi in una gioco mentale fatto di immagini, suoni, labirinti e scale…appunto.
Vi chiederete se io sia, o sia stata, in preda ad un delirio o se abbia sbagliato a copiare e incollare il titolo qui sopra, la realtà è che il buon Escher non può che ricordarmi la mia prima, più pura fantasia. Non ricordo cosa devo aver pensato, anni dopo, alla vista delle sue opere, in primis le sue scale mindfuck (Relativity,1953), forse un qualcosa come “Eureka!” o un più sincero “Porca puttana, ha rubato la mia Narnia”.
Lungi da me credere che il mio piccolo paradiso potesse essere anche solo paragonabile alla bellezza di queste. Magari, fossi stata abile in pittura avrei pure guadagnato qualche euro al mercatino, ma ne dubito fortemente. Torniamo al punto: io devo convincervi ad andare, alla mostra di Escher.
E non vi ho ancora detto il perché o, forse, non l’ho spiegato con grande esaustività, perdendomi anch’io per le scale.
Il fatto è che, e sarò onesta, non credo che un artista come lui meriti sempre e solo la solita descrizione wikipediana. Oltre ai dettagli biografici, tecnici del caso (e potremmo leggerne per giorni da soggetti molto più autorevoli della sottoscritta) la cosa che mi preme dirvi è che per me Escher è qualcosa da Sentire a livello mentale. In lui c’è quello che in un recente libro ho visto descritto come “Servitore segreto”, quello che ha fatto il successo del caro Sigmund, in breve, colui che viene tirato in ballo quando “facciamo qualcosa ancor prima di pensarla”: sì, ci siete, l’inconscio.
Ed Escher lo rappresenta, lo fa trasudare alla perfezione, attraverso le sue scale in prospettiva e in loop continuo, i suoi ambienti replicati e riflessi all’infinito all’interno di un circuito in pieno subbuglio, agli antipodi del mondo irenico, agli antipodi della calma piatta. E se anche voi avete provato in passato, o nel presente,ad addentrarvi nei vostri spazi più reconditi, quello che vedrete non sarà altro che la rappresentazione della vostra/nostra più latente, ingrata, svincolata Fantasia. Sotterranea, perché distante dalla superficie chiamata ragione, anche se incredibilmente legata al mondo della fisica, della matematica, fulcro primo della logica, in un paradosso che mi è ancora difficile da comprendere. Lui stesso si dichiarava più vicino ai matematici rispetto ai colleghi artisti.
Infatti, se da un lato si presenta quasi caotico, dall’altro risulta essere ordinato in modo ossessivo, nella sua perfetta ricerca della simmetria, in una formula quasi magica. Sarà forse questa quella che chiamano Entropia? Ebbene, e poi chiudo, ciò che trovo meraviglioso di questo artista è la sua ridefinizione di Spazio, inteso dunque come universo, sì, ma interno.
Inteso come moto di creazione autoreferenziale e assieme distorsione, come le sue mani intente a disegnarsi (Drawing Hands 1948) ed il suo volto scomposto o artefice del suo stesso riflesso (Hand with Reflecting Sphere, 1935). Nei sui specchi ci si bilancia tra bidimensionalità e la tridimensionalità, ci si perde negli oggetti e nei volti che acquisiscono una nuova profondità. Si gioca con le illusioni, facendo compenetrare più piani di esistenza. Si gioca e si rigioca…
Che voglia di tornare bambina, caro Escher. Questi sono solo alcuni dei motivi per i quali io andrò, e spero anche voi, a vedere il suo labirinto. Nel quale potrò facilmente entrare, dal quale potrò difficilmente uscirne.
“Siete proprio sicuri che il pavimento non possa anche essere il soffitto?”
M.C.Escher

Treviso, Complesso di S. Caterina
31 ottobre 2015 – 3 aprile 2016
www.mostraescher.it
