Francesco Faraci torna con un progetto fotografico che è molto più di un racconto visivo. Palermo Madre è una dichiarazione d’amore, uno squarcio nella pelle viva del Sud, un viaggio nell’anima più profonda e scomoda di una città che accoglie e respinge, che nutre e ferisce. Un luogo che è madre nel senso più ampio del termine: santa e puttana, fragile e indomita.

Faraci dedica questo lavoro “agli ultimi”, quelli che la società spesso emargina e stigmatizza, ma che nelle sue immagini diventano testimoni di un’umanità potente, pulsante, vera. Il suo è uno sguardo laterale, ispirato dalla figura di Danilo Dolci, intellettuale e attivista che ha scelto di vivere tra la gente, sporcandosi le mani e l’anima. Così come Pasolini, Levi, o Don Tonino Bello, citati come fari in questo cammino tra le contraddizioni e le verità di Palermo.



La città, raccontata “dal basso”, diventa un laboratorio di esistenza, dove ogni volto è una storia, ogni bambino una possibilità, ogni ombra una luce da coltivare. Non c’è estetica compiaciuta, non c’è ricerca della bellezza fine a sé stessa. C’è il tentativo di restituire complessità, di dar voce a chi non ce l’ha. Per Faraci fotografare non è mai un gesto innocente, ma un atto politico, una scelta radicale di vicinanza, di esposizione, di amore.



Palermo Madre è anche una riflessione personale. Una lettera intima al Sud, a una figlia mai nata, a un amico scomparso, a tutte le rinascite dopo ogni frantumazione. È la consapevolezza che “la paternità è molto più di un fatto filiale” e che amare, in fondo, è il solo modo di sopravvivere con dignità.



In un tempo in cui tutto tende all’omologazione, Faraci ci ricorda il valore dell’inattualità, dell’ascolto, dello stare “dove non accade nulla, ma solo in apparenza”. Le sue fotografie non cercano consenso, ma interrogano. Sono ferite aperte che parlano a chi ha il coraggio di guardare davvero.



