The things that suspend and cling to the void: cadere in equilibrio

Ho conosciuto l’artista visuale e fotografa Natalie Ayoub circa due anni fa. Una notte mi ha invitata a casa sua e abbiamo guardato tre dei suoi video uno dopo l’altro, proiettati su una grande parete bianca, in compagnia di Oscar — il suo gatto — ed alcuni amici. Le proiezioni erano i tre volumi del saggio visivo The things that suspend and cling to the void, iniziato nel 2022 e ancora in divenire.

Da quella sera in poi, il nostro rapporto è diventato sempre più stretto, ma c’è ancora qualcosa che mi sfugge di lei — e quindi delle sue opere, che considero una delle possibili estensioni cerebrali del suo io. A forza di sobrietà, Natalie decortica il mondo delle sue sovrastrutture, lavora in n-1, conduce un esperimento chirurgico lento scavando fino alle domande viscerali e primitive. Il caos è errore o struttura? Dove si traccia la linea tra realtà e simulazione? Che cos’è il vuoto?

Nell’espansione testuale dell’opera, Natalie scrive «The world is composed of contrasting binaries, such as black/white, good/evil, yes/no», ma ciò che le interessa, alla fine, non è la guerra tra poli opposti, bensì il gradiente che si interpone tra loro, la terra di nessuno. Lo spazio intermedio produce la condizione necessaria del suo lavoro: d’altronde, come dicono Deleuze e Guattari «Non abbiamo unità di misura, solo molteplicità o varietà di misura».

Date queste premesse, anche la percezione perde ogni punto di ancoraggio. Dove si colloca lo spettatore (املـــــــــراقـــــــــب) in questo enorme sistema muta-forma? Nel testo dell’artista questo stato è descritto attraverso la figura dell’osservatore scomodo, intrappolato tra “no-thing-ness” (“شـــيء اال”) “every-thing-ness” (“شـــيء الـــكل”) e “some-thing-ness” (“الـــشيء الـــبعض”), un piano instabile in cui ogni tentativo di accesso all’assoluto fallisce per eccesso di complessità.

L’osservatore non raggiunge mai il fuori, ma continua a muoversi dentro un sistema che si auto- rigenera, in uno stato di “permadeath” — per gli appassionati di gaming — senza recuperi o checkpoint. Dentro questo ambiente, la distinzione tra realtà e simulazione si assottiglia progressivamente, scivolando nella conclusione che ciò che è virtuale non è per forza meno reale, ma semplicemente governato da altre regole di esistenza. Nel testo, «a small change in initial conditions would create a drastic ripple of change for future events», una forma di ecologia del caos in cui ogni minima variazione può produrre conseguenze più ampie e imprevedibili.

Ad oggi questi tre volumi sembrano non avere un finale: ogni collasso è immediatamente reintegrato nel ciclo dell’eterno ritorno, in un processo stagnante ed estraniante di movimento senza spostamento. È forse per questo che, nel tempo, le opere di Natalie continuano a sfuggirmi. Non per la colpa di essere opache, ma perché rifiutano qualsiasi forma di fissazione, non permettono mai una lettura definitiva, sono affascinanti ed ostili. The things that suspend and cling to the void mette a sedere lo spettatore su uno sgabello con un piede solo per un’ora e dieci minuti. Sta a lui trovare l’equilibrio mentre tutto continua a cadere.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga aka @super8otto e scritto da Giordana Sterlino.

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