La mostra 999. Domande sull’abitare, curata da Stefano Mirti negli spazi della Triennale di Milano, si interroga sul concetto di casa e di abitare, in particolar modo in relazione alle trasformazioni tecnologiche, digitali ed energetiche sempre più attuali. Le domande sono molte e probabilmente non sono nemmeno tutte, le risposte, proposte anche attraverso installazioni interattive, tendono ad offrire nuovi punti di vista su ciò che noi definiamo semplicemente “casa”. Abitare significa fare esperienza di uno spazio, diverso e personalizzabile, non solo fisico ma anche digitale. Per queste ragioni anche la mostra in sé diventa esperienza fisica per l’utente, in quanto : “se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.
Per i più curiosi è stata aperta anche una pagina Facebook ed Instagram omonima al titolo dell’esposizione; qui il link ufficiale della mostra qui di seguito, invece, la nostra intervista al curatore Stefano Mirti.
L’allestimento è stato pensato come una casa di cui tutti possano farne esperienza, un grande laboratorio. In che modo è stato concepito?
Siamo partiti dalla necessità di avere un contenitore modulare flessibile. Un meccanismo tipo Lego, tio Meccano, che fosse allo stesso tempo molto versatile e anche d’effetto.
In Italia, la casa è sempre stata un palcoscenico. Da cui bisognava trovare una soluzione pratica e di impatto.
Da un lato abbiamo dunque la semplicità assoluta dei tubi Innocenti su cui si sono innestati i panneggi fonoassorbenti di Caimi e le preziosissime lampade disegnate da Francesco Librizzi per Fontana Arte.
È una stratificazione. C’è l’illuminazione (le illuminazioni), il tappeto sonoro, il percorso, l’alternanza tra pieni e vuoti, attività e quiete.
Il tutto è stato concepito come un’enorme libreria modulare che andavamo a riempire mano a mano dei contenuti più diversi.
Proprio perché il progetto vive nei mondi digitali e social, l’allestimento è stato per noi di importanza cruciale. Probabilmente il tassello più importante di tutto il progetto.
Come è nata la collaborazione con Petra Tikulin per la realizzazione dell’allestimento?
Con Petra ci conosciamo da anni. Lei ha lavorato in Italia e in Croazia. Rispetto a questo progetto, siamo stati fortunati e siamo riusciti a convincerla di trasferirsi a Milano per i lunghi mesi di preparazione. La collaborazione con lei e con Miriester Robles e Masha Chigvinadze è sata eccellente. Mettere assieme tutti i vari elementi del progetto di allestimento è stata operazione molto complessa. I budget, i diversi fornitori, i mille contenuti e l’infinito palinsesto di attività da mettere in scena e in mostra. Senza la sofisticazione e l’intelligenza delle nostre tre progettiste, sarebbe stato difficile arrivare a buon termine.
Pensa che la tendenza al “coabitare” sia positiva ed in essa risieda il futuro delle nostre case?
È una delle tendenze dell’abitare contemporaneo. E’ positiva o negativa? Dipende. Diciamo che è come per il sesso, dipende dai gusti. Se ti piace, ottimo. Se non ti piace, non facile fartela piacere.
Sicuramente è uno dei modi di abitare in questo momento più interessanti (per le innumerevoli conseguenze sociali e di costume che si porta dietro).
Nel coinvolgere figure provenienti da paesi diversi, ha notato delle sostanziali differenze o punti in comune in merito al tema dell’abitare?
Rispetto alle persone coinvolte nella mostra non mi sembra che il passaporto o la provenienza geografica fosse motivo di grandi differenze. Abbiamo avuto ospiti israeliani, americani, diversi svizzeri, fino ad arrivare al Guatemala, al Messico, alla Thailandia e Taiwan. Presenze dalla Romania, Gran Bretagna, Germania. Nell’insieme, un ventaglio molto ampio. Dal punto di vista del curatore c’erano più punti in comune che differenze.
Da segnalare il fascinosissimo lavoro sugli “spiriti” sviluppato dai colleghi e amici di all (zone) di Bangkok. Dato il tema dell’abitare, loro si sono concentrati sugli “spiriti”, le presenze “altre” nelle nostre case. Da cui, abbiamo nove micro-installazioni che sono dislocate in diversi punti dello spazio espositivo (a proteggere la mostra e i suoi abitanti dagli spiritelli cattivi che abitano nel palazzo di Muzio).
La mostra parla dell’abitare contemporaneo, ma quali sfide la casa di oggi affronterà per adattarsi al futuro?
La sfida è in corso perché il futuro è già tra noi. Come dice il celebre scrittore di fantascienza WIlliam Gibson: “Il futuro è già qui. Solo che non è stato equamente distribuito”. Il futuro è in tutto e per tutto un concetto del passato. Adesso, dopo duecento anni di Jules Verne, Star Trek e fantascienze assortite, siamo arrivati a questo eterno presente che è la nostra nuova condizione. Semplicemente, dobbiamo abituarci. Non facile, non impossibile. Con un po’ di sforzo, sicuramente fattibile.

Testo e intervista a cura di Beatrice Bonetto
