Art Avevamo davvero bisogno di sapere chi è Banksy?
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Avevamo davvero bisogno di sapere chi è Banksy?

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Anna Frattini

Per decenni l’identità di Banksy è rimasta uno dei grandi misteri dell’arte contemporanea. Le sue opere, apparse spesso di notte sui muri delle città, erano in grado di fare il giro del mondo e accendere discussioni ovunque comparissero. Nel tempo si è formata anche una comunità globale di spettatori che non si interrogava soltanto su chi si nascondesse dietro quello pseudonimo, ma che riconosceva e sosteneva i messaggi sociali e politici che Banksy riusciva a portare in superficie con uno stile immediatamente riconoscibile.

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Il 13 marzo una nuova inchiesta giornalistica pubblicata da Reuters ha sostenuto di aver individuato il nome e il volto dietro lo street artist più famoso al mondo. Ma la domanda forse è un’altra: avevamo davvero bisogno di saperlo?

Il presunto Banksy non ha rilasciato alcuna dichiarazione e Pest Control Office, l’organizzazione che autentica le opere dell’artista, ha fatto sapere che non ci saranno commenti ufficiali. Anche il suo storico avvocato, Mark Stephens, ha messo in dubbio la solidità dell’indagine, invitando Reuters a non pubblicarne i risultati. Al centro della vicenda torna ancora una volta la questione dell’anonimato. Un elemento che, soprattutto per chi utilizza l’arte per intervenire su temi sociali e politici, non è mai stato soltanto una scelta stilistica ma soprattutto una forma di protezione.

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A giocare un ruolo decisivo, come spesso accade, sono i media. È curioso osservare come molti degli articoli che raccontano la presunta rivelazione inizino con la stessa premessa: l’anonimato di Banksy era fondamentale. Serviva a proteggere l’artista, certo, ma anche il suo lavoro, nato spesso al limite della legalità e costruito proprio attorno all’idea di apparire e scomparire senza lasciare tracce. Subito dopo aver riconosciuto questo punto, però, quegli stessi articoli fanno esattamente ciò che dichiarano di mettere in discussione: rilanciano lo scoop, diffondono il nome, alimentano la caccia. Un paradosso che racconta molto più del funzionamento dell’informazione contemporanea di quanto dica sull’artista.

Oggi la notizia vale più di qualsiasi altra considerazione. Arrivare per primi, o anche solo pubblicare un dettaglio in più: la logica dello scoop continua a dominare il racconto. In questo meccanismo, la tutela della persona, la volontà dell’artista o il contesto culturale che ha reso quell’anonimato così potente diventano elementi secondari rispetto alla possibilità di far circolare la notizia.

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Il punto di vista legale italiano

Dal punto di vista giuridico, la questione è più complessa. In un’intervista al Sole 24 Ore, la giurista Eliana Romanelli ha ricordato come il diritto d’autore riconosca esplicitamente agli artisti la possibilità di utilizzare pseudonimi o di rimanere anonimi. Allo stesso tempo, però, questo diritto deve confrontarsi con un altro principio fondamentale: quello della responsabilità penale personale, che richiede l’identificazione certa dell’autore di un eventuale reato.

La street art non è certo nuova a questi scenari. Da un lato esiste il valore creativo e culturale dell’intervento artistico, dall’altro la violazione delle norme che regolano l’uso degli spazi urbani. In Italia, per esempio, esistono interventi attribuiti a Banksy come la Madonna con la pistola comparsa a Napoli nel 2010 o The Migrant Child, realizzato a Venezia nel 2019 durante la Biennale.

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Casi come questi mostrano quanto il confine tra gesto artistico e illecito possa essere sottile. In alcune situazioni la giurisprudenza ha iniziato a considerare anche il valore culturale dell’opera e la sua funzione sociale, arrivando a riconoscere forme di tutela per lavori nati senza autorizzazione. Interventi inizialmente considerati abusivi sono stati successivamente protetti, restaurati o persino trasformati in attrazioni culturali. A Venezia, ad esempio, il murale del bambino migrante è stato salvato da un intervento di restauro finanziato da privati, mentre a Napoli l’opera con la Madonna armata è stata protetta dai cittadini per evitarne il deterioramento.

Perché vogliamo sapere a tutti i costi chi si nasconde dietro a Banksy?

Mettendo da parte la questione legale e tornando all’ossessione mediatica attorno all’anonimato dell’artista, la vera domanda non è stabilire se qualcuno sia riuscito davvero a scoprire chi sia Banksy. E a questo punto ci chiediamo: perché sentiamo così tanto il bisogno di farlo?

Oggi il discorso attorno agli artisti si sposta sempre più spesso dalla loro ricerca alla loro persona. Dal lavoro alle polemiche, dal processo creativo alla possibilità di ridimensionarlo con frasi come «questo potevo farlo anch’io». Sembra un riflesso quasi automatico, come se fosse necessario riportare ogni opera a una dimensione più semplice, più umana, e quindi più attaccabile.

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In questo senso, rivelare l’identità di Banksy rischia di diventare l’apice di questo meccanismo. Dare un nome significa anche togliere qualcosa al mito, ridurre la distanza tra l’opera e chi l’ha fatta, trasformare una figura quasi simbolica in una persona su cui si può discutere, ironizzare, giudicare.

Alla fine, forse, non importa nemmeno se questa nuova rivelazione sia davvero quella definitiva o se tra qualche anno ne arriverà un’altra. Non è importante stabilire se qualcuno abbia davvero scoperto chi sia Banksy. Il punto è chiedersi perché sentiamo così tanto il bisogno di distruggere questo mistero che per molto tempo ci ha affascinati. Perché forse una parte della forza di Banksy stava proprio lì: nel fatto che, per una volta, l’artista non fosse la cosa più importante.

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Scritto da Anna Frattini

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