Gli ultimi sette anni di una ricerca profonda e serrata sulle potenzialità dell’elemento pelle sono al centro della personale di Jan Baszak (Szczecin, 1994), visibile fino al 5 settembre negli spazi della BGSW di Słupsk, in Polonia. Un bacio delicato sulla doppia fronte investe la lunga tradizione di un incontro profetico e artigiano con un materiale che ha attraversato il corso della storia, tra utilità e investimento nel lusso.
La pelle, per sua natura, deriva dal corpo di creature sacrificate, e questa origine attraversa tutto il lavoro di Baszak, che gioca con passi ed evocazioni segnati dal mistero e dalla precarietà dell’esistenza. Accentuando la natura di involucro del materiale, l’artista lavora sull’idea di maschera e su un’apertura misteriosa verso il vuoto, che ricorda il passaggio a una dimensione onirica.


Il titolo della mostra prende ispirazione da un vitellino a due teste, presente in una delle opere esposte. Da qui parte un percorso che indaga la natura del feticcio, portando un materiale tradizionale come la pelle a diventare il vero cambio di paradigma dell’intera esposizione. La pelle come simbolo del corpo, ma anche come intuizione di un costume nuovo, si muove dentro la spinta tipica dell’arte a stravolgere e riscrivere ogni cosa.
Nella ricerca di una patina che racchiude e sigilla organi e viscere, Jan Baszak lavora anche con materiali come calze e scampoli di stoffa che, grazie alla loro elasticità e alla lavorazione a macchina da cucire, restituiscono la parvenza di un manto per creature misteriose e amate (è il caso della scultura Capra a due teste, 2025).
Tra memoria, feticismo e mistero, le installazioni raccontano una storia che abbraccia un’estetica della decadenza molto forte. Una malinconia ricorrente e pose di abbandono guidano la lettura di questo teatro di figure, sospese tra desiderio sconfitto e represso.
I piedistalli su cui poggiano le opere evocano stasi e assenza di un tempo misurabile. I materiali lavorati, restituiti in quella che l’artista definisce «parvenza precaria dell’eterno», suscitano un misto di timore e rispetto, lo stesso che si prova davanti a ogni figura archetipica dai contorni imponenti. Progettate al crepuscolo, le creature di Jan Baszak vivono, e brillano, in un tempo sospeso, fuori dal tempo.



