Noor Riyadh chiuderà il 6 dicembre ma a noi piace pensare che le cinque installazioni e opere d’arte di cui parleremo oggi siano quelle che avremmo davvero voluto vedere dal vivo. Perché la quinta edizione del festival, parte di Riyadh Art – il più grande programma di arte pubblica al mondo – sembra aver superato se stessa: oltre 60 opere diffuse tra siti storici, nuovi hub urbani e perfino la rete metropolitana, tutte legate dal tema In the Blink of an Eye, un omaggio alla trasformazione rapidissima della capitale saudita.
Tra le opere che ci hanno colpito di più c’è DICE di Iregular, un cubo interattivo che mette al centro il tema della fortuna. Il pubblico entra nel lavoro attraverso la propria ombra, che si scompone e si ricompone in tempo reale grazie a sistemi di tracciamento e software generativi. Ogni gesto crea nuovi disegni luminosi, ogni movimento riscrive la sorte: un’opera che non è mai la stessa e che restituisce l’idea di un caos organizzato, fatto di coincidenze e possibilità.
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Di tutt’altra natura, ma altrettanto coinvolgente, è Love Difference di Michelangelo Pistoletto, che a Riyadh trova una nuova declinazione. Una costellazione di insegne al neon ripropone la stessa frase in lingue diverse, rendendo visibile il mosaico culturale che anima la città. Qui l’artista intreccia poetica e politica, ricordandoci come la differenza possa essere un ponte o una distanza, un modo per riconoscersi o per sentirsi smarriti. Un messaggio semplice, ma potente nella sua universalità.

Alla stazione della metro STC prende invece forma Center di Ivana Franke, un’installazione che non si guarda soltanto: si vive. Fili trasparenti sospesi nello spazio creano forme che compaiono e scompaiono a seconda di come ci si muove, trasformando la percezione in un atto attivo, quasi meditativo. Lo spazio diventa un organismo mutevole, dove la linea tra reale e immaginato si sposta a ogni passo.

Nel cuore del King Abdulaziz Historical Center troviamo Atmospheric Seeing di Studio Above & Below, un’opera che parte dai dati ambientali — qualità dell’aria, particelle invisibili, condizioni atmosferiche — per costruire un’architettura luminosa in continua evoluzione. Camminare dentro l’installazione significa attraversare ciò che normalmente non vediamo, diventando parte di una visualizzazione che risponde ai nostri movimenti. Un modo per ricordare che la tecnologia può rendere tangibile l’invisibile, e che il nostro corpo è sempre più parte dell’infrastruttura digitale che ci circonda.

Chiude questa selezione Moon 20190901 di Wang Yuyang, un dipinto che ribalta la nostra percezione della luna. Abituati alle immagini in bianco e nero delle missioni spaziali, la immagazziniamo mentalmente come un oggetto privo di colore. L’artista sfida questo preconcetto usando occhiali digitali che trasformano tutto ciò che vede in gradazioni di grigio: mentre dipinge, non percepisce alcun colore. Solo quando rimuove i visori scopre ciò che ha creato, una luna dai toni impossibili, vibrante, quasi extraterrestre. Un esercizio di fiducia nel processo creativo e un invito a mettere in discussione ciò che crediamo di conoscere.

Cinque opere diversissime tra loro, ma unite da una stessa intuizione: la luce, quando diventa linguaggio, ci obbliga a rivedere il mondo, e noi stessi, in modo diverso.
