Per oltre due anni il fotografo Frederik Rüegger ha attraversato Gran Bretagna e Irlanda seguendo le fiere dei cavalli dei Travellers, la comunità nomade storicamente associata al popolo romanì. Il suo libro, I’m A Stranger In This Country, nasce lungo le strade provinciali e nelle piazze dei piccoli centri, dove le carovane si danno appuntamento. Ma vediamo di cosa si tratta.

Le immagini sono vive e stratificate: dentro l’odore di terra bagnata e cuoio, tra mercanti che trattano a voce alta, mani che accarezzano crini lucidi, bambini che corrono, musicisti che improvvisano. Le fiere restano luoghi di scambio di cavalli, certo, ma anche di socialità e cultura, di vendite e di incontri che rinsaldano legami famigliari e comunitari.

Il titolo però dichiara un doppio straniamento: quello dell’autore, che si riconosce come visitatore, e quello dei Travellers, spesso percepiti come “outsider” nella società britannica e irlandese. La macchina di Rüegger si muove con curiosità e rispetto, cercando una distanza giusta: abbastanza vicina da sentire il respiro della folla, abbastanza sobria da non invadere.

L’innesco del progetto è personale: appassionato di boxe, Rüegger scopre che il campione dei pesi massimi Tyson Fury ha origini romanì. Da qui il desiderio di raccontare un modo di vivere oggi sotto pressione, tra i mutamenti della contemporaneità e i pregiudizi di una Gran Bretagna post-Brexit che fatica a riconoscere ciò che non rientra in cornici identitarie ristrette.

Le fotografie non ambiscono a una neutralità impossibile: sono una celebrazione di sguardo e invenzione. Composizioni dense, tagli improvvisi, corpi che entrano ed escono dal fotogramma, una luce che cambia rapida come il tempo del nord. L’immagine abbraccia l’imprevisto: riflessi sui finimenti, gesti che esplodono, un cavallo che si impenna sullo sfondo di una giostra.

Tra un passaggio di denaro e una stretta di mano, il progetto rivela la trama quotidiana della comunità: roulotte tirate a lucido, bancarelle di utensili, abiti domenicali, risate, orgoglio. C’è un’idea di festa che convive con la fatica del lavoro e con la necessità di difendere tradizioni che non sono folclore, ma identità in atto.

“Essere stranieri” qui non è un’etichetta, ma un punto di vista: una postura che interroga chi guarda e chiede di sospendere stereotipi e condanne sommarie. Rüegger non leviga i conflitti, ma restituisce complessità e dignità, ricordando che la fotografia può essere insieme testimonianza e incontro.

I’m A Stranger In This Country è allora più di un documento: è un atto di presenza. Archivia senza imbalsamare, celebra senza esotizzare. Conserva la memoria di una cultura che cambia e la affida a pagine che portano con sé le suggestioni di fiera e di strada, con la consapevolezza che l’appartenenza è un verbo, non un recinto.


