Jeremy Brooks lavora in un territorio in cui la ceramica smette di comportarsi come tale. Nei suoi vasi non c’è alcuna enfasi sulla solidità o sulla funzione: ciò che conta è l’illusione. Le superfici intrecciate, annodate e compresse sembrano nate da materiali flessibili, quasi industriali, mentre la scala ridotta degli oggetti amplifica la sorpresa nel momento in cui si scopre che sono realizzati in porcellana.

Il centro della sua ricerca non è la forma finale, ma la fase intermedia del materiale. Prima della cottura, l’argilla viene trattata come un filo: estrusa in lunghi cordoni colorati o ridotta in lastre sottilissime, diventa elastica, reattiva, disponibile al gesto. Brooks sfrutta questa condizione instabile per introdurre tecniche proprie del mondo tessile, traducendo crochet, maglia e intreccio in un linguaggio scultoreo che mette in crisi le categorie tradizionali della ceramica.

I vasi che ne derivano sembrano cedere sotto una pressione costante. Si piegano, si deformano, perdono la loro verticalità, mantenendo però una struttura precisa, quasi metodica. Alcuni lavori sono dominati da cromie accese e combinazioni ritmiche, altri si affidano a superfici più spente e terrose, spesso ottenute tramite cottura a legna. In ogni caso, l’effetto è lo stesso: la materia appare morbida anche quando è ormai irreversibilmente dura.



