Articolo di Floriana Savino
Il silenzio uccide, nel 2019, fu l’evocazione e il profetico presagio che l’artista franco-algerino Kader Attia (Seine-Saint-Denis, 1970) sentì di richiamare entro gli spazi della Galleria Continua – Les Moulins in Francia. Intessendo l’itinerario di un contesto mondo che comunica e rappresenta se stesso per mezzo del frammento e di una continua frantumazione, l’artista ha fatto presto approdo allo specchio, considerando nella possibilità della rottura, la più indispensabile apertura a molteplici orizzonti di sguardi e punti di vista.

Lungo il percorso di una ricerca a più decenni, Attia ha focalizzato la sua riflessione attorno al tema della riparazione, ben considerando per esso l’anelito a una forma di riappropriazione, che è materia nobile e ostinata di ogni più sentita e fida resistenza. Dopo aver abbracciato Venezia con le esposizioni in Biennale del 2017 e 2019, l’artista fa ritorno in Laguna per Arte Venezia 2026.
In un tempo scosso da innumerevoli guerre, lacerazioni e infernali uccisioni di innocenti, lo spettro del colonialismo e dell’arto mancante, a lungo investigato dalla pratica d’artista, sanno tornare nella forma di un acuto e urgente richiamo di un’arte impegnata a illuminare prassi e degenerazioni del sistema mondo.



La cosiddetta sindrome dell’arto mancante nell’oscenità di un orizzonte capitalistico, che voracemente necessità della guerra, accompagna una storia dell’uomo che travalica più secoli e stagioni micidiali. Facendo un salto all’indietro, al tempo della Prima Guerra Mondiale, l’operato di Anna Coleman Ladd (Filadelfia, 1878) sul volto annientato dei soldati superstiti, ben testimonia l’esigenza di ricucire e dare nuova speranza all’abisso del trauma.
Come ha scritto Denise Villa nel romanzo a Coleman dedicato:
[…] Quando si pensa alla guerra si citano le perdite di vite umane, ma si dimentica la totalità degli offesi (feriti fisicamente o mentalmente) e le loro difficoltà a ritornare alla vita di un tempo. […] Dove i soldati sopravvissuti venivano visti come reietti o traditori […] e i giovani mutilati venivano chiamati mostri o scemi di guerra, non deve esser stato semplice trovare la motivazione per ricominciare.
L’ingegno e la creatività di Anna si trovarono ad operare a Parigi, dove la donna si trasferì dopo le nozze per seguire lo sposo e medico di Boston Maynard Ladd. Essendo entrata in contatto con molti soldati e reduci di guerra lungo un percorso da infermiera e crocerossina, Coleman si rese nel tempo consapevole dell’importanza di operare su quei tratti del volto feriti o devastati da una traccia viva di morte. In un tempo che ancor poco considerava la necessità di reintrodurre in società l’involucro di un corpo ferito in battaglia, le oltre 185 maschere per il viso dei reduci di guerra elaborate da Anna costituirono la parentesi empatica e di partecipazione viva di una donna interessata al futuro di chi nella guerra aveva perso e si era perso.


Appellandosi all’installazione, alla video art, all’antropologia e alle neuroscienze, Kader Attia riflette il tema della perdita di una parte del corpo, che continua a pulsare e intellettualmente sanguinare, contando su di una prassi progettuale tanto concettuale, quanto potentemente fisica e radicale. Intessendo la trama di una prassi artistica, che entro le sue maglie raccoglie l’esperienza, il dubbio e la vita, l’artista ragiona le disuguaglianze, uno sfruttamento di individui e merci passato come imprescindibile e irrinunciabile, nonché la possibilità di far dell’arte un sasso lanciato oltre il muro dell’indifferenza.


La possente installazione On n’emprisonne pas les idées (2019) negli spazi espositivi di Les Moulins rendeva omaggio ai rifugiati del quartiere Stalingrad di Parigi, colpiti da una feroce repressione collettiva, infuocatasi a partire dal 2016. Entro le maglie strette di una barriera di ferro, metafora della segregazione e differenziazione, le pietre scelte da Kader Attia si mostrarono in bilico tra la precarietà di un futuro sempre troppo incerto e l’ostinazione, necessaria e stabile, nel resistere e lottare contro le avversità e il razzismo. A sugellare il contesto giungeva poi la presenza evocativa di una serie di pannelli di cartongesso standard BA13, materia eletta dei prefabbricati poveri di periferia, sulla cui superficie, in segno di fatica e dolore delle mani, erano state incise o inferte lettere giganti per la parola umiliazione.
«La più grande illusione della mente umana» – ammonisce l’artista – «è probabilmente quella che l’Uomo si sia costruito da sé: l’idea che lui possa inventare qualcosa, mentre non fa altro che riparare».

