L’artista Léonore Chastagner modella l’argilla come se fosse un’estensione del corpo umano, un materiale vivo capace di trattenere gesti, emozioni e tracce di quotidianità. A partire dalla varietà cromatica delle terre naturali con cui lavora nascono sculture che sembrano respirare. È un lavoro che non rappresenta: osserva, ascolta, registra. «Uso l’argilla come si usa un diario» racconta così l’artista a Colossal, «per annotare i sentimenti della vita quotidiana e le cose che mi circondano».


Lo sguardo creativo di Léonore Chastagner parte sempre dall’intimità, da ciò che accade quando resta sola con il proprio ambiente: un appartamento, un abito sgualcito, un gesto minore del corpo. E a entrare nel vivo di questa pratica è questa sorta processo quasi archeologico che ci affascina e ci costringe a guardare queste sculture più da vicino. Chastagner sembra guardare alle piccole figure del passato, agli oggetti rituali deposti nelle tombe per accompagnare l’anima nell’aldilà, a quei talismani che attraversano i secoli senza rivelare mai del tutto la loro funzione. Le sue sculture sembrano appartenere a questo stesso territorio sospeso, pronte a essere interpretate come reliquie di una vita quotidiana appena trascorsa.


L’argilla, da parte sua, diventa così il medium perfetto per questa operazione. Un materiale semplice, primordiale, malleabile, che risponde immediatamente al tocco e permette all’artista una libertà senza filtri. È una pratica che vive del suo ritmo, delle sue imperfezioni, della fragilità intrinseca alla materia.


Negli ultimi mesi, sempre come racconta su Colossal, Chastagner ha ampliato il proprio orizzonte narrativo, passando dagli oggetti ai luoghi. Piccole camere da letto, salotti, ambienti domestici ricostruiti come miniature che evocano una nostalgia immediata, quella delle case delle bambole e dei mondi in scala ridotta che contengono intere esistenze. Sono scene che racchiudono la presenza umana senza mostrarla, costruendo un corpo collettivo fatto di assenze e memorie.

