C’è una parola che negli ultimi anni si sente sempre più spesso soprattutto nei periodi estivi, ed è overtourism o iperturismo. È quello che succede quando un luogo viene visitato da così tante persone da non riuscire più a funzionare come un posto in cui si vive ma solo come un posto in cui si passa. I negozi vendono solo souvenir, i bar di quartiere diventano cocktail bar per turisti, gli appartamenti escono dal mercato degli affitti lunghi ed entrano su Airbnb. Chi ci abitava se ne va perché i prezzi salgono e il posto non gli assomiglia più. Quello che resta è una scenografia in cui le facciate ci sono, le strade ci sono, ma la vita che le animava no.
È un turismo “hit and run”, guidato dal desiderio di accumulare esperienze nel minor tempo possibile, tra FOMO e checklist. Le vite che conduciamo lasciano così poco spazio che quando finalmente riusciamo a partire si parte con una fame frenetica accumulata.
Philippe Daverio diceva che nessuno entra in una biblioteca con l’intenzione di leggere tutti i libri in un’ora e mezza. Era un’osservazione sul modo in cui ci avviciniamo all’arte, ma è difficile non pensarci anche quando si guarda una città svuotata dei suoi abitanti per fare spazio al nostro turismo frenetico. Perché ci comportiamo esattamente così davanti ai dipinti, e perché ci comportiamo esattamente così davanti a una città? La distinzione che faceva era tra vedere e guardare. E per guardare serve tempo. È una sosta, un’intenzione, restare davanti a qualcosa abbastanza a lungo da sentire che qualcosa cambia ed emergano dettagli che non si erano visti. Il tempo, non solo nei musei, è esattamente ciò che sembra sempre più difficile concedersi. Vale per un dipinto come per una città, o per qualsiasi cosa abbia bisogno di TEMPO per essere capita.
La società in cui viviamo e che abbiamo accettato, ha un problema col tempo: poche ferie, corri a lavoro, corri a prendere i figli, tavolo libero entro le 21, fast-food, fast-fashion. Fermarsi è uno spreco, il tempo non occupato è tempo perduto. L’iperattività è diventata un valore. E una volta interiorizzata l’idea che ogni momento debba essere produttivo, anche una vacanza deve produrre qualcosa. Se vai e non mostri non ci sei stato. Il viaggio diventa così un’altra prestazione da portare a termine. Mostrare non è quindi soltanto vanità, ma il modo con cui diventa concreto ciò che abbiamo vissuto.
C’è poi qualcosa che alimenta questa foga ancora prima della partenza, ed è il modo in cui oggi impariamo a desiderare i luoghi. I social hanno costruito un’economia del desiderio basata sulla ripetizione dell’immagine: si vede una foto di un posto, poi un’altra, poi cento altre identiche, iniziamo a desiderarla. Quella che nasce però non è necessariamente curiosità verso il luogo ma spesso il desiderio di immaginare noi stessi dentro una scena che conosciamo già, di riprodurla e infine condividerla. Non partiamo quindi per scoprire qualcosa che non conosciamo ma per assistere a qualcosa che abbiamo già visto.
Per paradosso il luogo reale diventa solo la conferma di un’immagine. Più viene fotografato, raccontato e desiderato, più persone arrivano per cercare la stessa immagine e così quel luogo si trasforma per rispondere solo a un desiderio e perde ciò che lo rendeva vivo.
Sono da poco tornato da un viaggio in Bretagna. Una sera, dopo aver cenato e senza averlo programmato, siamo finiti sulla spiaggia di Cherueix, con una luce di luglio che non tramontava mai del tutto. Io, mia moglie e mia figlia abbiamo iniziato a camminare su una distesa lunare, bagnata e piatta, verso l’oceano che la marea aveva ritirato. L’oceano continuava a stare lì in fondo, irraggiungibile, così lontano che non siamo mai riusciti a raggiungerlo. Alla fine ci siamo fermati e siamo tornati indietro. Non avevamo visto niente di particolare, o forse sì. Eppure quella passeggiata verso un oceano che si ritirava è una delle cose che ricordo con più precisione di quel viaggio, forse perché era completamente priva di scopo, forse perché non c’era niente da fotografare, niente da spuntare, niente da mostrare. Eravamo solo lì, senza niente da raggiungere.
Daverio diceva di fermarsi davanti a un dipinto più di quanto siamo abituati a fare. Forse nessuno dovrebbe pensare di girare una città d’arte in due giorni, allo stesso modo. Ma siamo schiavi di un tempo che non ci appartiene, di vite costruite sul dovere e sulla produttività, che ci lasciano poco spazio e molta fame. E quella fame, quando finalmente si parte, diventa fretta. Diventa la lista dei posti da vedere, la foto davanti al monumento, la sensazione di aver fatto quello che si doveva.
Forse quello che manca non è il tempo in sé, ma la disponibilità a lasciarlo vuoto, a permettere che un luogo, un dipinto o una persona possano accadere senza che tu stia già pensando a cosa viene dopo.
Sulla spiaggia di Cherueix non stavamo cercando niente e forse è per questo che ricordo tutto.
