Art SerraGlia e l’arte di osservare la città in modo diverso
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SerraGlia e l’arte di osservare la città in modo diverso

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Laura Tota

SerraGlia è lo pseudonimo dell’artista visivo italiano Lorenzo Servi (n. 1979), architetto di formazione, basato a Helsinki. Il suo lavoro si muove tra fotografia, osservazione urbana e pubblicazione di libri, usando la città come campo di ricerca visiva.

Dal 2017 il libro è il suo strumento principale, sviluppato attraverso Other Editions, piattaforma editoriale da lui fondata.
Attraverso affissioni, installazioni temporanee e pubblicazioni, SerraGlia mette in circolo frammenti visivi che si inseriscono perfettamente nel tessuto della città o trovano una seconda vita nella pagina stampata, generando nuove modalità di lettura dello spazio e del tempo urbano, non senza rinunciare a uno sguardo scanzonato e ironico sul quotidiano.

Urban Enigmas, SerraGlia x Other Editions, 2025

Il tuo lavoro si muove tra fotografia, osservazione della città e pubblicazioni editoriali. Se dovessi spiegare a qualcuno che non ti conosce cosa fai, da dove partiresti: dalla fotografia, dalle passeggiate in città o dall’idea di allenare lo sguardo a notare cose che normalmente ignoriamo?

Parto dalle camminate, dal passeggiare senza una meta precisa. Durante questo vagare raccolgo appunti visivi, quasi sempre con il telefono. Ho smesso da anni di usare la macchina fotografica e, in un certo senso, anche di sentirmi fotografo. Non mi interessa più immortalare l’immagine “perfetta”. La fotografia è diventata per me una fonte di materiale grezzo, che poi rielaboro digitalmente e concettualmente.

Molte delle tue immagini nascono da dettagli che la maggior parte delle persone non nota: un oggetto dimenticato, un segno sul muro, un accostamento casuale nello spazio urbano. Ti ricordi la prima volta in cui hai capito che proprio quei piccoli dettagli della città potevano diventare il centro del tuo lavoro?

Forse non c’è stato un momento preciso, ma un’accumulazione di piccoli episodi. Quando dipingevo graffiti, circa trent’anni fa, mi accorsi che vedevo i muri della città in modo diverso dagli altri: li cercavo, li “scansionavo”, sia per trovare superfici su cui dipingere sia per leggere quello che altri avevano lasciato. Lì ho capito che la stessa città può essere letta in modi diversi e paralleli. Gli studi di architettura hanno rafforzato questa cosa. Ricordo una lezione all’aperto davanti a una pietra: siamo rimasti mezz’ora a osservare come era stata lavorata, deducendo strumenti, tempi e storie. Era parte di un edificio che vedevo ogni giorno, ma da quel momento è cambiato tutto. Da lì ho iniziato a lavorare su questi diversi livelli di interpretazione, spesso fantasticando e speculando sui possibili significati, che poi è un po’ quello che mi interessa dell’arte: vedere la realtà reinterpretata attraverso gli occhi di un altro.

Prima di dedicarti pienamente alla tua ricerca attuale, ti sei formato in architettura. L’architettura insegna a leggere gli spazi, le proporzioni, i materiali. Questa formazione ha cambiato il tuo modo di guardare la città con la macchina fotografica?  

Sì, ero molto legato a una fotografia “corretta”: composizione, prospettiva, pulizia. Poi, tra il 2014 e il 2016, ho abbandonato quel tipo di interesse e di linguaggio. Mi sono spostato verso lavori più concettuali. Allo stesso tempo mi sono anche distaccato dalla fotografia come oggetto finale da “incorniciare” e guardare per com’è. Mi interessa di più usarla come uno strumento: qualcosa che serve per evocare, suggerire, far immaginare.

Molti dei tuoi progetti prendono forma anche attraverso libri e pubblicazioni. Che cosa ti permette di fare il libro che una singola immagine – o una fotografia vista per strada – non può fare?

Il libro permette di costruire un percorso intimo: uno spazio dove il pensiero prende forma. Con una singola immagine ho sempre fatto fatica a dire tutto. Mi interessa molto anche il testo, e il dialogo tra testo e immagine. Il libro rende questo dialogo naturale. Le immagini creano ritmo, si rispondono, costruiscono una sequenza: diventa quasi una passeggiata guidata. È anche un formato che posso controllare più facilmente in ogni sua parte: mi occupo di tutto, dal contenuto al layout fino alla produzione. A parte la distribuzione e la parte commerciale, che sono le uniche cose che non seguo direttamente e che da alcuni anni affido a IDEA Books.

Facciamo un piccolo gioco: se il tuo lavoro fosse un elemento della città – un cartello stradale, una crepa nel muro, una panchina, una vetrina, un ponte – che cosa sarebbe e perché?

Forse un graffio su un muro appena rifatto. È qualcosa che non dovrebbe esserci. Un errore, un danno.  Se però lo guardi abbastanza a lungo, smette di essere un difetto e diventa una traccia: di un gesto, di un tempo, di una presenza. Il mio lavoro cerca proprio questo: trovare qualcosa di interessante in ciò che normalmente viene ignorato.

Hai creato anche giochi e istruzioni per workshop o passeggiate urbane, invitando le persone a osservare la città in modo diverso. In questo caso dove finisce il lavoro artistico e dove inizia una dimensione quasi educativa? Esiste davvero un confine tra le due cose?

Non credo ci sia un confine netto. Molti progetti nascono come esercizi di osservazione. Non servono competenze particolari, solo attenzione e curiosità. Nei workshop o nelle passeggiate cerco semplicemente di attivare questo sguardo. A quel punto il lavoro diventa condiviso. Alla fine l’educazione è comunicazione. E quando funziona davvero, è sia arte che intrattenimento. E questo è già parte dell’opera.

Viviamo in un mondo pieno di immagini: pubblicità, social, schermi ovunque. Allenare lo sguardo a notare piccoli dettagli del paesaggio urbano è diventato oggi più difficile e per questo ancora più importante?

Non sono sicuro che sia più difficile. Forse è solo più raro fermarsi abbastanza a lungo. Oggi le immagini competono per essere viste, mentre molte delle cose che mi interessano non chiedono attenzione. Stanno lì, in una zona quasi invisibile. Allenare lo sguardo, osservare davvero, richiede tempo, lentezza, attenzione. In fondo siamo anche ciò che guardiamo. Se impariamo a trovare interesse in ciò che appare banale, anche il nostro pensiero si amplia, e forse diventiamo anche noi stessi più vivi.

Ad Helsinki, città in cui vivi, hai fondato anche Other Editions, una casa editrice indipendente “specializzata in opere in formato libro che combinano arte, immagini e linguaggi visivi contemporanei per creare nuove forme di narrazione”. Com’è nata l’idea di creare una casa editrice e che tipo di libri o di sguardi ti interessa portare dentro questo progetto?

Other Editions (OE) è nato da una frustrazione molto semplice: le mostre finivano troppo in fretta. Il libro mi permetteva di costruire qualcosa che restava, ma soprattutto di dire di più. Prima di iniziare con Other Editions, stampavo piccole edizioni, spesso in 1–3 copie, più come archivio personale che come vere pubblicazioni. Nel 2017, con il catalogo di una mia mostra al Museo della Fotografia Finlandese, ho iniziato a prenderla più seriamente.
Oggi molti lavori nascono già come libri: penso prima al formato e al titolo, poi sviluppo il progetto. A volte diventano anche mostre, ma non sempre. Ad oggi ho pubblicato con OE circa 16 tra libri e zine, principalmente lavori miei, con l’eccezione del book-magazine The City Is Ours, realizzato con altri artisti in sei numeri.
Tutti legati da un interesse comune: osservare la città in modo diverso.

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Scritto da Laura Tota

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