Si parla spesso del ristagno della periferia, ne avevamo già parlato insieme al fotografo Alessandro Galli, che ci parlava del «moto di una provincia immobile», riferendosi a Busto Arsizio. Torniamo a parlarne con l’artista Alvise Pi, cresciuto nella provincia padovana. In periferia «i sogni si sgretolano e tutti si stanziano dentro alle fabbriche o dietro a delle condanne», osserva Alvise che ci racconta cosa significa aspirare a qualcosa, ma non avere la disponibilità economica per arrivarci. Lo fa con un trasporto tale per cui è chiaro che stia parlando anche di sé. La sua resilienza però lo ha portato a Milano, dove oggi porta avanti una ricerca che ci dice tantissimo delle sue origini e del suo passato. La cultura hip hop – in particolare i graffiti – lo accompagna da sempre, forse perché rispecchia «un egoismo nudo, puro e crudo di voler far sapere alla gente che esisti. Una voglia di rivalsa di disegnare il proprio nome per gridarlo in faccia alla gente, per non scomparire come fanno i protagonisti dei miei dipinti».


«Per non scomparire come i protagonisti dei miei dipinti»
Quest’affermazione di Alvise Pi, così cruda ma così vera, mi ha riportato subito alla sua serie Ricordi, di cui oggi voglio parlare con lui per poterla guardare da più da vicino e per approfondire tutta la sua crescita artistica. Seguo il lavoro di Alvise da diversi anni – in particolare le attivazioni urbane del suo duo artistico Collettivo Piano A, che porta avanti con Francesco Perrini -, tanto da poter riconoscere alcuni soggetti dei suoi ritratti, alcuni solo per la posa, altri per l’acconciatura o per l’abbigliamento. Tutti i ritratti, che sono tantissimi, sono infatti completamente sfocati, blurred, labili, fragili, così come le nostre memorie. La serie è realizzata a spray su tela, con l’intenzione di ritornare alle sue origini, a quella tecnica che, come ci spiega l’artista, «mi ha fatto cambiare la visione del mondo, proiettandomi velocemente in una dinamica adulta e cinica di rispetto degli spazi e di gerarchie di strada tramite i graffiti». Tornando ai soggetti, questa serie vuole racchiudere sotto lo stesso contenitore tutte quelle persone che nel corso della sua esistenza lo hanno colpito anche solo per un attimo. Dai suoi genitori al suo collega artista Perrini, da alcune ragazze incontrate a una festa a un anziano per strada, fino a tutti quegli amici rimasti in periferia, che hanno ispirato questo lavoro.


«Una periferia che non ti dà spazio, che ti toglie l’identità»
Iniziamo così la nostra conversazione, parlando di periferia, tutto quello che ancora oggi lo ispira, sia per un sentimento di rivalsa, sia perché le proprie origini, per potersi conoscere davvero, non vanno mai dimenticate né rinnegate. «I lavori sono tutti senza titolo perché rispecchiano l’ambiente dal quale i soggetti provengono, una periferia che non ti dà spazio, che ti toglie l’identità, che non ti permette né di crescere a livello personale né di tendere verso il tuo sogno», mi spiega Alvise Pi quando gli chiedo qualcosa in più sui titoli e suoi soggetti. «I pochi dettagli presenti permettono solo a chi mi conosce veramente – parlo di quella piccola cerchia di amici – di riconoscere effettivamente chi è stato dipinto o chi è la persona ritratta, oltre ad essere una cifra stilistica perché nei miei lavori l’uso del segno è sempre stato importante».


«non serve parlarne o vantarsene perché le strade parlano da sole»
Sposto il discorso sulla cultura di strada. Mi interessa sapere come un ragazzino di provincia si avvicini a quest’arte per farsi spazio nel mondo e, come diceva prima Alvise, per gridare la propria esistenza. «Dei graffiti e di della cultura di strada potrei parlarne per tanto tempo, ma sinceramente preferisco essere molto riservato a riguardo perché chi fa o ha fatto cose di questo tipo, sa benissimo che non serve parlarne, vantarsene o celebrarle, ma chi ti conosce sa benissimo tutte le storie, perché le strade parlano da sole», raccolta Alvise. «Io mi sono sempre considerato un narratore, un visitatore, a volte un giocatore in questo mondo intricato e sotterraneo che ha dato forza ai miei lavori, ai miei amici e conoscenti. La forza di volere qualcosa di più rispetto a quello che vedevamo durante i nostri giorni, o meglio, durante le nostre notti».

Concludiamo questa conversazione con una riflessione sulla vita in senso lato, forse più sull’amicizia e suoi legami d’affetto, un valore che emerge sempre in tutti i suoi lavori e che senza dubbio è il motore di spinta alla base di tutta la sua motivazione. «Penso che sicuramente questa cultura e tutte le mie esperienze in strada mi abbiano insegnato che nessuno ti regala niente. Tutti vogliono qualcosa e se qualcuno ti si avvicina non è mai per niente, c’è sempre un legame alchemico, un reciproco scambio in atto. Durante la vita, gli unici amici che potrai trovare saranno quelli che insieme a te inseguono un sogno comune al tuo».
Insomma, quello di Alvise Pi è un album di ricordi sfocati che gelosamente non vuole mostrare a tutti, ma solo alla sua cerchia di affetti, accrescendo ancor di più il valore di appartenenza tipico della cultura di strada. Quel gruppo che oggi, in campo artistico a Milano, vale tutto per lui. Una serie di ritratti che non smetterei di guardare, provando a riconoscere qualcosa di me o dei miei amici, qualche dettaglio della pop culture che in qualche modo ci accomuna tutti, con la voglia di non scomparire.




Courtesy Alvise Pi
