Charalampos Kydonakis, conosciuto anche come dirtyharrry, è un autore che sfugge alle facili definizioni. Architetto di formazione, nato e tornato a vivere nella sua amata Creta, ha fatto della fotografia un linguaggio personale, frammentario e mitologico. Il suo lavoro più emblematico si articola in un dittico visivo e narrativo che tiene insieme due mondi – e due visioni – opposti e complementari: Warn’d in Vain e Back to Nowhere.
Questi due progetti, apparentemente separati nello spazio e nel tempo, sono in realtà pensati come gemelli. Warn’d in Vain nasce durante i sette mesi trascorsi a New York tra il 2014 e il 2017, mentre Back to Nowhere raccoglie immagini scattate nella sua isola natale tra il 2009 e il 2017. Da un lato, dunque, uno sguardo da straniero su una delle metropoli più fotografate del mondo; dall’altro, un tentativo quasi impossibile: restituire Creta con lo stupore che solo un estraneo potrebbe avere. Il primo è un viaggio mitologico ispirato agli Argonauti, il secondo rievoca il mito del Minotauro e del suo labirinto.


In entrambi i casi, il mito non è citazione, ma struttura profonda del racconto. New York diventa un mare pieno di trappole, desideri e false promesse. Creta, invece, è il cuore oscuro e sfuggente di un’identità mai del tutto afferrabile, fatta di riti, contraddizioni, simboli. La fotografia diventa così uno strumento per cercare un ordine, o almeno una direzione, dentro a una geografia dell’inquietudine.
Insomma, Charalampos Kydonakis non cerca di sicuro la bellezza convenzionale. Le sue immagini sono spesso cupe, dense, popolate da figure ambigue, tagliate fuori campo o immerse in ambienti opprimenti. L’uso del bianco e nero accentua un senso di spaesamento che si rivela essere il vero filo conduttore dei suoi progetti.


La forza dei lavori di Kydonakis risiede proprio nella loro indecifrabilità. Ogni immagine sembra raccontare una storia che ci sfugge, ogni composizione è un enigma visivo. Ci sono echi del cinema noir e della street photography, ma anche del teatro greco e del simbolismo. Il suo stile è coerente proprio perché mutevole, costantemente in bilico tra realtà e allucinazione.
E forse è questa la chiave per leggere il suo dittico fotografico: non come due semplici raccolte di immagini, ma come un lungo poema visivo che si interroga sul senso dello sguardo, dell’identità e dell’appartenenza. In fondo, Kydonakis sembra dirci che ogni luogo è un labirinto e ogni viaggio una perdita, ma anche che in questa perdita c’è forse l’unico modo autentico di vedere davvero.





