Art Perché Damien Hirst ha bruciato più di mille sue opere?
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Perché Damien Hirst ha bruciato più di mille sue opere?

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Tommaso Berra
Damien Hirst | Collater.al

Nel luglio 2021 l’artista britannico Damien Hirst aveva lanciato il suo progetto “The Currency“, che consisteva nella vendita di 10mila sue opere in NFT, al costo di circa duemila dollari ciascuno.
L’acquisto di queste opere prevedeva un accordo tra gli acquirenti e l’artista, ovvero la possibilità di scegliere, dopo un anno, se tenere la versione fisica dell’opera – e perdere quella in NFT – oppure la sua versione digitale. Nel secondo caso, il contratto prevedeva che l’opera fisica dovesse essere bruciata dallo stesso Hirst.
L’esperimento di Hirst voleva indagare il sentimento del mercato rispetto all’arte digitale e quella fisica, una scelta che ha fatto emergere un grande equilibrio, dal momento che in 5.149 hanno scelto le opere fisiche, 4.851 quelle in NFT, che nel frattempo tanti hanno già rivenduto e che su OpenSea si trovavano già ad agosto 2021 a una cifra minima di 30mila dollari l’una.

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Tra coloro che hanno acquistato le opere c’era l’artista stesso, il quale per lungo tempo ha pensato a cosa fare delle 1000 opere riservate a se stesso, salvo poi decidere di trasformarle tutte in NFT per dare «totale supporto e fiducia» al settore.
A partire da inizio settembre è iniziata quindi l’ultima fase del progetto “The Currency” e Hirst, insieme alla piattaforma HENI, ha organizzato una mostra, bruciando nel caminetto posizionato al centro della Newport Street Gallery di Londra un’opera al giorno tra quelle acquistate e destinate ad una vita digitale.
Nel corso di una diretta streaming e attraverso un video pubblicato sul proprio account Instagram, Hirst in queste ore ha mostrato come ha mandato in cenere le sue 1000 opere, spiegando che «molti pensano che io stia bruciando milioni di dollari di opere d’arte, ma non è così: sto completando la trasformazione di queste opere fisiche in NFT».

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La performance di Damien Hirst, per certi aspetti provocatoria, ricorda la vicenda che ha coinvolto l’opera di Frida Kahlo Fantasmones Siniestro, bruciata dal gallerista messicano Martin Mobarak. Hirst tuttavia è l’autore delle opere bruciate e la performance è definita da un contratto, nel caso di Mobarak invece l’opera rappresentava un bene nazionale, dettaglio che per l’appunto ha fatto partire un’inchiesta da parte dell’Istituto Nazionale di Belle Arti e Letteratura del Messico.
A ritornare sono quindi le modalità, che vedono il fuoco come elemento purificatore e come un portale capace di condurre l’arte dal mondo fisico a quello digitale. Hirst poi non è nuovo a questo tipo di provocazioni mirate a sconvolgere il mercato dell’arte, un approccio che lo ha reso uno dei più importanti artisti del nostro tempo.

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Scritto da Tommaso Berra

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