Art Quando il segno cambia forma: la ricerca di Domenico Manno
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Quando il segno cambia forma: la ricerca di Domenico Manno

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Arianna Maria Leva

Dall’8 al 14 novembre 2026, Gola Gallery a Milano presenta la ricerca di Domenico Manno, artista che da 27 anni porta avanti un’indagine in continua trasformazione tra graffiti, pittura, materia e digitale.

Un segno può essere una lettera, una figura, una superficie o persino qualcosa che sembra muoversi. Nel lavoro di Domenico Manno, il punto di partenza è proprio questa possibilità: lasciare che una forma cambi identità mentre attraversa tecniche, supporti e dimensioni differenti.

La mostra “State of flow”alla Gola Gallery, raccoglie alcune delle direzioni più recenti di una ricerca iniziata dall’artista a Napoli, quando a sedici anni si avvicina al graffiti writing. Da allora il suo linguaggio si è progressivamente allontanato dalla centralità della firma e dall’idea di writing come semplice gesto di riconoscimento, concentrandosi sempre di più sulla trasformazione del segno e sulle possibilità dell’opera.

Il percorso espositivo parte da circa sessanta tavole realizzate a mano, dove lettere e forme sinuose si intrecciano fino a diventare composizioni quasi organiche. All’interno di questi pattern rimangono tracce del momento in cui sono stati creati: parole, pensieri, emozioni e segni che non funzionano soltanto come elementi grafici, ma come frammenti di un’esperienza.

È una pratica nata sulla carta ma che nel tempo ha conquistato anche lo spazio urbano. Le forme di Manno sono infatti uscite dalla superficie delle tavole per trasformarsi in interventi murali, mantenendo però la stessa logica di aggregazione e movimento.

Questo passaggio è importante perché racconta una ricerca che non considera il supporto come un limite, perchè la forma può cambiare scala, superficie e consistenza senza perdere la propria origine. Tra i nuclei presentati ci sono anche i teschi, serie nata durante il primo lockdown del 2020. Qui il vocabolario dell’artista assume una dimensione più sospesa: la figura del teschio diventa un punto di incontro tra vita e morte, mentre sulla sua superficie compaiono parole legate a quel periodo.

Anche in queste opere il segno continua a proliferare, sovrapporsi e modificarsi, quasi a suggerire che ciò che rimane di un’esperienza non sia necessariamente una forma definitiva, ma una traccia capace di continuare a cambiare. Anche questa serie ha successivamente oltrepassato la carta, diventando materia per interventi murali. Un ulteriore passaggio è rappresentato dai character, dove la lettera perde progressivamente la propria funzione originaria e comincia ad assumere caratteristiche autonome. Le forme diventano figure, acquistano corpo e arrivano persino a fuoriuscire dalla superficie delle opere attraverso elementi tridimensionali.

È qui che il lavoro di Manno si sposta definitivamente dalla grafica alla materia, quello che inizialmente era un segno bidimensionale diventa qualcosa da percepire anche fisicamente. La mostra segue proprio questa trasformazione, senza separare rigidamente una fase dall’altra. Disegno, pittura, writing, street art e design diventano parti di uno stesso processo.

Nella seconda sala della mostra il percorso cambia dimensione e le forme nate dal disegno manuale vengono tradotte attraverso strumenti digitali in volumi tridimensionali, trasparenti e fluidi. Il segno non è più soltanto qualcosa da guardare perchè diventa una presenza virtuale che può modificare profondità, consistenza e movimento. Le immagini digitali e i loop video proiettati nello spazio portano così alle estreme conseguenze una ricerca iniziata con una matita o un marker.

Il passaggio dall’analogico al digitale non rappresenta quindi una rottura. È piuttosto un’altra possibilità per continuare lo stesso gesto. La ricerca artistica di Manno ha convissuto per anni con quella professionale. Parallelamente al lavoro sull’arte, l’artista ha costruito infatti una carriera nella comunicazione, ricoprendo ruoli di direzione creativa in agenzie e aziende internazionali.

Due mondi apparentemente diversi che, nel suo percorso, hanno finito per influenzarsi a vicenda. Se la comunicazione ha trasformato la creatività in un lavoro strutturato, l’arte è rimasta invece uno spazio senza brief, obiettivi o necessità di risposta.

È proprio questa separazione a rendere significativa la mostra milanese, dopo 27 anni, una ricerca sviluppata in gran parte lontano dai circuiti espositivi viene finalmente condivisa nella sua forma attuale. Non c’è una tecnica che sostituisce quella precedente, né un linguaggio che chiude definitivamente il percorso, cambiano la materia, la superficie e gli strumenti, ma resta la stessa spinta iniziale: far muovere il segno fino a scoprire cosa può diventare.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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